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    I rapporti tra gli Stati Uniti e Israele sono fondamentali per l’equilibrio geopolitico del Medioriente e, al momento, i temi più caldi e delicati da affrontare sono indubbiamente l’Iran e la Palestina. Israele ha espresso la volontà di lavorare in concerto con la nuova amministrazione USA e il destino mediorientale dipenderà dalle loro decisioni

    L’AMICIZIA TRAVAGLIATA TRA USA E ISRAELE – Sin dalla sua nascita nel 1948, lo Stato di Israele ha mantenuto una relazione controversa con gli Stati Uniti. Il 14 maggio del 1948 il Presidente Truman fu il primo rappresentate occidentale a estendere ogni forma di riconoscimento al neonato Paese. Ciononostante, durante la crisi del canale di Suez del 1956, gli USA cercarono di mantenere le distanze da Israele con la speranza di attrarre verso la propria sfera d’influenza l’Egitto di Nasser. Nel corso degli anni ’60, grazie alla presidenza Johnson, vi fu un netto riavvicinamento tra gli statunitensi e gli israeliani, in particolar modo durante la cosiddetta “guerra dei sei giorni”: il Presidente, nonostante i dubbi degli ambienti diplomatici, decise infatti di supportare Israele. Le amministrazioni Nixon e Carter furono segnate dai tentativi di favorire un processo di pace tra gli Stati arabi e Israele e la presidenza Raegan contribuì a rafforzare ulteriormente i rapporti bilaterali con Tel Aviv. Dal 1981 al 1989 vennero firmati il Strategic Cooperation Agreement  (per la creazione di un forum di discussioni bilaterali di politiche militari) e un documento che sanciva la nascita di un’area di libero scambio tra i mercati dei due Paesi in questione (United States–Israel Free Trade Agreement). In quegli anni, Israele diventò il più grande alleato USA non appartenente alla NATO. Tuttavia, durante gli anni ’80, i momenti di ostilità nei rapporti bilaterali non mancarono: l’apertura statunitense al dialogo con l’OLP e la guerra israeliana contro il Libano crearono tensioni tra i due Paesi e con le successive amministrazioni di Bush Senior e di Clinton le relazioni si raffreddarono ulteriormente. L’amministrazione Obama ha confermato l’atteggiamento controverso degli Stati Uniti nei confronti di Israele. Da un lato l’ex Presidente si è fortemente battuto per implementare il dialogo tra palestinesi e israeliani e per evitare la nascita di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Dall’altro, Obama ha continuato a fornire armamenti a Tel Aviv, facendo degli USA il primo Stato a vendere agli israeliani le cosiddette bunker buster bomb, ordigni che possono penetrare per centinaia di metri nel terreno.

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    Fig. 1 – Un incontro tra George Senior Bush e l’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin

    IL DESTINO DELLA PALESTINA CON TRUMP –  Soprattutto negli ultimi anni del secondo mandato di Obama, la relazione USA con Netanyahu è stata piuttosto complicata a cause delle critiche dell’ex Presidente statunitense alla politica repressiva israeliana nei confronti dei palestinesi. Per questo motivo l’elezione di Donald Trump potrebbe rinvigorire il rapporto tra i due Paesi. Non è un caso che, dall’elezione del tycoon, gli israeliani abbiano già annunciato un piano per la costruzione di 550 nuove abitazioni nella zona occupata di Gerusalemme Est e 5500 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Un altro provvedimento che ha fatto molto discutere a livello internazionale è stata la legge approvata dal Knesset (il Parlamento) il 6 febbraio 2017. Questa ha permesso di legalizzare retroattivamente più di 4000 insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Entrambe le decisioni hanno scatenato forti polemiche internazionali da parte degli Stati arabi, dall’Unione Europea e dall’ONU. Il 15 febbraio 2017, alla Casa Bianca si è tenuto il primo incontro ufficiale tra Trump e Netanyahu, per discutere prettamente di Palestina. Il tycoon si è dichiarato favorevole allo sviluppo di un processo di pace per la questione palestinese e a guidare le trattative sarà il genero del Presidente, Jared Kushner. Questi non ha nessuna esperienza in diplomazia, ma si è convertito all‘ebraismo ortodosso nel 2009. Senza dubbio la scelta di Trump è gradita da Israele, ma lo stesso non si può dire per gli ambienti palestinesi. Durante l’incontro, il neo Presidente statunitense ha messo in discussione anche la “two-states solution”. Sono circa 20 anni che la diplomazia mondiale supporta la creazione di due Stati definiti in Palestina, ma secondo il tycoon questa non è una condizione indispensabile per una pace stabile. Trump ha cercato di dissuadere Netanyahu dal prendere decisioni unilaterali sulla creazione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania e sta considerando di spostare l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, città non riconosciuta internazionalmente come capitale di Israele. Il repubblicano Ron DeSantis ha dichiarato che lo spostamento avverrà entro il mese di maggio. Questa mossa segnerebbe un deciso appoggio alla tesi israeliane da parte del governo degli Stati Uniti: Gerusalemme è da sempre contesa tra il mondo arabo e Israele, ma un tale provvedimento potrebbe scatenare l’insurrezione dei palestinesi e dei loro Paesi alleati.

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    Fig. 2 – Una parte del muro, lungo circa 700 km, che separa la Palestina dai territori israeliani

    IRAN, IL NEMICO IN COMUNE – I rapporti con l’Iran sono un argomento estremamente sensibile sia per gli Stati Uniti che per Israele. Trump ha più volte dichiarato la sua intenzione di modificare la strategia adottata da Obama negli ultimi anni del suo mandato. In campagna elettorale e dopo esser stato eletto, il tycoon ha più volte criticato l’accordo siglato tra l’ex-Presidente e l’Iran, definendolo uno dei peggiori trattati nella storia degli Stati Uniti. Nonostante le posizioni di USA e Israele sulla questione siano molto simili, le decisioni che verranno prese da Washington sono tutt’altro che un’ovvietà. L’Iran, infatti, è al centro degli equilibri geopolitici del Medio Oriente ed eventuali mosse avventate da parte degli statunitensi potrebbero avere conseguenze enormi. Il nuovo Governo statunitense ha già inasprito il rapporto con l’Iran supportando Israele e inserendo gli iraniani tra gli “indesiderati” del bando per l’immigrazione. Tuttavia, la strategia di Trump potrebbe essere più cauta di quanto voglia apparire. L’Iran, infatti, oltre ad aver sviluppato rapporti con quasi tutto il mondo Occidentale, è anche un importante alleato della Russia e un partner commerciale della Cina e questo potrebbe cambiare le carte in tavola. Tuttavia, l’atteggiamento di Washington nei confronti dell’Iran dipenderà dalle decisioni che la nuova amministrazione prenderà in ambito mondiale, in quanto Teheran è a tutti gli effetti un protagonista della geopolitica globale.

    Luca Barani

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Il Presidente Trump ha modificato il bando sull’immigrazione. Ecco cosa prevede il nuovo testo. [/box]

    Foto di copertina di U.S. Embassy Tel Aviv rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

    Luca Barani
    Luca Barani

    Nato nel 1992 a Modena sono all’ultimo anno della triennale di Scienze Politiche Sociali ed Internazionali all’Università di Bologna. Dopo il conseguimento del diploma ho lavorato come perito chimico ma dopo un paio d’anni ho capito che la mia passione era ben altra!!

    Sono stato per un periodo in Belgio grazie all’Erasmus dove sono entrato a contatto con gli ambienti dell’Unione Europea. L’Erasmus e altri progetti multiculturali mi hanno formato come cittadino europeo, collaboro con Amnesty International a livello locale. Sogno una laurea magistrale all’estero e di poter diventare un esperto dei rapporti tra l’UE e i paesi del Nord Africa. Scrivere per il CaffèGeopolitico mi permette di poter coltivare due grandi passioni: la politica internazionale e la scrittura. Nel tempo libero mi piace viaggiare e praticare sport.

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