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sabato 18 Settembre 2021

Il ruolo dell’acqua nella guerra civile siriana

In breve

  • La siccità siriana del 2006-2010, la peggiore in novecento anni, ha innescato una crisi umanitaria, migrazioni interne e malnutrizione nel Paese.
  • L’uso non sostenibile dell’acqua, dedicata per lo più all’agricoltura, sta esaurendo le risorse idriche disponibili nel Paese.
  • Il cambiamento climatico aumenta la probabilità di conflitti in contesti vulnerabili ed è considerato un fattore contribuente della guerra civile.
  • I fallimenti del Governo nel settore idrico e la generale indifferenza istituzionale verso le conseguenze della siccità hanno alimentato il malumore alla base della crisi siriana.

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AnalisiAlcune interpretazioni della guerra civile siriana riconoscono tra i fattori scatenanti del conflitto le risorse idriche, in particolare la loro mala gestione da parte del Governo. A questo si uniscono la siccità che ha colpito il Paese tra il 2006 e il 2010 e il presunto ruolo del cambiamento climatico.

LA SICCITÀ DEL 2006-2010  

La siccità è una componente strutturale del clima semi-arido che caratterizza la Siria, con grandi variazioni in termini di precipitazioni tra la costa del Mediterraneo a ovest e l’area desertica a est, che ricopre il 54% del territorio. Questo significa che il Paese vede regolarmente alternarsi anni umidi e anni secchi. Tuttavia sembra che tra il 2006 e il 2010 la Siria abbia vissuto la più grave siccità nell’arco di novecento anni. Una situazione alla quale potrebbero seguire altri eventi simili dovuti al cambiamento climatico. Sulla base di alcuni modelli, infatti, gli scienziati prevedono siccità più frequenti e più severe con precipitazioni meno prevedibili.
Secondo un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari la siccità siriana ha colpito soprattutto le aree a nord-est, in particolare i governatorati di Al Hassakeh, Deir el-Zor e al-Raqqa, dove la media delle precipitazioni è scesa fino al 66% tra il 2007 e il 2009. Queste condizioni climatiche hanno giocato un ruolo diretto nel deterioramento dell’economia siriana e nell’esplosione di una crisi umanitaria che i Paesi vicini come Iraq, Israele, Giordania, Libano e Palestina, anch’essi colpiti dalla siccità, non hanno vissuto. In Siria la siccità sembra aver coinvolto 1,3 milioni di persone, di cui 800mila in modo grave. Questa situazione avversa ha accelerato l’aumento della povertà e spinto grandi porzioni della popolazione – il 17% – in estrema insicurezza alimentare a causa della persistente perdita dei raccolti. Le scarse piogge hanno infatti dimezzato la quantità prodotta, obbligando la Siria a importare il frumento per la prima volta in 15 anni. Intere famiglie – circa 65mila – sono state costrette ad abbandonare le loro terre e migrare verso le città alla ricerca di lavoro, stabilendosi in tendopoli illegali nei pressi di Damasco e Aleppo, e diventando così degli sfollati interni.

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Fig. 1 – Un villaggio nella regione di Al Hassakeh colpita dalla siccità, giugno 2010

LE GESTIONE DELLE RISORSE IDRICHE NELLA REGIONE MENA E IN SIRIA

La regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) è particolarmente soggetta all’uso non sostenibile dell’acqua, destinata principalmente al settore agricolo. La condizione comune di scarsità idrica in quest’area è esacerbata dal progressivo esaurirsi delle risorse sotterranee e superficiali a causa del loro sfruttamento eccessivo. Vista la disponibilità idrica di un sesto rispetto alla media globale, lo sviluppo di una strategia regionale per una corretta gestione dell’acqua diventa essenziale. Una necessità attualmente impraticabile, vista la mancata volontà di condivisione delle informazioni tra le diverse parti.
La Siria, sin dagli anni Cinquanta, si è concentrata sulla costruzione di dighe e su progetti di irrigazione nel nord-est del Paese. Tuttavia un’inarrestabile voglia di aumentare la produzione agricola e, di conseguenza, espandere il sistema di irrigazione per coprire maggiori superfici, se combinate alla corruzione generale e alla fallimentare applicazione delle normative, ha portato al limite le risorse disponibili allo stato naturale. All’agricoltura viene destinato il 90% dell’acqua nel Paese, che è distribuita con poca efficienza, causando molte perdite e rendendone impossibile il riutilizzo – sembra, infatti, che l’82% delle acque di scarico non venga riciclato. Inoltre il 60% della superficie coltivata viene irrigata con le acque sotterranee, estratte a un ritmo insostenibile. Questo utilizzo incontrollato e la continua espansione dei terreni agricoli hanno provocato un deficit idrico che tenta di essere tamponato con l’ausilio di bacini di riserva e con le acque sotterranee. Le coltivazioni che non vengono irrigate tramite questi metodi sono sostenute dalle acque piovane, che tuttavia rendono il sistema estremamente vulnerabile agli shock climatici e di conseguenza risulta poco produttivo.

