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    Gilad, ci siamo

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 2 min.

    La tragica storia di Gilad Shalit, soldato israeliano da tre anni nelle mani di Hamas, sembra finalmente giunta ad una svolta positiva: entro pochi giorni potrebbe essere trasferito in Egitto. Sempre che il Governo israeliano trovi un accordo sui prigionieri di Hamas da liberare

    TRE ANNI DOPO – Gilad Shalit in Egitto entro pochi giorni. Questa la grande notizia che sta facendo sperare Israele. Il trasferimento del soldato israeliano nelle mani di Hamas dal 25 giugno 2006 avrebbe luogo in vista di uno scambio di prigionieri con lo stesso Hamas, e rientrerebbe nell’ambito dell’iniziativa americana, che coinvolge anche Egitto e Siria, volta ad aprire i valichi di Gaza da una parte e a promuovere una riconciliazione interna palestinese dall’altra. Già Jimmy Carter parlò un anno fa di un trasferimento di Shalit in Egitto, ma ai tempi questa eventualità non era nulla di più che un’idea personale dell’ex Presidente Usa. 

    IN CAMBIO DI CHI –  Secondo i piani di questo accordo, Shalit verrebbe “custodito” dall’intelligence egiziana, e nel frattempo potrebbe rivedere la sua famiglia. Egli potrà però fare ritorno in patria solamente dopo che il Governo israeliano avrà trovato l’accordo definitivo riguardante la lista di prigionieri di Hamas da liberare. Il nodo è delicato: Hamas insiste perché vengano liberati anche alcuni prigionieri “with blood on thier hands”, con le mani sporche di sangue, così come era stato approvato dal precedente gabinetto guidato da Olmert. Intanto, in settimana Israele ha liberato Sheikh Aziz, Speaker del Consiglio Legislativo Palestinese, detenuto nelle carceri israeliane da tre anni. Aziz è un leader di Hamas in Cisgiordania, e appartiene ad una delle frange più moderate di tale movimento.  

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    CHIUDETE GLI OCCHI – Il 25 giugno, nel terzo anniversario della cattura di Gilad, il padre Noam ha rivolto un accorato appello a Radio Army: “Chiedo ad ogni persona del Paese, uomo e donna, giovane e anziano, di chiudere gli occhi per tre minuti. Tre minuti soltanto; aspettate che passino tre minuti, e in quei minuti pensate a cosa sta vivendo Gilad, non per tre minuti, per tre ore o per tre giorni; lui sta aspettando nel buio, sta soffrendo fisicamente e mentalmente per la libertà che gli è stata tolta tre anni fa. 

     

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

    (Nella foto: Gilad Shalit col padre Noam)

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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