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sabato 18 Settembre 2021

Ciad, la scomparsa di un Presidente

In breve

  • L’improvvisa scomparsa del presidente ciadiano Idriss Déby Itno potrebbe creare ulteriore instabilità nell’intera regione del Sahel.
  • In Ciad, la Francia conferma la sua indiscussa presenza e gli Stati Uniti espandono i loro interessi.
  • Il governo militare di transizione rischia di minare i processi democratici del continente.

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In 3 SorsiL’improvvisa scomparsa del Presidente ciadiano Idriss Déby Itno, a un giorno dalla rielezione per il suo sesto mandato, ha gettato il Paese nel caos e potrebbe creare ulteriore instabilità nell’intera regione del Sahel, minando consolidati equilibri e (nuovi) interessi internazionali.

1. LE ELEZIONI PRESIDENZIALI E LA SCOMPARSA DI DÉBY

Il 19 aprile, a pochi giorni dalla rielezione al primo turno per il suo sesto mandato (con circa l’80% dei voti), il Presidente Idriss Déby Itno è morto in un attacco ad opera del gruppo ribelle Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad (FACT). Déby, salito al potere nel 1990 con un colpo di Stato, ha governato il Ciad per ben 31 anni, contribuendo alla sicurezza nella regione del Sahel e favorendo più ampi interessi internazionali. A seguito della sua scomparsa, quello che sembra essere accaduto è un vero e proprio golpe. Nonostante l’art. 81 della Costituzione preveda che sia il Presidente dell’Assemblea nazionale ad assumere il potere e condurre il Paese verso nuove elezioni entro novanta giorni, la Carta è stata sospesa e la leadership è stata assunta da un consiglio militare di transizione, che ha designato il generale Mahamat Kaka, altrimenti noto come Mahamat Idriss Déby Itno, figlio di Déby, alla guida di un Governo di transizione per i prossimi diciotto mesi, fino a nuove consultazioni democratiche.

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Fig. 1 – La proclamazione dei risultati delle elezioni in Ciad, che hanno confermato la presidenza di Idriss Déby, 19 aprile 2021

2. FRANCIA E STATI UNITI

Nel quadro regionale e in quello più ampio geopolitico il Ciad occupa una posizione strategica nel Sahel e si distingue come partner cruciale per la lotta al terrorismo nell’intera regione. Infatti sostiene l’operazione militare francese Barkhané, ed è parte della forza congiunta G5 Sahel, l’alleanza militare tra Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger creata per combattere l’insurrezione jihadista in atto nell’area. L’esercito ciadiano è inoltre dispiegato in Nigeria e Niger, come membro della Multinational Joint Task Force (MNJTF) impegnata nella lotta all’insurrezione di Boko Haram e la cui sede generale si trova proprio a N’Djamena. La vicinanza francese al Paese è indiscussa, nonostante qualche colpo di scena: il Presidente Macron aveva infatti preannunciato lo scorso gennaio un ritiro parziale delle truppe francesi, dalla regione per poi tornare sui propri passi in febbraio durante il vertice del G5 Sahel tenutosi nella capitale ciadiana, riconfermando l’impegno militare francese. Da non sottovalutare è inoltre l’interesse degli Stati Uniti. Washington, che ha fatto della lotta al terrorismo la propria “guerra senza fine”, non può che guardare al Paese con interesse. Questa forse però non è l’unica ragione. Le voci della creazione di una base militare americana in Ciad, il sostegno americano alla transizione nel vicino Sudan, l’impegno nel porre fine alla guerra in Libia fanno pensare che gli Stati Uniti non guardino più al Ciad come a un’area di interesse esclusivo francese. Infatti il vacillare della Francia e il crescente interesse statunitense a riacquisire il ruolo di potenza mondiale potrebbero aprire la strada, forse sul lungo periodo, a una nuova egemonia statunitense, nella regione saheliana.

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Fig. 2 – La bandiera del Ciad sventola sul monumento di Place de la Nation a N’Djamena durante i funerali del Presidente Déby, 23 aprile 2021

3. TENDENZE INCOSTITUZIONALI

Le reazioni a livello internazionale a quanto accaduto nel Paese sono state varie. Subito dopo le condoglianze e un frettoloso riconoscimento del nuovo Governo di transizione, la comunità internazionale ha poi cambiato d’avviso, chiedendo che tale transizione avvenga in maniera inclusiva, spingendo per un esecutivo civile-militare quanto prima possibile. Forse è questa la lezione più importante che dobbiamo imparare dalla scomparsa di un Presidente e dalla quale partire. Ciò potrebbe forse dare una speranza per la democrazia nel continente africano, il quale ha assistito e continua ad assistere alla crescente insoddisfazione e disillusione della popolazione verso il processo democratico avallata da modifiche costituzionali ad hoc, un utilizzo delle elezioni per legittimare leader al potere a tempo indeterminato e colpi di Stato costituzionali.

Veronica Frasghini

N.d.A. – Le opinioni espresse nel presente documento sono quelle dell’autrice e non riflettono necessariamente le opinioni delle Nazioni Unite.

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Veronica Frasghini
Veronica Frasghini

Classe 1988, nata e cresciuta a Roma, laureata in Scienze Politiche per la Cooperazione allo Sviluppo presso La Sapienza. Da sempre appassionata di politica internazionale mi interesso principalmente di Elezioni e processi di democratizzazione in Africa. Nostalgicamente amante della politica italiana dei tempi andati. Ho lavorato per diversi anni tra Khartoum, Bangui e in diversi paesi del continente africano e attualmente vivo e lavoro a New York.

 

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