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venerdì 7 Maggio 2021

La Cina in Africa (I) – Il pensiero di Mao, il movimento terzomondista e l’Africa

In breve

  • Alle origini dei rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Africa.
  • La teoria di Mao per sconfiggere il colonialismo e l'imperialismo.
  • I "Cinque principi di coesistenza pacifica".
  • La Conferenza di Bandung del 1955 e il movimento dei Paesi non allineati.

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AnalisiCon la nascita della Repubblica Popolare Cinese l’obiettivo principale di Mao Zedong in politica estera fu principalmente quello di porsi come leader indiscusso dei Paesi non allineati. Successivamente questo approccio si tradusse nei “Cinque principi di una pacifica convivenza”, elaborati grazie al contributo dell’India di Nehru e alla partecipazione attiva alla conferenza di Bandung del 1955. E fu lì che Cina e Africa si incontrarono. 

CINAFRICA  

Il 6 febbraio scorso il Presidente Xi Jinping ha inviato un messaggio al 34° summit dell’Unione Africana congratulandosi con i Paesi africani per aver tenuto il vertice. Xi ha auspicato che gli Stati dell’Unione Africana  continuino a ottenere importanti risultati sulla via dell’unità, dell’auto-miglioramento, dello sviluppo e del progresso. Ad oggi la Cina è uno dei più grandi partner commerciali dell’Africa. Da un lato i critici evidenziano come le nazioni africane abbiano raggiunto livelli insostenibili di debito con il gigante asiatico, dall’altro lato anche lo stesso Xi ha ammesso che sarà necessario esaminare la fattibilità commerciale di alcuni progetti e rendere la cooperazione più redditizia. La relazione tra Cina e Africa è dunque un tema che oggi vede ormai passata la fase “adolescenziale” e si appresta a saldarsi o sfaldarsi. Sebbene tra la Cina odierna e quella del periodo maoista ci siano delle differenze abissali, è importante sottolineare come la figura di Mao costituisca ancora oggi un punto di riferimento importante per la nazione asiatica. La “Cina Rossa” nacque nel 1949 e sebbene questo periodo fu estremamente “vivace” per quanto riguardava la politica interna, in politica estera l’approccio da seguire fu da subito chiaro. Come sottolineato dallo stesso Mao durante il XXVIII anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese:  

Esternamente dobbiamo unirci alla lotta comune con i popoli di tutti i Paesi e con quelle nazioni che ci trattano come pari. Ciò significa allearsi con l’Unione Sovietica, con ogni nuovo Paese democratico e con le masse proletarie e di tutti gli altri Paesi. Questo significa promuovere un fronte unito internazionale”.   

L’idea del “grande timoniere” era chiara: cercare il più ampio supporto esterno tra quelle nazioni che condividevano con la Cina la stessa “visione”. Il fine era quello di creare un fronte unito internazionale di chiaro richiamo marxista. Non è un caso che le preferenze di Mao sugli Imperatori cinesi ricadessero su Qi Shi Huang e Han Wudi, rispettivamente l’imperatore che estese i confini cinesi e quello che sconfisse gli Unni. “Unificare ed espandersi”, questa può essere la sintesi del pensiero politico di Mao in politica estera, ma il PCC doveva evitare l’approccio predatorio espansionista sostenendo e finanziando l’anti-colonialismo e l’antimperialismo mondiale. Nelle parole di Mao:  

Ciò di cui l’imperialismo ha più paura è il risveglio dell’Asia, dell’Africa e dei popoli latino-americani“. 

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Fig. 1 – L’incontro a Hangzhou, in Cina, tra Mao e Kwame Nkrumah, Presidente del Ghana, 28 luglio 1962

MAOISMO E ‘TERZO MONDO’  

