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    Nessun accordo dopo l’incontro tra il premier Netanyahu e l’inviato americano Mitchell sul congelamento degli insediamenti israeliani. E così, sembra ormai quasi impossibile che si possa svolgere l’incontro a tre Obama-Netanyahu-Abu Mazen durante l’Assemblea Generale dell’Onu. Rimandando di fatto la ripresa dei colloqui tra le parti a data da destinarsi. Ancora una volta

    L’ACCORDO CONGELATO, GLI INSEDIAMENTI NO – Un nuovo passo falso. Più grave del solito, perché stavolta l’attesa era alta. L’incontro tra l’inviato speciale americano in Medio Oriente George Mitchell e il premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu  (foto)  si è concluso con un nulla di fatto. Nessun accordo, nessun compromesso sul congelamento degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Nonostante i commenti positivi dell’entourage del Primo Ministro, e nonostante la volontà di Mitchell di ammorbidire la posizione israeliana, di fatto le due ore trascorse nell’ufficio di Netanyahu non hanno portato a nulla. La distanza tra le parti è nota: mentre gli americani premono per un congelamento totale dello sviluppo degli insediamenti, gli Israeliani sono fermi all’idea di un congelamento temporaneo e parziale, che escluda Gerusalemme Est (dove nessuna costruzione è da loro considerata un insediamento) e fatta salva la crescita naturale degli insediamenti, con case e servizi per le nuove famiglie che vengono a crearsi. Le speranze di un accordo precedente all’incontro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sono così ridotte al lumicino. E, così, pare ancor più difficile che il progetto americano di un incontro a tre Obama – Netanyahu – Abu Mazen in tale occasione riesca a vedere la luce, soprattutto data la fermezza palestinese nel sostenere come il congelamento degli insediamenti sia una pre-condizione imprescindibile per poter tornare a parlarsi.

    BIBI DICE NO – Le premesse, comunque, non parevano promettere facili accordi, soprattutto dopo le parole pronunciate lunedì da Netanyahu alla Commissione Difesa e Affari Esteri della Knesset, il Parlamento israeliano. “I Palestinesi si aspettano un congelamento totale, ma è chiaro che questo non accadrà, soprattutto a Gerusalemme, dove non vi è alcun insediamento. E le 2500 unità abitative che sono in fase di costruzione saranno portate a compimento. La riduzione delle costruzioni sarà solo per un periodo limitato di tempo, su cui ancora non c’è accordo. L’incontro a tre? Non c’è ancora nulla di certo”. Il premier ha inoltre sottolineato le due questioni essenziali per un accordo con la controparte: il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e la demilitarizzazione del futuro Stato palestinese. 

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    ABU MAZEN DICE NI’ – La prossima tappa di George Mitchell è Ramallah, dove l’inviato americano incontrerà il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (nella foto un incontro tra i due). Anche qui, il compito di Mitchell è tutt’altro che agevole. Il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato le parole di Yasser Abed Rabbo, negoziatore palestinese del Comitato Esecutivo di Fatah (il Partito di Abu Mazen), secondo il quale il Presidente palestinese non ha ancora deciso se accettare l’incontro trilaterale, attendendo le proposte di Mitchell. Le previsioni, però, lasciano molti dubbi. Fintanto che Netanyahu non annuncerà un congelamento totale degli insediamenti, compresa Gerusalemme Est (fatto assolutamente impossibile: mai Netanyahu parlerà di insediamenti in quella che è considerata capitale “unica, eterna e indivisibile” dello Stato israeliano), difficilmente Abu Mazen accetterà di vedere il premier israeliano. Ma perché questa rigidità, da entrambe le parti? 

    LEADER TROPPO DEBOLI – Il fatto è che entrambi i leader sono tra due fuochi, e non godono della forza politica necessaria per superare le forti pressioni interne che ostacolano l’incontro. Abu Mazen è circondato da pressioni enormi: qualora incontrasse Netanyahu, Hamas (ma anche frange consistenti di Fatah) lo accuserebbe di piegarsi ai diktat israeliani. Nonostante Saeb Erekat, leader dei negoziatori palestinesi, dichiari che un incontro con Netanyahu non rappresenta un nuovo avvio di negoziati, vi sono parecchi dubbi su come i Palestinesi potrebbero interpretare un simile incontro. Il rischio concreto è che Abu Mazen appaia apertamente in contrasto con quanto dichiarato a fine luglio dalla Sesta Assemblea Generale di Fatah ("Nessun negoziato finchè non vi sarà un congelamento totale di tutti gli insediamenti"), indebolendo ulteriormente la sua già precaria considerazione interna. Certo, se Abu Mazen rifiuta l’incontro sarà facilmente bollato esternamente come “colui che rifiuta l’offerta di pace”, e per gli Israeliani sarà compito agevole asserire che non vi sono partner con cui parlare di processo di pace. Allo stesso modo, Netanyahu deve mediare tra la possibilità di riprendere i negoziati e la necessità di “permettere una vita normale agli Ebrei che vivono in Cisgiordania”, così come richiedono con forza le parti più estreme della società e del Governo. La vicenda è tristemente nota, nella storia di questo conflitto: la fragilità politica dei leader non consente di prendere decisioni “scomode” da un punto di 

    vista interno.  E tra le dinamiche interne e quelle esterne (volontà/necessità di negoziare con la controparte) sono sempre risultate prevalenti quelle interne, ovvero la sopravvivenza e la tranquillità dei leader e degli esecutivi, anche in casi ben più importanti di questo. E tutto questo, ovviamente, è sempre a discapito di qualsiasi possibilità concreta di un serio processo di pace.  

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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