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    L’esproprio delle terre in Sudafrica: un provvedimento atteso?

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    Il Parlamento del Sudafrica ha approvato il disegno di legge sull’espropriazione della terra. Il provvedimento cercherà di accelerare il processo di redistribuzione della terra per riequilibrare i rapporti di proprietà ineguali che hanno visto l’accentramento delle risorse nelle mani della popolazione bianca durante l’apartheid. Ma la proposta raccoglie anche molte critiche.

    LA LEGGE – Il disegno di legge sull’espropriazione della terra, approvato il 26 maggio dal Parlamento sudafricano, è ora al vaglio di Jacob Zuma. Se il Presidente firmerà la legge si porranno le basi per affrontare uno dei principali problemi irrisolti del Paese. O forse no. La legge andrà a sostituire l‘Expropriation Act del 1975, permettendo allo Stato di espropriare, per interesse pubblico e previo pagamento di un indennizzo, territori di proprietà privata. Il provvedimento va inserito in un quadro giuridico e programmatico che cerca di porre rimedio a più di vent’anni di politiche fallimentari di restituzione e redistribuzione della terra volte a riequilibrare una ripartizione razzializzata delle risorse, con circa l’87% della terra nelle mani di bianchi e coloured.

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    Fig. 1 – Il Presidente sudafricano Jacob Zuma. A lui spetta la firma della legge

    LE NOVITÀ – Il percorso che ha portato alla proposta di legge ha visto sotto attacco l’approccio che ha regolato fino ad adesso la redistribuzione della proprietà terriera: il principio del willing buyer, willing seller. All’indomani della fine dell’apartheid, sotto la spinta della Banca mondiale e di diverse élite interne, il Sudafrica ha abbracciato un approccio fortemente orientato al mercato, che, nelle riforme della proprietà terriera, è esemplificato proprio dal principio ora sotto accusa. Infatti il concetto di venditore consenziente ha finito per proteggere gli interessi dei grandi proprietari terrieri, che hanno potuto vendere le proprie proprietà a prezzo di mercato senza alcuna ingerenza da parte dello Stato. Il ruolo di quest’ultimo era relegato a quello di facilitatore dei meccanismi del libero mercato, fornendo ai compratori i finanziamenti che avrebbero dovuto rendere più semplice la transazione. Tale meccanismo non poteva però funzionare in un mercato distorto da relazioni di classe così radicalizzate ed esacerbate da anni di segregazione e politiche discriminatorie. Il finanziamento statale non poteva colmare le differenze di reddito tra i proprietari e gli eventuali acquirenti, e questa mancanza di forza sul mercato è resa palese dai dati sulla redistribuzione, che vedono solo il 4% di terra passare nelle mani dei cittadini neri nel 2005 e il 7,2% nel 2011.  L’expropriation bill introduce la mediazione di un giudice di nomina governativa al quale è affidato il compito di determinare l’ammontare della compensazione. È inoltre prevista la possibilità, per i proprietari coinvolti in tali provvedimenti, di fare ricorso in tribunale qualora non fossero soddisfatti della somma stabilita.

    LE CRITICHE – Nonostante la volontà manifesta di muovere il Paese verso una distribuzione più equa delle ricchezze, molte sono le critiche che sono state mosse alla proposta legislativa. La Democratic Alliance (DA), partito all’opposizione, denuncia la poca chiarezza dei termini utilizzati nella proposta, che possono quindi facilmente essere manipolati. Si parla, infatti, di proprietà senza uno specifico rimando alla terra, lasciando quindi spazio alla possibilità di espropriare anche beni mobili come azioni e proprietà intellettuale. Altro problema della proposta è il sospetto di incostituzionalità che è stato sollevato da alcuni studiosi. La Costituzione sudafricana cerca una posizione di compromesso tra l’esigenza, soprattutto del capitalismo bianco, di salvaguardare i diritti di proprietà e l’esigenza di una riforma che permetta sia la restituzione delle terre sottratte ai neri durante il regime dell’apartheid, sia la redistribuzione dei terreni agricoli per una più equa partizione delle risorse. La possibilità di espropriare proprietà per il pubblico interesse è quindi prevista dalla Costituzione, ma i critici della nuova legge contestano il rischio di un eccessivo margine di arbitrarietà del Governo e un’impossibilità effettiva di opporsi alla decisione a causa degli alti costi di accesso al ricorso in giudizio.