Nel 1949 la Cina era fondamentalmente un Paese “povero” e sfinito da anni di guerra civile. Questo fece sì che all’interno delle dinamiche della Guerra Fredda globale fosse molto vicina alle istanze del cosiddetto “Terzo Mondo”. La questione del sostegno a queste nazioni era divisa sostanzialmente in due filoni. Il primo riguardava come questi Paesi avrebbero dovuto affrontare la rivoluzione secondo il pensiero maoista, il secondo quale ruolo la Cina avrebbe dovuto rappresentare per questi Paesi “rivoluzionari”. 
Partendo dal primo punto, secondo il leader cinese, le nazioni del “Terzo Mondo” non potevano in alcun modo optare per una terza via, ma le loro alternative erano essenzialmente due: imperialismo o rivoluzione. Mao, in “La nuova democrazia” del febbraio 1940, sottolineò in modo chiaro e conciso come a quel tempo i Paesi capitalisti non fossero in grado di sopravvivere senza il supporto di colonie o semi-colonie. Sempre in “La nuova democrazia” Mao evidenziò le differenze tra le vecchie rivoluzioni “democratico-borghesi” e quelle che secondo lui avrebbero dovuto essere le nuove rivoluzioni: mondiali, socialiste e proletarie. Secondo Mao nel 1914 con lo scoppio del primo conflitto mondiale e soprattutto nel 1917 con la Rivoluzione d’Ottobre iniziò “la rivoluzione mondiale”. Mao continuò spiegando come doveva esserci un’alleanza tra il proletariato occidentale e i territori coloniali o semicoloniali oppressi, per garantire lo svolgersi di tale rivoluzione. Secondo il leader di Shaoshan i patrioti degli Stati coloniali, seguendo l’esempio cinese contro il Giappone, avrebbero dovuto unirsi e creare un fronte di liberazione nelle rispettive nazioni. In estrema sintesi la Cina stava cercando di sostenere lo stesso principio utilizzato all’interno dei propri confini nazionali in politica estera, ovvero perseguire la rivoluzione. Rivoluzione che in un grande Paese coloniale o semicoloniale – secondo Mao Zedong – si traduceva in guerriglia.   
Il secondo punto dell’analisi di Mao sulla situazione mondiale post-1949 e sul ruolo che la Cina avrebbe dovuto svolgere in essa si concentrò interamente sulla solidarietà viscerale tra gli “oppressi”. Passando dall’ambito filosofico a quello politico, l’uomo che aveva l’onere di trasformare i pensieri del leader Mao in fatti concreti fu Zhou Enlai. Come Ministro degli Esteri cinese dal 1949 al 1958 e come Primo Ministro del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese dal 1949 fino alla sua morte, Zhou gestì la situazione cinese da “marxista-leninista”. Zhou vedeva la diplomazia internazionale come estensione delle contraddizioni di classe interne ai singoli Stati. 

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Fig. 2 – Soldati della Repubblica democratica del Congo mostrano il “Libretto Rosso” e una foto di Mao, 1968

I CINQUE PRINCIPI DI COESISTENZA PACIFICA  

La Cina iniziò ad attirare l’attenzione internazionale durante la Conferenza di Ginevra del 1954, dove si cercò di trovare un accordo di pace in Corea e nell’Indocina francese. Il punto di interesse riguardante la Cina riguardò soprattutto la firma di un accordo con l’India sul Tibet. Nell’occasione vennero applicati per la prima volta all’interno di un accordo internazionale i “Cinque principi di coesistenza pacifica”. Poco prima della nascita della RPC, durante una conferenza consultiva politica popolare guidata dal Partito Comunista, ci fu un richiamo indiretto ai Cinque principi. Infatti, con riferimento all’articolo 54 del programma comune, nel primo documento relativo alla priorità della politica estera cinese è scritto:  

 “I principi della politica estera della RPC sono la salvaguardia dell’indipendenza, della libertà, dell’integrità del territorio e della sovranità del Paese a sostegno di una pace internazionale duratura e di una cooperazione amichevole tra le persone di tutti i Paesi con un’opposizione alla politica imperialista di aggressione e guerra”.  

Successivamente, nella bozza ufficiale, i cinque principi furono così espressi:  

  1. Rispetto reciproco dell’integrità territoriale e della sovranità reciproca;  
  2. Non aggressività reciproca; 
  3. Non interferenza reciproca negli affari interni dell’altro;  
  4. Uguaglianza e mutuo vantaggio; 
  5. Coesistenza pacifica. 

Il 28 giugno 1954 Zhou Enlai visitò l’India e i Cinque principi furono confermati in una dichiarazione congiunta rilasciata dallo stesso Zhou Enlai e dal premier indiano Nehru.

Se questi principi fossero applicati non solo tra i vari Paesi, ma anche nelle relazioni internazionali in generale, formerebbero una solida base per la pace e la sicurezza e le paure e le apprensioni che esistono oggi lascerebbero il posto a un sentimento di fiducia […]”.  

La “coesistenza pacifica” diventò l’obiettivo principale della politica di “non allineamento” che aiutò le nazioni neutrali a evitare di essere coinvolte direttamente nella Guerra Fredda.   

