utenti ip tracking
martedì 20 Ottobre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Il futuro dell’Unione secondo Ursula Von der Leyen

    In 3 sorsi – Nel discorso sullo stato dell'Unione...

    Covid-19 e tensioni sociali in Cile

    Analisi - A qualche mese dalla diffusione del virus,...

    Voto senza storia?

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Il gigante Rafael Correa contro tutti. Si potrebbe riassumere così il confronto elettorale che il prossimo 17 febbraio vedrà contro l’attuale mandatario ecuadoriano agli altri sette candidati alla presidenza dell’Ecuador. Correa, al potere dal 2006, sta per terminare il suo secondo mandato e con grande probabilità sarà riconfermato vista la voragine di consensi che lo separa da un’opposizione frammentata e priva di veri leader

     

    UN BILANCIO – La Revoluciòn ciudadana, ovvero la politica di stampo socialista e antiamericana condivisa anche da altri paesi come Venezuela e Bolivia, è proseguita negli ultimi anni senza troppi intoppi. L’aiuto alle fasce più povere della popolazione è uno degli aspetti che avvicina di più la gestione Correa a quella del suo amico Hugo Chávez. Il cosiddetto Bono de desarrollo humano, un ticket statale a favore dei più disagiati, è stato incrementato dal presidente ecuadoriano prima nel 2007 e poi nel 2009 con un aumento fino a 35 dollari per ciascuno dei 1.5 milioni di beneficiari. In campo educativo, gli investimenti del governo sono passati dal 2,5% del Pil nel 2006 al 5,5% nel 2011, rispettando quasi in pieno il dettato costituzionale che prevede che il 6% del Pil venga destinato a questo settore. Tra le iniziative istituzionali più importanti del governo ecuadoriano c’è la riforma del 2008 che, dopo un referendum popolare, ha modificato la Costituzione in vigore dal 1998. Correa ha cercato di limitare il debito pubblico al 3% del Pil e di rinegoziarlo con gli organi internazionali. L’Ecuador è così riuscito a ridurre il debito di circa 7.000 milioni di dollari e, attraverso progetti come Iniciativa Yasuní – ITT, il paese aspira ad ottenere 3.600 milioni dalla comunità internazionale. Altro obiettivo della gestione Correa era quello di costituire un fondo di 300 milioni di dollari da erogare in cinque anni a basso interesse per incentivare il microcredito a beneficio di 60.000 persone. Anche in questo caso, secondo il Banco nacional de fomento, i risultati sarebbero incoraggianti: dal 2007 ad oggi, sono stati erogati 268 milioni a favore di piccole e medie imprese. Evidente è anche la virata ‘autarchica’ imposta dal governo alla politica petrolifera nazionale.

     

    Nell’aprile del 2010, il presidente ecuadoriano ha trasformato Petroamazonas e Petroecuador in soggetti di diritto pubblico, nazionalizzando di fatto le due imprese più forti del settore. Lo scopo era quello di rendere i due colossi petroliferi capaci di competere con gli investitori privati e, a tal fine, il governo è intervenuto con una ricapitalizzazione di circa 1.700 milioni di dollari. La successiva Ley de hidrocarburos ha portato alla rinegoziazione dei contratti petroliferi tra lo Stato e ben 17 imprese, ma ha anche provocato l’uscita di sette di queste dal paese. Novità radicali sono state introdotte anche in materia commerciale. Correa si era ripromesso di non stipulare nessun Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Durante il suo mandato, l’Ecuador non ha effettivamente stipulato trattati né con il gigante americano né con la UE, a parte accordi commerciali specifici. Altro obiettivo ambizioso è l’integrazione dei paesi dell’America Latina attraverso la creazione di una moneta unica regionale: il Sucre. Nato nel novembre del 2008 su iniziativa degli Stati membri dell’Alba, il Sucre è usato per il momento come unità valutaria comune in alcune transazioni commerciali. Correa non esclude però che possa trasformasi in futuro in un sistema monetario che rimpiazzi il dollaro americano negli scambi interregionali.

     

