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    Trump: rispettati dagli alleati, temuti dagli avversari – Parte I

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    Puoi leggerlo in 4 min.

    La postura che Donald Trump terrà in politica estera è difficilmente prevedibile, soprattutto per quanto concerne il Vecchio Continente. A fronte di messaggi duri nei confronti dei partner europei, infatti, Trump ha mostrato un atteggiamento più ambiguo verso la Russia, prospettando un nuovo reset che ha messo in allarme policy maker e analisti sulle due sponde dell’Atlantico

    TRUMP ETERODIRETTO – Una delle tematiche più discusse e controverse connesse all’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca è la presunta simpatia nei riguardi della Russia (e, soprattutto, del suo Presidente), insieme al suo impatto sulle elezioni americane e sulla possibile evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti da una parte e Russia, Unione Europea e NATO dall’altra.
    La questione è emersa fin dalle prime fasi della corsa alla Casa Bianca, sia negli USA sia tra gli alleati europei. Durante la campagna elettorale, infatti, Trump ha più volte espresso posizioni ritenute pericolose per la tenuta dei rapporti transatlantici – oltre che destabilizzanti a livello della grand strategy americana nel suo complesso. Nei confronti della NATO, ad esempio, il Presidente ha mostrato un certo scetticismo. Ha etichettato l’Alleanza come obsoleta, perché non si occupa di contrastare la minaccia proveniente dal terrorismo di matrice islamica e gli alleati non contribuiscono a sufficienza. In aggiunta, Trump è arrivato a mettere in dubbio l’automaticità dell’articolo 5 – mutua assistenza in caso di attacco – nei confronti dei Paesi che non rispettano gli impegni economici presi (vedi Un Chicco in più). Tale posizione, per la sua capacità di fare vacillare il sistema di sicurezza euro-atlantico, ha suscitato abbondanti critiche tra analisti e policy maker occidentali.
    In aggiunta, Trump ha fin dal principio manifestato la volontà di riavvicinare, se possibile, Washington e Mosca, ritenendo quest’ultima essenziale per la risoluzione di alcune questioni regionali – sopra tutte i conflitti in Ucraina e Siria. I collegamenti tra alcune persone nell’entourage del Presidente e la Russia, poi, hanno sollevato un coro di voci preoccupate e critiche, che hanno da un lato contribuito ad alimentare il già infuocato clima e, dall’altro, spinto alle dimissioni il chairman della campagna di Trump – Paul Manafort – per la consulenza da lui prestata a un partito filorusso ucraino. Oltre a ciò è stata condotta una dura campagna nei confronti di Michael Flynn – ex generale statunitense e consulente personale di Trump – per la sua posizione conciliatoria verso la Russia e per la sua apparizione a una cena di gala insieme a Vladimir Putin. In seguito alla vittoria di Trump e al montare della preoccupazione per le azioni russe nel campo cibernetico, si è innescato un processo che ha spinto a interpretare ogni affermazione o scelta del Presidente nell’ottica della volontà di avvicinamento con Mosca. Le nomine di Rex Tillerson (Segretario di Stato) – critico nei confronti delle sanzioni alla Russia durante la sua permanenza alla Exxon Mobile – e di Michael Flynn (National Security Advisor) nella nuova amministrazione, ad esempio, sono state viste come la conferma di tale volontà. Ma l’atteggiamento a tratti conciliatorio verso Mosca e Putin ha alimentato la spirale della critica. Trump, infatti, ha ripetutamente attaccato l’intelligence per i report dei servizi segreti sulle attività russe (volte a danneggiare l’immagine di Hillary Clinton) e si è mostrato restio verso il riconoscimento delle responsabilità russe nell’hackeraggio del DNC (Democratic National Committee).

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    Fig. 1 – Donald Trump saluta la folla durante la Republican National Convention, 21 luglio 2016

    L’ALTRO LATO DELLA MEDAGLIA – Esagerazioni mediatiche, preoccupazioni lecite, scarso peso assegnato ai vincoli geostrategici e comunicazione talvolta ambigua da parte dello stesso Donald Trump hanno orientato numerosi commentatori e analisti verso la convinzione dell’ineluttabilità di una prossima apertura a Mosca. L’elevato livello di conflittualità inerentemente a tale tematica, però, ha innescato un processo di confirmation bias (vedi Un chicco in più), rendendo difficile l’elaborazione di uno schema più olistico e meno partigiano. Esistono numerose variabili e contingenze, infatti, che spingono verso un’analisi più cauta della futura postura statunitense. Nello specifico, almeno quattro si mostrano cruciali per poter delineare con un maggiore grado di accuratezza tale ipotetica postura:

    • posizionamento del partito Repubblicano in merito alla questione;
    • composizione della squadra di Governo;
    • imperativi geostrategici difficilmente aggirabili;
    • ostilità dell’Unione Europea al riavvicinamento tra Mosca e Washington.

    Negli articoli di approfondimento successivi verrà dato risalto alle suddette variabili al fine di presentare una visione più equilibrata dei possibili futuri quattro anni di Donald Trump. In particolare, sarà sottolineato come, nonostante la retorica da campagna elettorale, difficilmente la nuova amministrazione riuscirà a ottenere un sostanziale miglioramento dei rapporti con la Russia.

    Simone Zuccarelli

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    • Al 2016, risultano solo cinque su ventotto i Paesi che rispettano le linee guida NATO in merito alle spese nella difesa, fissate almeno al 2% del PIL: Stati Uniti (3,61%), Grecia (2,38%), Regno Unito (2,21%), Estonia (2,16%), Polonia (2%). L’Italia si è fermata all’1,11%.
    • Per confirmation bias si intende la tendenza che le persone hanno ad accettare più favorevolmente le informazioni che supportano le proprie convinzioni e scartare quelle che confliggono con esse. Tale predisposizione, dunque, porta l’essere umano a selezionare, nel flusso di informazioni che riceve, soprattutto (quando non unicamente) quelle in linea con la propria impostazione ideologico-valoriale e con le proprie posizioni. Nel caso di Trump e della possibile apertura alla Russia, ad esempio, una volta insinuatasi l’idea secondo cui ci sarebbe stata tale apertura, si sono spesso tralasciate variabili rilevanti ma contrastanti con la convinzione diffusa – e, quindi, capaci di ridimensionare notevolmente il tutto – per preservare, inconsciamente, una determinata postura assunta. Per un interessante compendio degli studi in materia si rimanda a questo articolo.
    • Donald Trump ha varie volte criticato l’intelligence anche per le continue fughe di notizie spesso contenenti affermazioni non verificate o verificabili – come nel caso dello scottante dossier pubblicato da BuzzFeed lo scorso gennaio, riguardante presunte connessioni tra il magnate newyorkese e la Russia (comprendenti anche rapporti sessuali a pagamento dei quali Mosca sarebbe a conoscenza). [/box]
    Simone Zuccarelli
    Simone Zuccarelli

    Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche. 

    A ciò si è aggiunta la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO che sfociata nella fondazione di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Executive Vice President di YATA International e Coordinatore Nazionale del Comitato Atlantico Italiano.

    Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Qui al Caffè scrivo su area MENA, relazioni transatlantiche e politica estera americana. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!

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