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    Colpo di grazia

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    Il terribile terremoto di martedì 12 è l’ennesima tragedia che colpisce uno dei Paesi più poveri del mondo. I perché del fallimento della nazione caraibica, figlio di una storia quanto mai travagliata

    HAITI DEVASTATA – Nel tardo pomeriggio di martedì 12 gennaio (quando in Italia era già notte), Haiti è stata devastata da un terribile terremoto. Un sisma, o meglio uno sciame sismico (ovvero una sequenza di scosse) di forte intensità, il cui epicentro è stato registrato a pochi chilometri dalla capitale Port-au-Prince, ha provocato una vera e propria tragedia portando alla distruzione della maggior parte degli edifici (anche alcuni istituzionali, come la sede delle Nazioni Unite) e facendo rimanere sotto le macerie migliaia di persone. Gli italiani presenti sull’isola, quasi tutti impegnati in organizzazioni internazionali e umanitarie, dovrebbero essere circa un centinaio, ma al momento non è ancora possibile stabilire se siano tutti al sicuro, così come non si può effettuare un bilancio delle vittime. 

    IN FONDO ALLE CLASSIFICHE – Haiti è situato nei Caraibi e fa parte geograficamente dell’isola di Hispaniola, occupata per l’altra metà dalla Repubblica Dominicana (dove il sisma pare sia stato avvertito senza particolari conseguenze). Si tratta dell’unico Stato indipendente situato nel continente americano di lingua francofona ed è anche il più arretrato di tutto il continente. Il reddito pro capite è il più basso in America (1300 dollari annui, meno di 2 dollari al giorno, il che pone Haiti sotto la soglia di povertà e nella fascia degli LDC, i Paesi meno sviluppati al mondo), ma anche gli indicatori sociali sono tra i peggiori nelle classifiche internazionali. L’analfabetismo è al 55%, la speranza di vita non supera i 50 anni e l’unica attività economica in grado di generare entrate, ovvero la produzione agricola (concentrata essenzialmente nello sfruttamento della canna da zucchero e della pianta del caffè), è ciclicamente funestata dal passaggio delle tempeste tropicali che devastano i raccolti.

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    UN PAESE SENZA SPERANZA? – Insomma, Haiti non corrisponde in nulla all’immagine stereotipata del paradiso caraibico. Non si possono però attribuire le ragioni del suo sottosviluppo alla sfortuna, ma la situazione attuale è il frutto di un percorso storico ben preciso. Non è un caso, infatti, se in epoca coloniale Haiti era uno dei luoghi più prosperi del mondo. Ex colonia francese, la sua attuale composizione etnica (il 95% della popolazione è di origine africana, mentre il restante 5% appartiene all’élite creola) è il retaggio dello schiavismo che portò dalle coste dell’Africa orientale manodopera a costo zero per lavorare nelle piantagioni. Haiti finì, come tutto il resto delle nazioni americane, sotto la “tutela” degli Stati Uniti, che all’inizio del ‘900 imposero al piccolo Paese un’assoluta apertura commerciale dopo averlo occupato. Tale strategia, tuttavia, non ha mai funzionato, in quanto non erano mai state gettate le basi per uno sviluppo reale e solido dell’economia locale, presupposto essenziale prima di eliminare barriere e restrizioni ai traffici internazionali.L’instabilità economica ha fatto quindi il paio con un’endemica instabilità politica: il Paese, dopo essere stato in mano per decenni alla dittatura della dinastia dei Duvalier, è stato governato dall’ex sacerdote Jean Bertrand-Aristide. Nel 2004, però, in seguito ad una rivolta di militari ribelli che ha scatenato una guerra civile, il Paese è sprofondato nuovamente nel caos e da allora è attiva sull’isola la missione di pace MINUSTAH, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questo tuttavia non è bastato a restituire stabilità alle istituzioni, dato che si succedono esecutivi che non appaiono in grado di prendere saldamente in mano le redini del Paese. Parlare di prospettive per Haiti è francamente difficile, a maggior ragione dopo questo terremoto che si configura come un vero e proprio “colpo di grazia”. Haiti ha oggi le caratteristiche di un “failed State”, penalizzato anche a livello regionale dalla eterogeneità culturale e linguistica rispetto al resto dell’America Latina che costituisce uno dei tanti fattori di emarginazione dai progetti di integrazione. Un circolo vizioso che non sembra purtroppo offrire grosse speranze, almeno nel medio periodo, alla popolazione di questa infelice (mezza)isola caraibica. 

    Davide Tentori 13 gennaio 2010 redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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