    CHI SFIDERA’ CORREA? – L’opposizione, come accennato, arriva piuttosto malconcia a questa tornata elettorale. A destra dello schieramento politico si collocano i partiti Creando oportunidades (Creo) e Social cristiano (Psc). La sinistra ‘più a sinistra’ di Correa è invece rappresentata dal Movimiento popular democratico (Mpd), Pachakutik (Pk), Montecristi Vive, Participaciòn Red e Poder popular. Movimenti che durante i primi anni di governo avevano garantito appoggio a Correa, ma che ora sono rivali politici del suo partito Alianza paìs.Tra i loro leader spiccano ex alleati come Alberto Acosta e Gustavo Larrea. Poi ci sono i due partiti tradizionali sempre presenti agli appuntamenti elettorali: la Sociedad Patriotica (Sp) guidata da Lucio Gutierrez, uno degli sfidanti più quotati di Correa, e il Prian di Alvaro Noboa. Gutierrez, ex militare e già presidente ecuadoriano dal 2003 al 2005, ha proposto un confronto pubblico al presidente dopo averlo definito “una frode elettorale e il principale nemico de sconfiggere”. Il leader di Sp ha precisato che durante il suo governo rifiutò per ben due volte la candidatura di Correa al ministero dell’economia. “Mi resi conto della sua prepotenza e mediocrità e da quel rifiuto Correa iniziò ad avvicinarsi a Chávez e a pianificare il colpo di Stato” ha dichiarato ad una recente intervista, ricordando la turbolenta protesta del 2005 in seguito alla quale perse il potere. L’altro contendente alla presidenza è il candidato della destra, Guillermo Lasso. L’ex banchiere ha ricoperto incarichi importanti durante i governi di Jamil Mahuad e Lucio Gutierrez ed è alla sua prima candidatura alla presidenza con il partito Creo. Lasso propone di eliminare alcune tasse, tra cui quella sulle divise che aumenta il costo dei beni importati dall’estero. Una proposta che ha scatenato l’immediata reazione dello stesso Correa, perché avvantaggerebbe solo banche e grandi gruppi economici che devono pagare questo tributo. “Il 91% lo pagano le imprese e solo il 9% le persone fisiche. Non ingannino i poveri e la classe media. Non c’è paese che sia riuscito a svilupparsi senza far pagare di più ai ricchi” ha tagliato corto il presidente. Alberto Acosta si presenta invece come candidato unico di una coalizione di forze di sinistra. Ex membro di Alianza país e ministro del governo Correa, Acosta sta impostando la sua campagna elettorale contro la politica petrolifera e mineraria promossa dal presidente e sulla difesa dei diritti delle comunità indigene nei territori in cui devono essere realizzati progetti estrattivi. Acosta ha attaccato più volte Correa per aver interpretato a suo modo la Costituzione ecuadoriana e svilito il diritto alla consultazione dei popoli indigeni rendendolo non vincolante ai fini delle decisioni del governo.

     

    content_1330_2

    POCHI CAMBIAMENTI IN VISTA – Rafael Correa è al momento in testa nei sondaggi con un’intenzione di voto del 49% e ben 31 punti di vantaggio su Guillermo Lasso, al 18%, seguito da Lucio Gutierrez al 12% e Alberto Acosta al 6%. Il presidente in carica dovrebbe vincere agevolmente al primo turno e per non arrivare alla seconda tornata avrebbe bisogno della metà dei voti validi più uno, senza includere i nulli e le schede bianche, o il 40% con una differenza di almeno dieci punti percentuali rispetto al secondo candidato. I dati positivi si sono riflessi nella sicurezza ostentata da Correa in campagna elettorale. Il presidente ecuadoriano ha definito ridicole le proposte dei rivali che affronterà il 17 gennaio e ordinato la sospensione di pubblicità elettorali sui media privati che in passato lo hanno accusato di violare la libertà di espressione. Altri partiti e movimenti politici socialisti e comunisti latinoamericani hanno espresso il loro appoggio a Correa. Ventidue forze politiche, tra le quali il Partido de los trabajadores del Brasile, il Partido de la revoluciòn democratica del Messico e il Frente amplio dell’Uruguay, hanno sottoscritto un documento a sostegno del presidente ecuadoriano. La cosa non sorprende se si pensa che Alianza paìs è membro del foro di San Paolo, un consesso di partiti izquierdisti sudamericani. Del foro fanno parte anche due ex alleati, ora contendenti alle presidenziali: il Movimiento popular democratico e il partito indigeno Pachakutik. Se Correa dovesse vincere nuovamente non ci dovrebbero essere grossi cambiamenti nella politica ecuadoriana. A partire dall’asilo politico concesso al fondatore di WikiLeaks, Juliàn Assange, pochi mesi fa. “Le circostanze internazionali per la concessione del provvedimento non sono cambiate, quindi perché dovrei togliere l’asilo?” ha detto il presidente in una recente intervista. Un punto di vista condiviso anche dal suo principale rivale alle elezioni, Guillermo Lasso. Tra le tante promesse di Correa c’è anche quella di continuare a combattere i media privati accusati di manipolare l’informazione contro l’operato del governo in favore dei grandi gruppi economici. “Se sarò rieletto continuerò a difendere la verità e il popolo da questa informazione manipolata” ha dichiarato il presidente che dal 2007 ha iniziato una vera e propria battaglia personale contro i giornalisti. E che con tutta probabilità proseguirà nei prossimi tre anni.

     

    Alfredo D'Alessandro
    Alfredo D'Alessandro

    Mi sono laureato in giurisprudenza nel 2010 presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Durante la mia carriera universitaria ho partecipato al programma Erasmus che mi ha consentito di vivere nella splendida Granada. Ho anche altre esperienze all’estero: una a Buenos Aires, dove ho svolto una ricerca per la tesi di laurea presso la Universidad Austral, e una a Santiago del Cile, dove sono stato stagista per la ONG Amnesty International. Dopo varie esperienze lavorative adesso sogno di tonare in America Latina per completare l’esplorazione dell’adorato Cono Sur!

    Articolo precedenteIl deserto della paura
    Articolo successivoUna decade…in decadenza

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome