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mercoledì 15 Luglio 2020
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    Speciale COVID-19

    Costruire la pace

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    Puoi leggerlo in 6 min.

    Che cosa significa, per noi del Caffè Geopolitico, “costruire la pace”? Crediamo sia qualcosa di molto concreto. Eppure forse la nostra risposta vi stupirà

    Che cosa significa, davvero, “costruire la pace”? È una tematica sempre attuale da che esiste l’uomo, ma non è un caso che ogni anno, a gennaio, ci si interroghi nuovamente su questo tema: è in questo periodo infatti che viene diffuso il messaggio per la Pace del Papa. Non importa che si sia credenti o meno: sono riflessioni che coinvolgono tutti.

    È proprio il messaggio di Papa Francesco per la Giornata della Pace 2017, divulgato recentemente e proprio in questi giorni oggetto di lettura e dibattito in tutta Italia (e tutto il mondo) ci offre l’occasione per rimarcare quello che per noi del Caffè è, in fondo, il nostro intento ultimo. Quelle parole, e ancora di più l’approfondimento che egli stesso ha rivolto al corpo diplomatico vaticano – ma che varrebbe per tutti i diplomatici di tutto il mondo – non è un richiamo generico alla pace, ma una vera e propria disamina delle principali questioni in gioco, diretta e senza sconti. E proprio per questo tremendamente impossibile da ignorare, o minimizzare. Anche solo uno sguardo ai punti salienti (se proprio non riusciamo a leggere tutto il messaggio, ma ne varrebbe la pena) chiama in causa tutti noi, indipendentemente dal credere o meno, dall’essere operatori internazionali o semplici cittadini.

    Noi del Caffè in questo ci sentiamo chiamati in causa. Perché questo è ciò che crediamo e questo è ciò per il quale operiamo. A poco serve parlare di esteri e raccontare le dinamiche mondiali, se esso non costituisce un passo fondamentale per costruire un futuro migliore. Potremmo scrivere un trattato su cosa sia, per noi, l’educazione alla pace. Ma ripeteremmo le parole di altri…

    Non siamo ipocriti, la chiamata alla non violenza per noi è una sfida, sulla quale mettiamo in gioco le nostre coscienze: crediamo che l’uso della forza sia a volte inevitabile, là dove ogni altra soluzione fallisca, come deterrenza e per difesa. Ma crediamo anche che essa non possa essere mai l’unica soluzione alle dispute internazionali: serve sempre qualcosa di più che ricostruisca dialogo, speranza, opportunità, ed è quello che cerchiamo di offrire nelle nostre analisi: sui conflitti, sulle tensioni, sulle migrazioni. L’uso della forza fine a se stessa senza quel “di più” non ha mai risolto le questioni internazionali, semmai ha solo preparato il conflitto successivo.

    In questo i messaggi papali ci confortano, con una continuità che esiste e continua fin da Papa Paolo VI (che Francesco considera suo ispiratore, e che è stato recentemente giustamente riscoperto) almeno, attraverso Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e infine Papa Francesco. Ne siamo convinti: non c’è pace senza sviluppo umano, come scriveva proprio Papa Montini nel 1967 nella Populorum Progressio, un messaggio che è stato scritto cinquanta anni fa ed eppure come scrive Andrea Tornielli sulla Stampa è incredibilmente attuale e profetico nel mostrare fin da allora come sarebbero diventate le problematiche attuali. Una cosa che veniva notata già dieci anni fa, ma che evidentemente abbiamo continuato a ignorare.

    E potrebbe stupire che nel messaggio per la pace di gennaio 2013, Papa Benedetto XVI citi la parola “guerra” solo una volta all’inizio, soffermando invece l’attenzione sulle cause (economiche, sociali,…) che tante volte sono alla base di conflitti e tensioni, e rimarcando l’importanza dell’educazione come prevenzione. Senza voler scendere nel “caso per caso” (ogni situazione è a sé e ha specificità proprie), è invece un monito importante nel ricordare come tali aspetti non possano per nulla essere ignorati quando si pensa a come risolvere o evitare un conflitto. Ci ritroviamo molto in questo approccio, che culmina nell’idea che esso sia fondamentale non solo per costruire la pace dove essa non c’è, ma anche nel mantenerla là dove è minacciata.

    La pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente” afferma ancora il messaggio di quest’anno. E’ un concetto che ripetiamo spesso nei nostri incontri e conferenze: la vita non è un film, dove una volta giunti al lieto fine tutto si blocca, immobile per sempre. C’è sempre un giorno dopo, e poi un altro, e un altro ancora. I risultati positivi che si sono conquistati vanno poi continuati, sviluppati, migliorati, sostenuti. Altrimenti le situazioni peggiorano di nuovo, come succede regolarmente in vaste aree del mondo. La pace è dunque – come scrive la giornalista Stefania Falasca in un efficace commento su Avvenire – una “virtù attiva che richiede l’impegno e la collaborazione di ogni singola persona e dell’intero corpo sociale nel suo insieme.”

    E, aggiungiamo noi, questo vale in tutte le fasi del “costruire la pace”: quando esiste il rischio di conflitto; quando il conflitto è attivo; quando, terminato il conflitto, va rafforzata e conservata la pace.

    Esistono innumerevoli esempi di costruttori di pace “dal basso”, laici e religiosi, cristiani e non. Oltre a quelli citati da Papa Francesco nel suo messaggio, ci piace ricordare Berta Caceres e Baldenegro Lopez, Padre Fausto Tentorio, martire nelle Filippine, (la cui storia e testimonianza è stata raccontata dal giornalista Giorgio Bernardelli), figure che fanno ben comprendere molte dinamiche di quei luoghi da noi spesso ignorati e che costituiscono alcuni dei tanti esempi di chi lavora ogni giorno nelle periferie del mondo per evitare che da lì si originino odio e disperazione. Monsignor Romero in San Salvador, che si opponeva alla violenza nel suo Paese. L’italoeritrea Alganesh Fessaha, instancabile nell’alleviare le sofferenze dei profughi dal Corno d’Africa. Il Cardinale Carlo Maria Martini, soprannominato “il cardinale del dialogo” (per quanto sia insufficiente ridurre a così poco il suo grande lavoro). O Padre Hamel, ucciso dai terroristi a Rouen nel 2016 ma che ancora vive nella stima e amicizia dei tanti (Cristiani e Musulmani) con i quali intrecciava continuo dialogo, così come faceva Padre Salvatore Carzedda sempre nelle Filippine. E tutti i lettori probabilmente potrebbero aggiungere nomi validi, anche fuori dal Cristianesimo, in una lista che non sarà mai completa.

    A livello più internazionale – che è anche il nostro focus – vogliamo invece portare all’attenzione alcuni esempi concreti che rappresentino come tutto ciò non sia solo una teoria astratta ma una realtà funzionante.

    Da un lato proprio la diplomazia vaticana, che ha contribuito anche recentemente a successi in situazioni considerate, in passato, insanabili (i negoziati tra FARC e governo colombiano, il disgelo USA-Cuba, i negoziati per la successione di Kabila in Congo, per citare solo i più recenti). Un lavoro silenzioso e concreto fatto di – sempre citando dall’articolo di Falasca – “realismo, studio approfondito dei contesti e dei problemi da affrontare, ricerca delle soluzioni possibili”. Ben lontano dall’idea di lontananza dai problemi reali che spesso alcuni ambienti attribuiscono alla Santa Sede.

    E poi i Padri Fondatori dell’Unione Europea (non solo De Gasperi, Schumann e Adenauer!), che dalle ceneri della guerra hanno realizzato il sogno di un futuro di collaborazione e pace, insperato anche solo pochi decenni prima. Il Presidente Colombiano Manuel Santos, che pur di raggiungere una pace tanto agognata ha sfidato la voglia di vendetta di tanti suoi connazionali, dimostrando come sia necessario il coraggio di scelte a volte “scomode” e impopolari. E come scordare Nelson Mandela e Frederik De Klerk, creatori di un cambiamento pacifico basato sul rispetto quando tutti lo prevedevano cruento e sanguinoso?

    Un altro esempio che ci piace ricordare è costituito da una persona, laica e non cattolica (a mostrare come non ci sia alcuna pretesa di “esclusività” in questo campo) che può essere considerato quasi l’archetipo del costruttore di pace a livello internazionale: il Professor Roger Fisher, fondatore del Program on Negotiation dell’Università di Harvard, al quale l’Economist, dopo la morte nel 2012, dedicò questo necrologio che ne ripercorre la vita e le opere. La sua capacità di trovare soluzioni anche creative ma efficaci (come chiede oggi lo stesso Papa Francesco) lo ha portato al successo negli accordi di Camp David a inizio anni ’80, a preparare i negoziatori neri e bianchi del Sud Africa perché arrivassero ad accordi che evitassero la violenza razziale dopo la fine dell’Apartheid, a disinnescare il conflitto Ecuador-Peru a inizio anni ’90 e a dare l’ispirazione per innumerevoli altri casi. Con il suo approccio mise in pratica, forse senza rendersene conto, quello che era stato nel 1967 l’auspicio di Papa Paolo VI nel suo primo messaggio che istituiva la Giornata Mondiale della Pace, nel rifiutare “il pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali”. Quando fallì, non fu certo per mancanza di tentativi.

    La strada dunque è questa. Non populismi, non illusioni: solo tanto duro lavoro che giorno dopo giorno porta i suoi frutti, anche se lontano dai riflettori.

    Non bisogna però pensare che tutto ciò sia riservato a santi, diplomatici, politici, statisti o “influencer” famosi. L’apporto della società civile è proprio ciò che dà forza e sostiene tali sforzi, subito e nel tempo. Questo offriamo come nostro piccolo contributo: realismo, studio approfondito dei contesti e dei problemi da affrontare, ricerca delle soluzioni possibili e la comunicazione di tutto questo in maniera sufficientemente semplice (ma non semplicistica o banale) perché tutti, comprendendo meglio le complessità del mondo in cui viviamo, possano diventare parte attiva di tale processo.

    Nessun conflitto può diventare un’abitudine dalla quale sembra quasi che non ci si riesca a separare” (sempre Papa Francesco nel suo messaggio). Possiamo anche credere che a volte l’uso della forza sia inevitabile, ma non possiamo mai fermarci solo ad esso. Questo è il nostro cammino.

    Lorenzo Nannetti

    Foto di copertina di Franck_Michel rilasciata con licenza Attribution License

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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