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    L’Unione Europea approva le linee guida su Brexit

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    Sabato 29 aprile si è svolto un Consiglio Europeo straordinario per approvare le linee guida UE su Brexit. Il documento manda un segnale chiaro al Governo di Londra. Le trattative saranno dure. Molte le questioni delicate: tra le altre immigrazione, commercio, Irlanda del Nord e Gibilterra. Ma la vera posta in gioco è il destino dell’Unione

    IL SUMMIT – Sabato 29 aprile si è tenuto a Bruxelles un Consiglio Europeo straordinario dedicato a Brexit. Il 29 marzo il Governo di Londra aveva notificato all’UE l’intenzione del Regno Unito di uscire dall’Unione (vedi il chicco in più), dando seguito all’esito del referendum del 23 giugno 2016. Il summit si è svolto pochi giorni dopo la cena a Londra tra il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il premier britannico Theresa May, il cui esito, secondo fonti di stampa (smentite da May), sarebbe stato pessimo. Il mattino dopo lo stesso Juncker avrebbe telefonato ad Angela Merkel, esprimendole preoccupazione per una presunta mancanza di realismo da parte britannica. Il 27 aprile quindi, in un duro discorso al Bundestag (il Parlamento tedesco), Merkel ha affermato che la Gran Bretagna non può avere e non avrà gli stessi diritti di cui oggi gode come membro dell’Unione e che Londra non deve farsi illusioni su Brexit. In questo contesto i 27 Capi di Stato e di Governo dell’UE hanno rapidamente approvato un documento che indica le linee guida che l’Unione dovrà seguire nel negoziato con Londra.

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    Fig. 1 – Sabato 29 aprile si è svolto un Consiglio Europeo straordinario su Brexit

    LE LINEE GUIDA – È innanzitutto significativo che il documento, composto da una decina di pagine molto scorrevoli, si apra con l’affermazione che, sebbene la Brexit rappresenti una sconfitta per tutti, i costi di gran lunga maggiori ricadranno sulla Gran Bretagna. L’auspicio è poi che l’uscita di Londra avvenga in modo ordinato, così da ridurre al minimo le incertezze. Ma nelle linee guida viene specificato che l’UE deve prepararsi anche al fallimento del negoziato e ad un ritiro britannico dall’Unione senza un accordo. La frase chiave del testo è probabilmente la seguente: «L’Unione manterrà la sua unità….con l’intento di arrivare ad un risultato equo per tutti gli Stati membri e nell’interesse dei suoi cittadini». La frase manda un segnale chiaro a Londra: i Paesi membri rimarranno uniti e non sacrificheranno gli interessi dei loro cittadini in cambio, ad esempio, di concessioni sul piano commerciale. Il documento stabilisce che la prima priorità è quella di salvaguardare gli status e i diritti dei cittadini UE e del Regno Unito. Si stabilisce come condizione per un accordo che venga concesso ai rispettivi cittadini il diritto di residenza permanente dopo un periodo continuato di 5 anni di residenza legale nel Regno Unito o nell’UE. Si sottolinea poi che le procedure amministrative devono essere semplici: un evidente avvertimento a Londra che non sarà tollerato nessun abuso burocratico ai danni dei propri cittadini. Il documento afferma che l’UE deve preservare il Mercato Unico, chiudendo nettamente le porte alla possibilità che la Gran Bretagna effettui il “cherrypicking” (preservi cioè gli aspetti graditi scartando quelli sgraditi). Il testo adotta inoltre il principio “nothing is agreed until everything is agreed” (“non c’è accordo su niente finché non c’è accordo su tutto”). La possibilità di stipulare un accordo libero scambio, a cui pure l’Unione è interessata, è subordinata alla condizione che la Gran Bretagna non cerchi vantaggi scorretti sulla tassazione (questa affermazione rischia di rivelarsi la pietra tombale sull’improbabile sogno britannico di creare un paradiso fiscale mantenendo allo stesso tempo una relazione commerciale privilegiata con l’UE). Inoltre, l’accordo di libero scambio dovrà essere eventualmente ultimato e concluso solo dopo l’uscita della Gran Bretagna e non potrà comunque offrire gli stessi vantaggi del Mercato Unico, persino se Londra capitolasse su tutta la linea alle richieste europee. Si tratta di un documento piuttosto duro, il cui principale obiettivo sembra essere quello di indurre al Governo britannico di non farsi illusioni sull’esito delle trattative.

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    Fig. 2 – Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e insieme ad Angela Merkel

    GIBILTERRA E IRLANDA DEL NORD – Nelle ultime settimane due particolari questioni sono state al centro del dibattito su Brexit: Gibilterra e Irlanda del Nord. Si tratta di due dossier delicati, al centro di dispute secolari e a tratti sanguinose. Il rischio (previsto già prima del referendum) è che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE riapra vecchie ferite e faglie che l’appartenenza all’Unione era riuscita bene o male a sanare. Per quanto riguarda Gibilterra, non è un segreto che la Spagna abbia sempre sognato di riportare la Rocca e i suoi abitanti sotto la propria sovranità. La questione dell’Irlanda del Nord è, se possibile, ancora più complicata. Il conflitto è finito in tempi relativamente recenti. Inoltre gli accordi di pace sono stati conclusi in un contesto giuridico e geopolitico che presupponeva l’appartenenza della Gran Bretagna all’UE. Come se ciò non bastasse l’Irlanda del Nord ha votato in modo abbastanza netto per restare nell’Unione. Il risultato è che il Sinn Fein (in passato sostenitore dell’indipendenza della parte settentrionale dell’isola) è tornato a chiedere l’unificazione dell’Irlanda sotto il Governo di Dublino. Su entrambe le questioni l’Unione ha adottato una posizione ambigua. Le linee guida dell’UE su Brexit invitano le parti a fare il necessario per salvaguardare il processo di pace ed evitare la creazione di un “hard border” (letteralmente “un confine duro”) tra le due parti dell’Irlanda. Tuttavia l’Unione Europea ha anche affermato che, in caso di unificazione dell’isola sotto Dublino, l’Irlanda del Nord rientrerebbe automaticamente nell’UE. Su Gibilterra invece l’Unione ha auspicato collaborazione tra le parti. Ma le linee guida hanno stabilito che nessun accordo su Brexit sarà applicabile a Gibilterra senza il consenso di Londra e di Madrid. Questa precisazione, apparentemente innocua, consegna in realtà alla Spagna un rilevante mezzo di pressione nella sua disputa con il Governo britannico. Madrid infatti difficilmente avrebbe avuto la forza di impedire un compromesso sulla Brexit solo per le sue rivendicazioni su Gibilterra. Ma le linee guida europee rendono di fatto la sovranità di Londra sulla Rocca potenziale oggetto di negoziazione.

    LE REAZIONI BRITANNICHE – Il Governo di Londra ha ufficialmente minimizzato l’importanza delle linee guida UE. La Gran Bretagna si ostina a vedere nel documento emerso dal summit niente più che posizioni negoziali di partenza, suscettibili di modifica nel corso delle trattative. May ha ribadito le sue priorità, che includono: libero mercato senza dazi, la fine della giurisdizione della Corte di Giustizia Europea sulla Gran Bretagna e la fine della libera circolazione dei cittadini UE. Insomma non esattamente posizioni coincidenti con quelle di Bruxelles.

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    Fig. 3 – La premier britannica Theresa May

    E ADESSO? – Le linee guida sono solo una tappa, anche se importante, del processo negoziale per arrivare ad un accordo che regoli l’uscita di Londra dall’UE. Inoltre è difficile che le trattative entrino nel vivo prima delle elezioni britanniche anticipate convocate da May per l’8 giugno. Ma il documento approvato dal Consiglio Europeo mette già alcuni paletti. Il negoziato si preannuncia duro, essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto le posizioni del Governo britannico e dell’UE sono distanti su alcune questioni chiave. Una di queste è l’immigrazione. Bruxelles pretende un trattamento speciale per i propri cittadine molte capitali europee vogliono mantenere il principio di libera circolazione delle persone. Il problema è che uno dei temi che hanno portato Brexit alla vittoria è il forte desiderio dell’opinione pubblica britannica di avere uno Stato che torna a controllare le frontiere e limitare l’immigrazione (non solo extracomunitaria, anzi). Ma non è solo la diversità di opinioni su singoli dossier la causa degli attriti tra le due parti. Il principale problema non è tecnico, ma politico. L’UE vuole mantenere buoni rapporti con la Gran Bretagna e creare una partnership non solo economica con Londra. Si tratta certamente di una speranza sincera e condivisibile. Tuttavia Bruxelles (anche nelle linee guida) ha messo e mette in chiaro che una relazione tra l’UE e un Paese non membro non può e non deve offrire gli stessi benefici della membership. Qui sta un punto cruciale. In un periodo di debolezza del progetto di integrazione europea, infatti, l’Unione non può permettersi di mostrare ai Paesi membri che i (rilevanti) benefici derivanti dal farne parte si possono ottenere anche fuori da essa. Altrimenti il rischio sarebbe la disintegrazione dell’Unione Europea o almeno una sua radicale trasformazione in una versione minimalista. Un esito che Bruxelles, Berlino e la maggior parte delle capitali europee non auspicano e che sono decise ad impedire.

    Davide Lorenzini

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    La procedura per uscire dall’Unione Europea è prevista dai Trattati ed è disciplinata dall’art.50 del Trattato sull’Unione Europea.[/box]

    Davide Lorenzini
    Davide Lorenzini

    Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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