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mercoledì 15 Luglio 2020
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    Pyongyang: un ritorno col botto

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    L’11 Febbraio la voce della Corea del Nord si è fatta sentire con un boato. A nord-est del Paese, infatti, si è concluso il test che ha visto la detonazione del terzo ordigno nucleare nordcoreano. E Giappone e Corea del Sud non stanno a guardare…

     

     

    LASCIA O RADDOPPIA – Secondo i dati raccolti dal network CTBTO (Comprehensive Test-Ban Treaty Organization), l’organizzazione internazionale preposta alla scoperta e monitoraggio dei test nucleari in virtù dell’omonimo trattato, il recente test nucleare nord coreano ha rivelato una potenza doppia rispetto a quello precedente del 2009 e surclassa di misura il primo test del 2006. Preoccupazione e condanne ufficiali hanno fatto seguito agli eventi. L’esperimento, che segue il lancio di prova di un satellite nel dicembre 2012, alza i toni del riarmo asiatico, creando sia opportunità strategiche che criticità.

     

    TANTO FUMO, POCO ARROSTO – Soprattutto per il popolo (che non lo assaggia da un bel po’!). Il programma missilistico non è certamente indicativo dello sviluppo del Paese. La popolazione nord coreana versa in condizioni di miseria ed indigenza. Il costoso programma missilistico ha privato il Paese delle risorse necessarie per le riforme strutturali più importanti. Oltre al programma in sè, però, la rovinosa situazione interna è dovuta al pesante embargo internazionale. Dal 2009 i vitali aiuti statunitensi, prima abbondanti, sono venuti meno. L’errore strategico di Kim Jong-un è costato caro ed anche la Cina ha risposto duramente sia politicamente che economicamente, tagliando a sua volta gli aiuti. La condanna cinese è tutt’altro che ideologica, la Corea del Nord ha favorito il riarmo in Asia, e a farne le spese è proprio la Cina. Sebbene la possibilità concreta che Pyongyang sia in grado di gestire e lanciare un missile balistico nucleare sia ancora remota, la politica militarista di Kim Jong-un è sufficiente a giustificare i programmi anti-missile giapponesi, sud coreani e statunitensi e dare loro il necessario consenso sia interno che internazionale.

     

    IL GIAPPONE LEVA LO SCUDO (AMERICANO) – La reazione giapponese è immediata, la condanna delle attività nucleari è solo l’ultimo tassello delle contromisure messe in atto dal governo per rassicurare il Paese. Già a Dicembre la difesa anti-missile nipponica era stata dispiegata al completo in occasione del lancio missilistico. Analoga allerta nei giorni scorsi. Il pericolo reale era minimo, ma la minaccia è abbastanza significativa nel medio termine per dar vita ad una imponente “parata militare” internazionale, in cui tutti i contendenti mostrano i muscoli. Infatti, l’ombrello difensivo statunitense ha già cominciato ad aprirsi, ed in chiave apertamente anti-coreana. Nei mesi scorsi la natura della collaborazione militare tra Stati Uniti e Giappone è stata rivista, in particolare in merito allo scudo antimissile proposto dagli Stati Uniti, di cui il Giappone ospita già parte del sistema di early warning. La Cina non ha molto gradito, vedendo nello scudo americano il diretto contraltare al proprio sistema missilistico DF-21D “Carrier Killer”, concepito appunto per annichilire i gruppi navali a stelle e strisce. Sospetto alimentato peraltro da nuove installazioni radar a Leshan, in Taiwan. Per questo motivo il Giappone, nonostante la risolutezza del primo ministro Abe e le dichiarazioni forti che hanno accompagnato la disputa Diaoyu/Senkaku, non voleva assumere una posizione diretta in merito e avrebbe preferito mantenere un assetto difensivo credibile ma non minaccioso. A conti fatti, quindi, il test nucleare appena terminato semplifica il rischieramento americano in Giappone e l’installazione della rete radar in programma. Certo, non è un buon motivo per gioire, visto l’aspetto bellicoso nord coreano, ma Kim Jong-un ha appena fornito a Giappone e Stati Uniti un ottimo alibi per proseguire il programma antimissile. Ricordiamo che in autunno il governo Abe ha aumentato, per la prima volta dal 2001, il bilancio della difesa (+2%) e buona parte dell’extra-stanziamento verrà speso per aumentare le capacità di difesa antibalistica.

     

    … SEOUL SGUAINA LA SPADA – Negli ultimi anni la Corea del Sud ha fatto un salto di qualità nella produzione di sistemi d’arma ad alta sofisticazione. Nonostante le componenti ad alto contenuto tecnologico provengano ancora in larga parte da Paesi terzi, Stati Uniti in testa, il  livello di sofisticazione raggiunto ha consentito a Seoul di mettere in campo assetti pregiati come i cacciatorpediniere KDX-III, equipaggiati con il sistema anti-missile AEGIS di concezione statunitense. Dello stesso sistema sono dotate anche le analoghe unità giapponesi, facendo dell’AEGIS la panacea delle marine asiatiche filo-americane. Ma Seoul non si accontenta, la contiguità territoriale con la Corea del Nord è molto sentita. Così il 14 Febbraio, in risposta alla provocazione dei cugini del nord, ufficiali sud coreani hanno dichiarato di essere in possesso di un nuovo missile balistico, i cui dati sono ancora classificati, che viene descritto come capace di colpire qualunque punto del suolo nord coreano. Niente scudo quindi, ma un fendente di rimando che colpisce direttamente l’orgoglio di Kim Jong-un, il cui vacillante programma missilistico/spaziale è stato immediatamente adombrato da questo piccolo colpo di scena.

     

    Kim Jong-un visto dal vignettista Cardow.
    Kim Jong-un visto dal vignettista Cardow. Fonte: The Ottawa Citizen

    UN DUELLO D’ALTRI TEMPI? – Il duello con spada e scudo è un combattimento d’altri tempi, affascinante ma pur sempre passato. La corsa agli armamenti, che caratterizza da qualche anno i programmi politici dei protagonisti del teatro asiatico, appare a prima vista come parte di un confronto “vecchio stile”. Nell’Est Asiatico alcune dinamiche tipiche delle relazioni internazionali classiche, fatte di rapporti di potenza e competizione, sembrano ancora essere vivide e attuali. Alcuni analisti leggono in questi eventi un ritorno alle logiche della Guerra Fredda. Tuttavia i cultori del revival rimarranno delusi. A parte la crescita delle spese militari, tanti sono i fattori che rendono la competizione asiatica sui generis e decisamente lontana da modelli appartenti al passato, al pari del caro vecchio duello. Per prima cosa, il confronto nella regione è di natura multipolare, non ci sono blocchi contrapposti, nè ideologie politiche estreme. L’interdipendenza economica tra tutti gli attori coinvolti crea un gioco nuovo, non più basato sul numero di cannoni. Kim Jong-un, che ha provato ad uscire fuori dal coro e tentare la carta dell’autarchia, è rimasto isolato politicamente, povero economicamente e ancora (relativamente) debole militarmente, nonostante gli sforzi. Così, mentre Cina e Stati Uniti si affrontano a colpi di cyber attacks, altra novità assoluta che rivoluziona il campo di battaglia e le sue logiche, la Corea del Nord aspira ad un ruolo che non esiste più nelle dinamiche della regione. Per questo ed altri motivi, l’eventuale capacità nucleare coreana è oggi ampiamente condannata e osteggiata.

    Marco Giulio Barone
    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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