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    Nota ufficiale americana a Israele: aprite i valichi della Striscia di Gaza, non bloccate la ricostruzione. Il Governo israeliano dice no: prima vogliamo un segno che Shalit sia vivo. E Washington si arrabbia

     

     RICOSTRUIRE – L’amministrazione americana, tramite una nota diplomatica ufficiale, ha chiesto al Governo israeliano di aprire i passaggi di confine nella Striscia di Gaza, in modo di facilitare le operazioni di ricostruzione dopo la guerra dello scorso inverno.  

    ECCO PERCHE’ – Nel dettaglio, la nota richiede esplicitamente di permettere l’ingresso di cibo e medicinali. Seppure si siano registrate ultimamente aperture in tal senso da parte dell’amministrazione israeliana, questo non pare ancora sufficiente. In secondo luogo, appare necessario consentire il trasferimento di fondi e denaro dalla banche di Ramallah a quelle della Striscia di Gaza, per far fronte ai gravi danni provocati dalla guerra in tutta la Striscia. In terzo luogo, si richiede un apertura dei confini anche per altre tipologie di beni, per ricominciare attività di import-export che possano rilanciare l’economia locale. Vi è infine una menzione specifica per quanto riguarda ferro e cemento, elementi fondamentali per la ricostruzione. Gli Stati Uniti, a tal proposito, si impegneranno nello stabilire una supervisione internazionale, sotto l’egida dell’Onu, per assicurarsi che tali materiali siano utilizzati per la ricostruzione e non per rinforzare l’arsenale di Hamas.  

     

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    PRIMA GILAD –  Il Governo israeliano però lega a doppio filo le possibilità di concedere tali aperture con progressi nei negoziati per la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano nelle mani di Hamas da 1092 giorni. Tale condizione sta irritando non poco Washington: aprire i valichi solo nel momento in cui vi saranno nuove prove del fatto che Shalit sia in vita appare un atteggiamento poco costruttivo, che non porta ad alcun progresso.  

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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