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    L’ora delle decisioni

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    Dietro lo scambio di prigionieri tra Gilad Shalit e centinaia di Palestinesi tra cui – forse – Marwan Barghouti si nasconde un intreccio decisivo: Israele può influire sulla scelta di chi sarà il suo prossimo partner palestinese. Ma non può sbagliare mossa, mentre Abu Mazen gioca tutte le sue carte

    EPPUR SI MUOVONO – È come una partita di scacchi. Le parti si scrutano, prendono posizione, studiano strategie. Ora però, dopo tanti piccoli passetti, schermaglie, giochi delle parti, si avvicina il momento delle decisioni importanti. Quelle da ponderare bene, quelle che se fatte d’istinto – come troppe volte succede in questo tragico teatro – procurano effetti a catena destinati a produrre conseguenze nefaste per mesi, se non anni. La difficile relazione tra Israeliani e Palestinesi si gioca su più tavoli, intrecciati tra loro. E alcune decisioni particolari delle prossime settimane potranno avere effetti sull’impianto generale dei rapporti tra le parti, in particolare sul tema della ripresa dei negoziati. Le prossime mosse andranno dunque seguite con una attenzione particolare, perché potranno cambiare le partite in corso su diverse scacchiere. 

    SALTA ANCORA – Partiamo dalla questione di Gilad Shalit, soldato israeliano da tre anni e mezzo nelle mani di Hamas. Da mesi si parla di una liberazione “prossima”, da settimane da più parti si parla di scambio di prigionieri “imminente”. Ogni giorno sembra quello buono, eppure il giorno giusta sembra non arrivare mai. Perché? Qual è il nodo centrale di stallo? Le questioni sono diverse. Il rilascio di Shalit avverrebbe in cambio di diverse centinaia di prigionieri palestinesi. Pare una sproporzione eccessiva, ma diverse volte nella storia di Israele si sono verificati episodi analoghi: ogni soldato serve la causa sapendo che lo Stato si prenderà cura di lui sempre, e lo riporterà a casa, vivo o morto, anche a costo di pagare prezzi altissimi. Una concezione forse unica al mondo, spesso in concreto anche distante da concetti di realpolitik. Certo questo non vuol dire che le due parti, Israele e Hamas, non trattino con puntiglio i nomi dei Palestinesi da scarcerare, e il Governo israeliano si oppone a diversi nomi richiesti da Hamas.

    LA CHIAVE DI VOLTA – Su tutti, però, la questione principe è quella di Marwan Barghouti. Leader dei Tanzim, braccio armato di Fatah durante la Seconda Intifada, arrestato per l’assassinio di cinque Israeliani, Barghouti è uno dei personaggi più popolari e amati tra i Palestinesi. Tanto per entrare nello specifico, uno dei pochissimi che potrebbe riuscire a sanare la netta frattura interna palestinese tra Fatah e Hamas. Un volto nuovo, e non un altro membro della “vecchia guardia” di Fatah, spesso vista come emblema dell’inefficienza e della corruzione. Uno dei pochi uomini che potrebbe far riaccendere qualche speranza ai Palestinesi. Un uomo, insomma, che se potesse candidarsi alle elezioni palestinesi, sarebbe probabilmente in grado di vincerle. La questione dunque è abbastanza chiara: Israele è disposta a liberare Barghouti? Dare assenso alla sua scarcerazione vuol dire nei fatti approvare l’ipotesi di avere Barghouti come leader e interlocutore palestinese. Tante volte in Israele si dice – a ragion veduta – che nella controparte manca un uomo capace di parlare per tutto il popolo palestinese, un uomo la cui voce sia davvero ascoltata da tutti. Marwan Barghouti potrebbe essere quest’uomo: ma Israele potrebbe accettare una simile situazione? Alcuni osservatori sostengono questo scenario: a Israele occorre un uomo concreto, con piglio forte e deciso e seguito dal popolo, col quale si possa trattare non solo sulle parole, e in grado di far rispettare le decisioni prese. Altri respingono con forza questa ipotesi: come si può accettare di trattare con chi solo poche settimane fa ha dichiarato che “i negoziati non bastano, in certe condizioni è necessaria la resistenza”? Di fatto, pochi giorni fa, il Governo israeliano ha proposto di liberare Barghouti solo in cambio del suo successivo esilio. Proposta respinta da Hamas e dall’interessato. Ma la situazione è magmatica e in continuo mutamento. La liberazione di Barghouti è tutt’altro che esclusa. Gli Israeliani sono consapevoli di cosa vuol dire questa ipotetica mossa: se dunque Barghouti sarà effettivamente scarcerato, è più che lecito attendersi una ridefinizione del panorama politico palestinese, favorito da un indiretto placet israeliano.

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    LE MOSSE DEL PRESIDENTE – Altro scacchiere, altro scenario. Mercoledì sul quotidiano israeliano Haaretz, lungo e interessante dialogo con Abu Mazen. Due le questioni fondamentali. La prima è la proposta del Presidente palestinese, che afferma di aver parlato col Ministro della Difesa Barak due volte nelle ultime settimane: “Congelate gli insediamenti per sei mesi, compresa Gerusalemme Est, anche senza dichiararlo. E in quei mesi, torniamo al tavolo dei negoziati, e forse arriveremo anche ad un accordo sullo status definitivo”.  La seconda, è la fermezza sulla propria posizione relativa alle prossime elezioni palestinesi (ancora incerte nella data per via del mancato accordo-tregua tra Fatah ed Hamas): “Non mi ricandido, è la mia posizione definitiva. Non è una questione di tattica: se non raggiungerò i miei obiettivi, anche se Fatah me lo chiedesse non avrei motivi di mantenere questo ruolo. Se ci saranno progressi nei negoziati bene, ma se le elezioni si svolgeranno prima della ripresa delle elezioni, non mi candiderò”. 

    PALLA VOSTRA – I due punti sembrano quasi in contrapposizione: come si fa a dire “se congelate gli insediamenti, in sei mesi si risolve tutto”, quando non ci si candida nelle elezioni che si svolgeranno con ogni probabilità entro i prossimi sei mesi? Inoltre, se in un anno di trattative non si è arrivati ad un accordo sul congelamento degli insediamenti, appare un ardito esercizio di fantasia immaginare in sei mesi di giungere ad accordi definitivi sullo smantellamento degli insediamenti, sul ritorno dei profughi palestinesi e, soprattutto, sulla questione di Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati. Ma al di là del merito delle affermazioni di Abu Mazen, il messaggio rivolto al Governo israeliano attraverso Haaretz è chiaro: se non decidete di tornare al tavolo dei negoziati, il rischio concreto è poi di ritrovarvi con un interlocutore molto più estremo e poco incline al compromesso. Fate il vostro gioco, ma sappiate che il momento del rien ne va plus è vicino. Insomma, Netanyahu e il suo Governo, nel valutare le prossime mosse su diversi tavoli, devono comprendere che in gioco potrebbe esserci qualcosa di molto importante, ovvero decidere quale partner palestinese avere nel prossimo futuro. Una mossa da ponderare bene, e che di certo non si può rischiare di sbagliare.  

    Alberto Rossi

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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