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    Marò, quando lo stile conta

    In breve

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    Puoi leggerlo in 2 min.

    Al di là dei del merito della vicenda, e oltre il giochino “Chi ha ragione?”, si potevano gestire questi giorni in maniera ben diversa. La questione non è: “I marò tornano, l’India ha vinto, noi abbiamo perso”: con altre modalità, Girone e Latorre sarebbero potuti tornare in India a partire da una nostra posizione di forza. Così, invece, rimangono tanti punti interrogativi. La certezza è che non ne usciamo bene: anche in questa occasione, è lo stile che fa la differenza.

     

    Quando in diplomazia la forma vale almeno quanto il contenuto. Non vogliamo qui entrare nel merito della vicenda marò, abbiamo già trattato il tema con l’articolo di ieri di Lorenzo Nannetti. Ogni decisione presa avrebbe potuto essere legittima, a patto di accettarne le conseguenze. Vogliamo però denunciare il grave problema di comunicazione di questi giorni. Ricapitoliamo in poche righe: l’11 marzo, la voce della Farnesina è la seguente: “I due marò restano in Italia, l’India ha violato il diritto internazionale”. Il 18 marzo, il Governo ribadisce ufficialmente questa idea, anche in seguito alle proteste indiane. Ieri nel tardo pomeriggio, il dietrofront: al termine del permesso, che scadeva oggi, i marò rientrano in India, dopo aver ricevuto “rassicurazioni” sul trattamento. Nel comunicato ufficiale del Governo, nessun accenno a violazioni del diritto internazionale, solo al rispetto dei diritti dei due militari. Ripetiamo, non entriamo qui nel merito: ma far la voce grossa e poi lasciare tutto come da accordi precedenti, magari è legittimo, ma non è una gran bella figura.

     

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    Il Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi

    Se dieci giorni fa vi fosse stata una dichiarazione simile: “Se non avremo certe garanzie non li riconsegneremo alla scadenza del permesso”, citando la condivisibile preoccupazione per la sentenza del 18 gennaio, sarebbe stato tutto diverso: la decisione italiana avrebbe avuto una diversa legittimità, e pressioni e responsabilità sarebbero state poste sull’India e non sul nostro Paese. L’Italia avrebbe così inoltre potuto chiedere con maggior forza all’Europa e all’ONU di esercitare pressioni sull’India per un arbitrato internazionale, che chiediamo da mesi. Le garanzie indiane sarebbe arrivate comunque, e allora avremmo potuto rispondere: “Ok, garanzie arrivate, possono ripartire come da accordi”. In tal caso avremmo mostrato ben altro stile, con una dimostrazione di forza e coerenza degna di un Paese che rispetta gli accordi e non rinuncia ai propri principi, screditando ulteriormente la posizione indiana e sottolineandone ancora di più l’illegittimità internazionale. Così invece si è sommata una decisione che – corretta o meno – è passata come unilaterale, a quello che ora sembra un cedere su tutta la linea solo davanti alla rappresaglia indiana, anch’essa illegittima ma a questo punto destinata a passare sotto silenzio. Insomma, l’immagine passa da un atto di forza, quasi impulsivo, a un atto di debolezza, quasi di resa, con l’aggravante di un’apparente indecisione totale su quale linea tenere.

     

    Bastavano un po’ di equilibrio e una comunicazione adeguata. Diciamolo, non ci pare un capolavoro di diplomazia. E sommando una gestione discutibile dell’episodio al continuo snobbare la politica estera tra le priorità del Paese, quell’immagine di un’Italia media potenza di qualche decennio fa appare sempre più sbiadita, e sempre più lontana.

     

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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    6 Commenti

    1. Certo Lorenzo, lo farò tra stanotte e domani. Capita a tutti di sbagliarsi e non c’è alcun problema, ho appena aggiunto su skype alberto e se mi cerchi (matteo miavaldi, sono l’unico su skype) sarò felice di aggiungere anche te.
      Un abbraccio e buon lavoro!

    2. Ciao Matteo Miavaldi, grazie anche da parte mia. Tieni presente che la missione del Caffè è di spiegare le dinamiche dietro a determinati eventi/scelte/possibilità indipendentemente dal nostro giudizio su di essi. In questo, il mio articolo partiva dal presupposto che l’Italia avesse una linea definita. Giusta o sbagliata, condivisibile o meno, puntavo a spiegare perché una tale linea potesse essere stata scelta, quali le possibili conseguenze, dando due possibilità a partire dagli eventi attorno alla vicenda dei marò (sui quali spesso non si discute molto). Non puntavo invece a dare indicazioni sul fatto che fosse “giusta” o “sbagliata” ma mi limitavo a dire “per farlo, bisogna aspettare” intendendo aspettare l’evoluzione degli eventi. Beh, gli eventi sono stati anche più rapidi di quanto mi aspettassi, e hanno mostrato che la mia supposizione di base era sbagliata, lo ammetto molto francamente: l’Italia non aveva una linea, bensì, come confermato oggi da De Mistura, il governo stesso dibatteva tra visioni differenti e contrastanti- impossibile interpretarle a priori visto che ora l’una ora l’altra affioravano – e questa mancata comprensione è stato il mio errore. Al di là di questo però come ha spiegato Alberto la mia e la sua visione collimano, tanto che se vai sulla pagina fb di Terzi, troverai un mio commento di ieri (vedi la timestamp) al comunicato stampa del governo che dice la stessa cosa, è l’11° commento. Infine, se pensi, legittimamente, che l’articolo di ieri avesse molte imprecisioni ed errori grossolani, potresti per favore segnalarmeli con le fonti corrette, così da poter eventualmente valutare e correggere l’articolo? grazie mille!

    3. Ciao Matteo, grazie per il tuo commento, ma a dire il vero non vedo “raddrizzamenti di tiro” nel mio articolo rispetto a quello di Lorenzo. Parliamo semplicemente di questioni diverse: lui ha ricostruito la vicenda con dovizia di particolari, io dopo l’aggiornamento di ieri sera ho posto l’accento sulla gestione negativa della questione da parte del Governo, soprattutto da un punto di vista di comunicazione. Ma non vedo contrapposizioni, a meno di non pensare che un articolo sia pro fazione “Abbiamo ragione noi” e l’altro “No sbagliamo tutto hanno ragione loro”. Non è così, e il nostro obiettivo è di andare proprio oltre queste visioni parziali per tentare di spiegare davvero i termini della vicenda. Poi ovviamente se non sei d’accordo su qualcosa, pronti a discuterne…

    4. Bell’articolo che raddrizza – parzialmente – il tiro di quello precedente sulla questione (di un altro autore, e si vede!) che era pieno zeppo di imprecisioni e qualche grave falsità.

    5. CafeGeopolitico Stile che dovrebbe derivare dalla preparazione del personale diplomatico, cosa sulla quale si possono avanzare molti dubbi.

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