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    Le geometrie politiche dell’UE

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Nonostante gli sforzi per rendere l’Unione europea un’istituzione realmente sovranazionale, in realtà la sua organizzazione rimane a oggi intergovernativa. Le geometrie che si creano in Consiglio, dunque, rimangono a oggi fondamentali per le attività dell’UE.

    IERI: EUROPA A GEOMETRIA VARIABILE – Negli anni Ottanta, Jacques Delors aveva coniato questa espressione per sottolineare come l’Unione procedesse a velocità diverse. In particolare, il riferimento era al fatto che, in alcuni settori, gruppi di Paesi optavano per un rafforzamento della cooperazione rispetto alla media europea. Questa pratica è poi stata istituzionalizzata con l’inserimento della cooperazione rafforzata nei trattati per far sì che la maggior coesione tra gruppi di Stati avvenisse nel rispetto della legislazione europea e delle istituzioni.
    Al di là delle forme di cooperazione istituzionalizzate, il funzionamento dell’Unione è fortemente influenzato dalle relazioni che i Paesi membri stringono in Consiglio. La presenza di un blocco di due o più Paesi concordi su una determinata linea di azione, infatti, può concretizzarsi in “pressione” su altri Stati – siano essi singoli o gruppi -, nel tentativo di convincerli della bontà di una linea politica o di specifiche azioni da intraprendere. Esempio notevole del passato – qui citato in modo non casuale – è l’asse franco-tedesco formato da Mitterand e Kohl per il lancio della moneta unica.
    Il 2015, con il susseguirsi di eventi notevoli per il presente e futuro dell’Unione – dalla crisi greca agli attentati terroristici in Francia e alla collegata lotta allo Stato Islamico, passando per la crisi dei rifugiati – e il perdurare di alcune crisi internazionali ancora irrisolte e dagli esiti a oggi incerti – Siria, Ucraina e Libia gli esempi più rilevanti – si è rivelato particolarmente “vivo” relativamente alle geometrie presenti in Consiglio.

    OGGI: IL RITORNO DEL “MOTORE FRANCO-TEDESCO”? – Nel 2015, soprattutto con il protrarsi della crisi ucraina e dopo gli attentati a Charlie Hebdo, Francia e Germania si sono molto riavvicinate in ambito europeo. Se il rapporto bilaterale tra i due Paesi è infatti istituzionalizzato dal 1963 (trattato dell’Eliseo) e ormai consolidato, il “binomio” franco-tedesco –  in passato definito “motore”, visto il forte impulso che i due Paesi hanno storicamente dato al processo di integrazione europea – si era parecchio affievolito negli ultimi anni.
    Merkel e Hollande hanno “guidato” le attività in Consiglio per quasi tutto il 2015, arrivando anche a rilasciare dichiarazioni congiunte presso il Parlamento europeo – cosa che non avveniva dal 1989, anno dell’ultimo intervento congiunto, anche allora franco-tedesco.
    Ma la portata di questi “sforzi congiunti” deve essere correttamente interpretata. Se i leader dei due Paesi si sono infatti trovati unanimi nell’esprimere l’importanza di un’Unione forte e coesa di fronte alle sfide che la attendono, questo non ha significato totale concordanza su tutte le politiche di cui l’Unione si è occupata in quest’anno.
    Quello che bisogna tenere a mente rispetto alle “alleanze” in Consiglio, infatti, è che queste possono variare sia in base alla tematica di cui ci si occupa, sia in base alle sue fasi di implementazione. Esempio notevole per il 2015 è la gestione della crisi dei rifugiati. Mentre Francia e Germania – anche dietro la forte spinta italiana – premevano per una maggiore cooperazione sulla redistribuzione dei migranti tra i vari Paesi europei, i Paesi dell’est Europa – Ungheria in testa – facevano ostruzionismo, culminato nell’edificazione di frontiere fisiche per controllare il flusso di rifugiati in entrata nel territorio europeo. Ma, ad esempio, le posizioni di Italia e Germania si stanno allontanando a causa delle critiche che quest’ultima ha mosso alla gestione italiana della crisi stessa – ma anche relativamente al rinnovo automatico delle sanzioni economiche alla Russia.