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Fig. 3 – Il Presidente della Tanzania Julius Nyerere accoglie Zhou Enlai a Dar es Salaam, 1965

LA CONFERENZA DI BANDUNG: CINA E AFRICA SI INCONTRANO  

La conferenza di Bandung fu un evento cruciale per quanto riguarda la cooperazione tra gli Stati del “Terzo Mondo” durante gli anni Cinquanta. I risultati concreti furono marginali, ma servirono come collante per cercare di consolidare il legame tra Paesi non allineati durante la Guerra Fredda. Le pressioni dirette e indirette subite dal “Terzo mondo” negli anni Cinquanta spiegano come essi si fossero sentiti in dovere di creare un evento dal forte valore simbolico che seguisse il processo iniziato nel 1927 alla riunione di Bruxelles della Lega contro l’imperialismo. Il risveglio della consapevolezza della propria forza e delle proprie possibilità fu l’elemento dominante della conferenza tenutasi a Bandung dal 18 al 24 aprile 1955. Come evidenziato dal Presidente Sukarno durante la conferenza: 

Noi [nazioni di Bandung] siamo uniti da un comune odio per il colonialismo in qualsiasi forma appaia. Siamo uniti da un comune odio per il razzismo. E noi siamo uniti dalla comune determinazione a preservare e stabilizzare la pace nel mondo“. 

I protagonisti dell’incontro furono l’indonesiano Sukarno, lo jugoslavo Tito, l’indiano Nehru, il cinese Zhou Enlai e l’egiziano Nasser. Politicamente il contesto della conferenza non fu omogeneo, tra i 29 partecipanti ci furono Paesi comunisti come la RPC, centristi come l’India e la Birmania, di destra come Turchia e Filippine. Nonostante ciò ci fu coesione sugli obiettivi prioritari che erano fondamentalmente due: la fine del colonialismo e la protezione della pace. Le risoluzioni della Conferenza di Bandung tracciarono una ferma condanna del colonialismo, del razzismo e delle politiche di segregazione e discriminazione “razziale”. Economicamente si parlò soprattutto di cooperazione tra potenze asiatiche e africane per lo scambio di assistenza tecnica, della creazione di industrie nazionali, della trasformazione delle materie prime acquistate e della creazione di banche nazionali. 
Dal punto di vista geopolitico la Conferenza proclamò Asia e Africa come continenti che rifiutavano di essere trascinati in guerre per l’una o l’altra delle due grandi potenze mondiali, Unione Sovietica e Stati Uniti d’America. Un’importante posizione “neutrale” che provava ad affermarsi come politica d’indipendenza. La Conferenza fu anche l’inizio della creazione del movimento dei cosiddetti “Paesi non allineati”, ovvero coloro che rigettavano la logica dei blocchi e favorivano obiettivi di disarmo, sicurezza collettiva e autonomia politica. Promossa in maniera congiunta da Nehru, Nasser e Tito, l’iniziativa si sarebbe poi formalizzata nel 1961 durante la conferenza di Belgrado. Al termine della Conferenza i delegati rilasciarono una dichiarazione nota come “I dieci principi di Bandung”. Il ruolo della Cina nella conferenza fu significativo e, tramite Zhou Enlai, la Cina introdusse e rafforzò l’idea di “neutralismo” e insistette sul fatto che il dibattito della conferenza non sarebbe dovuto essere soggetto a prospettive ideologiche. La strategia era chiara: superare le divergenze politiche, ma identificando l’imperialismo come l’unico nemico. Liu Shaoqi, che durante la conferenza ricopriva la carica di Presidente del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, sottolineò:   

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Fig. 4 – Zhou Enlai interviene alla Conferenza di Bandung, 1955

“Combattere per l’indipendenza nazionale e la democrazia popolare è il compito supremo della classe operaia nei Paesi coloniali e semicoloniali”.  

CONCLUSIONI  

La conferenza di Bandung, con la partecipazione di 29 Paesi, rappresentò più della metà della popolazione mondiale e può essere considerata come l’inizio delle relazioni sino-africane. Il terreno d’intesa fu principalmente quello della fine del colonialismo, oltre alla ferma condanna dell’imperialismo, del razzismo e delle politiche di segregazione e discriminazione “razziale”. Successivamente questo asse ebbe modo di svilupparsi ulteriormente dopo la rottura tra Pechino e Mosca negli anni Sessanta. Nessun altro evento, durante la Guerra Fredda, fu così importante nell’evidenziare le contraddizioni all’interno del mondo comunista e, di conseguenza, nel consolidare le relazioni tra Cina e Africa, ma Bandung può essere considerato come l’avvenimento che diede inizio a “Cinafrica”. 

Michel Komlan Seto

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Michel Komlan Seto
Michel Komlan Seto

Nato in provincia di Como da padre togolese e madre italiana, ho un Master in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca ‘Foscari di Venezia e un Master in ICT per lo sviluppo dei beni sociali presso l’Università degli Studi di Torino. In precedenza ho conseguito la Laurea in Comunicazione Internazionale presso l’Università Statale di Milano Bicocca, studiando un anno in Cina presso il Guizhou Daxue di Guiyang. I miei interessi di ricerca abbracciano soprattutto le relazioni tra Cina e Africa, principalmente da un punto di vista storico. Parlo inglese, francese, cinese e spagnolo. Amo dipingere, leggere e non posso fare a meno del foofoo che mi cucina mio padre.

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