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Fig. 2 – Bambini siriani raccolgono l’acqua nel nord-est della Siria.

IL RUOLO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO NEL CONFLITTO

Recenti analisi hanno suggerito l’esistenza di un nesso tra cambiamento climatico e conflitti. Per questo motivo, la relazione tra la crisi siriana e le questioni idriche nella regione hanno acceso l’interesse dei ricercatori. Ad oggi, tuttavia, non esiste alcuna evidenza scientifica che provi la diretta correlazione tra questi fattori, ma si può parlare di cambiamento climatico in termini di “threat multiplier”, ossia moltiplicatore di minacce. Questo significa che potrebbe contribuire ad amplificare le tensioni sociali, economiche e politiche in zone vulnerabili, diventando un fattore di stress aggiuntivo. Nel caso della Siria, la dura siccità che ha avuto luogo tra il 2006 e il 2010 è considerata tra i fattori contribuenti della guerra civile, scoppiata nel 2011. Non si può di certo affermare che il cambiamento climatico per sé abbia scatenato la rivolta. Tuttavia, è un fattore da tenere in considerazione in un contesto altamente caratterizzato da diseguaglianze sociali ed economiche e da corruzione politica. In particolare, la siccità che ha colpito il nord-est del Paese ha innescato una dinamica migratoria e una conseguente crisi umanitaria cha hanno contribuito ad accrescere le tensioni all’interno della società che sono poi esplose nel conflitto.

D’altra parte, però, enfatizzare il ruolo del cambiamento climatico nella catena di eventi che hanno portato all’insurrezione contribuisce a rafforzare la narrativa adottata dallo stesso governo di Assad che ha cercato di giustificare l’aggravarsi della situazione nel contesto più ampio della crisi finanziaria e alimentare globale e del cambiamento climatico. In questo modo il regime ha presentato la Siria come una vittima di fattori esterni e catastrofi naturali fuori dal proprio controllo al fine di nascondere i propri fallimenti: il cambiamento climatico è diventato così il capro espiatorio del regime.

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Fig. 3 – Donne siriane lavorano nei campi colpiti dalla siccità

I FALLIMENTI DEL REGIME

L’immobilità del settore idrico non permette una vera riforma e una possibile modernizzazione dell’attuale inefficiente sistema di gestione delle risorse nel Paese. Dal momento che l’acqua viene considerata come una risorsa strategica che riguarda la sicurezza nazionale, il dibattito sulla sua gestione è diventato un tabù. Questo comporta una chiusura a livello politico che provoca l’impossibilità di generare dati affidabili e impiegare un capitale umano formato per sviluppare piani strategici su larga scala. È la persistenza di una realtà rigida e immutata, la rivalità tra governatorati e la mancanza di dati affidabili che hanno permesso uno sfruttamento eccessivo delle risorse idriche e generato crescente povertà tra le comunità rurali.
Alla luce di ciò, nel contesto delle cause che hanno portato alla guerra, maggiore attenzione dovrebbe essere dedicata all’eredità di politiche istituzionali che hanno distribuito le risorse idriche in modo non equo e non sostenibile, aumentando la vulnerabilità della popolazione agli effetti della siccità. In particolare l’indifferenza generale del Governo per le conseguenze sociali, economiche e umanitarie delle sue politiche idriche, il tentativo di minimizzare e nascondere la crisi e il fallimento di proteggere le comunità rurali hanno contribuito alla perdita di fiducia nelle Autorità e a creare una ostilità diffusa, che hanno alimentato la crisi siriana. L’incapacità del Governo di comprendere e affrontare una crisi umanitaria ed ambientale che aveva radici ben radicate nel passato del Paese è stato uno tra i fattori determinanti nella trasformazione del malumore diffuso in proteste violente.
Sebbene l’avvento di una straordinaria siccità nel 2006 prolungatasi fino al 2010 e una lunga storia di cattiva gestione delle risorse idriche abbiano avuto un ruolo rilevante nell’esasperazione di preesistenti tensioni, è bene ricordare che la guerra civile siriana dovrebbe essere interpretata in un contesto molto più ampio di fattori sociali, economici, demografici e politici che ne hanno determinato il principio. 

Elisa Boscolo Anzoletti 

IMG_6982” by Mustafa Khayat is licensed under CC BY-ND

Elisa Boscolo Anzoletti
Elisa Boscolo Anzoletti

Nata nel 1997. Laureata in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ho trascorso un semestre in Germania grazie al programma Erasmus. Ora specializzanda in Comparative International Relations, mi interesso in particolare di tematiche ambientali, diritti umani e movimenti sociali.

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