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    DOMANI: E IL 2016? –
    Politica interna, politica estera e allargamento saranno questioni nodali anche durante il prossimo anno. Come già notato a proposito della postura rispetto alle varie politiche, l’UE si troverà ad affrontare nuove sfide alla sua coesione e compattezza, prima tra tutte lo spettro della potenziale Brexit.
    Al di là della portata dell’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione, in questa sede è utile analizzare brevemente le richieste recentemente presentate dal Premier Cameron al resto del Consiglio – e che, qualora accolte, lo porterebbero a sostenere la permanenza nell’UE al referendum che si potrebbe tenere proprio nel 2016. Una delle quattro, infatti, è quella di modificare i trattati nella parte in cui propongono un’incrementale integrazione delle politiche dei vari Paesi membri: la Gran Bretagna vorrebbe essere libera di rivedere il proprio rapporto con l’Unione, anche riappropriandosi di quote di sovranità già cedute all’UE.
    Il rischio che si correrebbe accogliendo una simile richiesta – ipotesi a oggi ritenuta remota anche a livello europeo – è quello di avviare un processo di ulteriore frammentazione dell’Unione, che potrebbe essere incentivato dall’avanzata dell’euroscetticismo in Paesi come Ungheria e Polonia. In aggiunta, diversi sono i temi che stanno mostrando il loro potenziale divisivo e che saranno particolarmente rilevanti per il prossimo anno, come la politica energetica.
    Un’Unione frammentata al suo interno rischia di rimanere inattiva e inascoltata sulla scena internazionale. Se da una parte la Commissione punta molto sul rilancio del ruolo esterno dell’Unione – tanto da inserirlo nella sua lista di priorità –, dall’altra la politica estera rimane ancora appannaggio degli Stati membri – che spesso fanno blocco, ma al di fuori del “cappello” UE, come avvenuto per Francia e Germania rispetto alla crisi ucraina.
    Ulteriore fonte di criticità è data dall’allargamento. Se da una parte l’Unione mira all’inclusività, dall’altra un nuovo allargamento massiccio – come quello verificatosi a Est – rischia di rendere gli equilibri politici ancora più instabili. Su tutti, basti pensare alla complessità che deriverebbe dall’accesso della Turchia.

    Intenzioni iniziali

    In caso di riuscita
    Rimanere nell’UE 56% 65%
    Uscire dall’UE 35% 26%
    Non sa 9%

    9%

    Tab.1 – Intenzioni di voto dei britannici in base a riuscita della rinegoziazione in Consiglio. Rielaborazione dell’autore da dati Open Europe/ComRes

     

    Giulia Tilenni

    [box type=”shadow” align=”” class=”” width=””] Un chicco in più 

    Come già accennato, sono quattro le aree politiche che, secondo il premier Cameron, andrebbero ridiscusse per tentare di scongiurare la Brexit: possibilità di “opt-out” rispetto a un’ulteriore integrazione europea; riconoscimento della “multicurrency” (che configurerebbe potere di veto sulle decisioni dei Paesi dell’eurozona); maggiore ruolo dei parlamenti nazionali per la regolamentazione riguardante la competitività; ridotto accesso al welfare per i migranti intraeuropei che si stabiliscono in Gran Bratagna nei loro primi quattro anni di permanenza.
    Il Consiglio del 18-19 febbraio sarà fondamentale per la discussione di tali richieste. [/box]

    Foto: Martin Schulz – EP President

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    Giulia Tilenni
    Giulia Tilenni

    Laureata magistrale in Relazioni Internazionali a Bologna – dove ha anche completato il Master in Diplomazia e Politica Internazionale, che l’ha portata a Francoforte sul Meno per un tirocinio di ricerca di tre mesi. Dopo una tesi in Studi strategici che analizza l’intervento militare in Libia del 2011 e una ricerca sui velivoli a pilotaggio remoto, è entrata a far parte del Caffè Geopolitico nel team Miscela Strategica.

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