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    Fig. 2 – Il busto di Nelson Mandela di fronte al Parlamento sudafricano

    RIALLOCARE OLTRE LE DIFFERENZE DI GENERE, RAZZA E CLASSE – L’amministratore delegato del South African Institute of Race Relations, John Kane-Berman, ha sottolineato come, in un periodo di rapida urbanizzazione, l’enfasi sulla riforma agraria sia del tutto ingiustificata. Secondo Kane-Berman la terra non è la soluzione alla povertà, l’ineguaglianza e la disoccupazione come sostenuto dall’ANC. La redistribuzione della terra, però, è un argomento tutt’altro che superato. Infatti la percezione diffusa tra i sudafricani di aver compiuto una transizione incompleta verso la democrazia trova origine proprio nello stretto legame tra espropriazione della terra e perdita della cittadinanza che ha caratterizzato il periodo dell’apartheid. Con la creazione dei Bantustan nel 1959 il Governo dell’apartheid negava ufficialmente la cittadinanza ai neri sudafricani, considerati cittadini dei territori creati appositamente per loro e riconosciuti solo come forza lavoro temporanea. L’esproprio delle terre coincideva con la cessazione di ogni diritto politico e sociale. In questo quadro, l’apertura alla democrazia e il riconoscimento dei diritti connessi alla cittadinanza deve quindi necessariamente culminare nella restituzione delle terre perdute. È questo il motivo per cui la questione della terra resta uno degli argomenti caldi della politica sudafricana e torna al centro delle discussioni con l’avvicinarsi delle tornate elettorali, come accade adesso che l’ANC si prepara ad affrontare le elezioni provinciali. Ma l’errore sta nel voler ridurre la questione della terra alla sola esigenza di una distribuzione più equa dei terreni agricoli. Una politica sulla terra che voglia essere davvero incisiva non può prescindere dalla sua dimensione urbana: accesso all’housing e agricoltura urbana, ma anche occupazione e servizi di base. Una visione più ampia che tenga conto di questi aspetti sembra fondamentale per evitare un approccio alla città che depotenzi le rivendicazioni dei cittadini riducendole alla semplice richiesta di erogazione di servizi. Un approccio più complesso alla politica sulla terra, infatti, permette di riconoscere che la richiesta di una redistribuzione abbia il fine ultimo di mettere in crisi gli equilibri di potere del Paese, contestando non solo le relazioni tra bianchi e neri, ma anche quelle tra uomini e donne (queste ultime spesso escluse dall’accesso alle risorse), nonché tra cittadini a basso e alto reddito. In questa ottica la proposta normativa dell’ANC può fornire un quadro utile, ma sicuramente non esaustivo.

    Marcella Esposito

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Nonostante le rassicurazioni degli esperti sull’eventualità che il Governo possa mettere in atto una confisca arbitraria e violenta delle terre dei bianchi, replicando la disastrosa riforma agraria dello Zimbabwe, resta comunque alta l’attenzione sulle possibili violazioni dei diritti umani. Per approfondire la storia della riforma agraria nello Zimbabwe vedi il report di Human Rights Watch. [/box]

    Foto: Mabacam

    Marcella Esposito

    Laureata in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa, da anni mi occupo dello studio della situazione socio-politica in Africa Orientale e in particolare della Tanzania, paese che amo e che ho potuto conoscere in profondità grazie ai miei viaggi e alla conoscenza della sua splendida lingua, il swahili. Mi interesso di governance urbana, informalità e sviluppo locale, ma anche di come identità di genere, razza e classe si interfacciano nel contesto dell’Africa sub-sahariana. Per il Caffè Geopolitico mi occupo di Africa Meridionale.

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