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    Brasile, il controllo del traffico degli stupefacenti dietro alle rivolte carcerarie

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    Con decine di morti brutalmente assassinati all’interno degli istituti di detenzione del Nord del Paese, è ricominciata la guerra tra bande rivali per la spartizione degli interessi economici legati alle nuove tratte della droga verso gli Stati Uniti. Le rivolte carcerarie seguono gli sviluppi della criminalità. 

    STUPEFACENTI E RIVOLTE CARCERARIE – Circa 130 sono i detenuti uccisi nelle carceri brasiliane in quella che sembrerebbe essere una guerra tra bande per il controllo di interessi economici legati al traffico di droga. Le rivolte carcerarie sono cominciate il 2 gennaio nel complesso penitenziario Anisio Jobim di Manaus, nello Stato di Amazonas, nel Nord del Paese. Quando le Autorità sono riuscite a riprendere il controllo hanno trovato circa 60 cadaveri barbaramente assassinati. La stessa scena si è poi ripetuta 5 giorni più tardi, a Boa Vista, ancora più a Nord, nello Stato di Roraima, quasi al confine con il Venezuela, dove una trentina di detenuti sono stati altrettanto brutalmente uccisi in seguito ad una violenta rivolta che ha insanguinato le celle.

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    Fig.1 – Carcere minorile brasiliano

    IL CONTROLLO DEGLI STUPEFACENTI – Si tratta di una guerra tra due cartelli della droga, rispettivamente appartenenti alla Familia do Norte (FDN) e al Primeiro Comando da Capital (PCC) che nelle carceri hanno uomini e centrali operative. Una guerra, quella tra FDN e PCC, che pare essere ripresa dopo la tregua in occasione dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del 2016.
    Altri 5 cadaveri sono stati poi ritrovati l’8 gennaio in un altro penitenziario vicino Manaus e ancora 27 detenuti sono stati massacrati il 14 gennaio in un istituto carcerario di Rio Grande do Norte, a Nord-Est.
    Il  fatto che la guerra tra bande rivali si combatta attraverso rivolte carcerarie negli istituti del Nord del paese, secondo gli analisti, fa pensare agli interessi geo-strategici  legati alle nuove rotte del narcotraffico verso gli Stati Uniti, rotte alternative al cosiddetto Narcosur, ovvero l’asse Colombia-Messico-Caraibi. Tra le due bande, sarebbe il PCC a condividere con i colombiani e i messicani il controllo della droga proveniente dal “Cono Sur”, cioè dalla parte più meridionale dell’America Latina (Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Sud del Brasile). I governi americani hanno adottato negli anni misure per la lotta al commercio di sostanze stupefacenti (Piano Merida, Beyond Merida), piani che però, hanno spinto i narcotrafficanti a sperimentare nuove rotte. L’America Centrale, per esempio, e in particolare l’Honduras, è diventata la nuova base di smistamento del prodotto che poi viene trasportato illegalmente verso le grandi città del Nord America. Quindi a poco servirebbe il muro che il neoeletto Presidente USA Donald Trump ha dichiarato di voler erigere sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti. El Chapo, il narcotrafficante messicano noto come Joaquìn Guzmàn, scrive (o fa scrivere) in un tweet dalla sua cella in Messico che: “Il muro non è un problema, lo distruggo, ci salto oltre o ci passo sotto”.

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    Fig.2 – Un’immagine della cattura del “Chapo”

    BRASILE, PROBLEMATICHE CARCERARIE – Tra le cause delle rivolte di questi ultimi giorni, oltre alla guerra per il controllo del territorio, ci sono problemi strutturali del sistema penitenziario brasiliano. Con oltre 620.000 detenuti, il Brasile si trova al quarto posto nella classifica mondiale di popolazione carceraria (al primo posto gli Stati Uniti con circa 2.220.000; al secondo la Cina con 1.650.000; al terzo la Russia con 640.000), ma con una capienza complessiva di 372.000 posti in circa 1.500 centri detentivi. Insomma, un affollamento che spesso fa crescere la tensione all’interno delle carceri e che favorisce la nascita di gruppi che sfruttano i detenuti, chiedendo denaro anche per i più elementari bisogni umani come il cibo, i medicinali e la possibilità di fare una doccia, fino addirittura a riscuotere per permettere ad un detenuto di dormire.
    Le guardie carcerarie sono troppo poche e male equipaggiate per tenere sotto controllo la situazione così che spesso lasciano che all’interno delle carceri le regole siano dettate dai detenuti stessi. Quello che succede là dentro sembrerebbe non essere un problema del Governo, anche se – proprio alla fine dello scorso anno – è stato annunciato lo stanziamento di 1,2 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi istituti e la modernizzazione dell’intero sistema penitenziario, investimenti che dovrebbero servire per ridurre il cronico problema del sovraffollamento delle carceri.

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    Fig.3 – Il ministro della giustizia di Brasilia, Alexandre de Moraes

    Non solo per modernizzare, ma anche per umanizzare le condizioni dei detenuti”, ha dichiarato Alexandre Parola, il portavoce del Presidente Temer. Lo stesso Ministro della Giustizia del governo brasiliano, Alexandre de Moraes, lo scorso ottobre aveva già anticipato la necessità di cambiamenti della legge, in particolare sul numero di detenuti. Secondo il Ministro circa la metà dei carcerati non avrebbe commesso un crimine serio, al contrario le attuali leggi permetterebbero a coloro che hanno commesso gravi delitti oppure che sono appartenenti ad organizzazioni criminali di scontare solamente un sesto della pena in prigione per poi essere trasferiti ad un regime di detenzione più leggero.

    Dario Urselli

    [box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

    “Si dice che uno non conosce davvero un paese finché non è stato nelle sue carceri. Un paese non dovrebbe essere giudicato da come tratta i suoi cittadini più in alto, ma quelli più in basso”, Nelson Mandela.[/box]

    Foto di copertina di André Gustavo Stumpf rilasciata con licenza Attribution License

    Dario Ursellihttps://ilcaffegeopolitico.net/

    Nato in Liguria nel 1974, papà di Viola e di Leonardo, laureato in Scienze Politiche. Troppo curioso per rimanere sempre fermo, sostiene gli esami all’Università di Genova e alla Oxford Brookes University durante il Programma Erasmus; la tesi in Geografia Politica ed Economica (“Turismo: passaporto per lo sviluppo?”) ha visto la luce alla University of Edinburgh; a Nizza studia la lingua francese. In attesa di trovare ispirazione nel mondo del lavoro, frequenta un Corso di Perfezionamento in Cooperazione Economica, Politica e Sociale allo Sviluppo e successivamente il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo Ambientale “Laura Conti”. Una piccola cooperativa di servizi turistici lo ospita per dieci anni di lavoro, mentre attualmente gestisce con la famiglia un’impresa agrituristica nell’entroterra ligure. Nei tranquilli mesi invernali studia Fotografia – una passione di gioventù – e frequenta il corso di Laurea Magistrale in Geografia e Processi Territoriali all’Università di Bologna. Senza pregiudizi e preconcetti cerca di capire le trame che muovono gli eventi globali e descrive le situazioni umane, sperando di suscitare un sussulto nel lettore. Scrive per Il Caffè Geopolitico dal gennaio del 2017.

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