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    Chi si aspettava una nuova intifada è per ora rimasto deluso. Chi prevedeva una rivolta nei territori occupati è stato accontentato solo in parte dalla cosiddetta “giornata della rabbia”. Solo chi si preoccupava per una possibile escalation di violenza nella striscia di Gaza, sebbene non si sia arrivati e molto difficilmente si arriverà ad una seconda Cast Lead, ha visto confermare i suoi, fondati, sospetti.

    I NUOVI SCONTRI – Alcune settimane fa si pensava che Israele non volesse ulteriormente alimentare il clima di tensione potenzialmente esplosivo che si respirava nei territori palestinesi. In seguito all’uccisione del lavoratore thailandese nella cittadina di Sderot in effetti la rappresaglia israeliana si era limitata a sporadici raid aerei sulla zona del valico di Rafah. Nulla portava a pensare che avremmo rivisto una seconda Cast Lead la quale avrebbe avuto il solo effetto di provocare altre centinaia di morti palestinesi e decine di militari israeliani. Poi, come spessissimo succede nella regione medio orientale, gli eventi collassano quasi inaspettatamente e noi ci ritroviamo qui a raccontare la cronaca degli scontri di venerdì scorso fra miliziani palestinesi (Brigate Izz al-Din al-Qassam, Jihad Islamico e Taliban Filastin) e militari israeliani in quello che la Reuters ha definito il più sanguinoso scontro fra le parti da circa un anno.

    LA RISPOSTA ISRAELIANA – Il tutto sembra essere nato dalla deflagrazione di un ordigno, secondo testimoni di al-Jazeera un razzo anti-carro sparato dalla vicina città palestinese di Khan Younis, il quale ha colpito una pattuglia di stanza al confine. Alcune fonti di stampa avevano inizialmente riportato come fossero stati alcuni miliziani di Hamas a tendere un’imboscata alle forze israeliane per rapire dei soldati, ma questa versione è stata poi nettamente smentita dagli organi di stampa internazionale. Dopo esser penetrati per circa mezzo chilometro hanno incontrato la resistenza armata della guerriglia palestinese. Il conseguente conflitto a fuoco ha provocato la morte di due militari israeliani (il maggiore Eliraz Peretz, 31 anni da Kiryat Arba ed il sergente Ilan Sviatkovsky, anni 21 da Rishon Letzion.) e di alcuni miliziani locali. Da qui sarebbe poi partita la repressione israeliana e la conseguente penetrazione con i mezzi blindati nel cuore della Striscia. Due bulldozer blindati e cinque carri armati israeliani sono entrati nella striscia di Gaza dirigendosi verso Khan Yunis in un’azione di rappresaglia per quanto accaduto nella mattinata.

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    QUANDO I COLLOQUI SI BLOCCANO…Il Ministro della Difesa Eduh Barak ha affermato che Hamas pagherà a caro prezzo la morte dei due soldati israeliani che hanno perso la vita in uno scontro nella Striscia di Gaza. A queste parole fanno eco quelle dei leader del movimento islamico, i quali hanno dichiarato che “entrare a Gaza non è come andare a fare un picnic” e che risponderanno duramente “a qualsiasi tentativo sionista di attaccare la striscia”. Le violenze fra le parti sembrano dunque la logica conseguenza di una situazione, quella della striscia di Gaza, sempre più disperata. Storicamente i vari momenti di impasse del processo di pace hanno portato ad un riacutizzarsi delle tensioni: anche questo preciso istante storico non fa eccezione.

    LA CRISI DEI RAPPORTI USA-ISRAELE – La situazione sul fronte internazionale sebbene incandescente vive in fondo un momento di stallo. La recente visita alla Casa Bianca fra il premier israeliano Netanyahu ed il presidente Usa Barack Obama (nella foto) non ha certo portato i frutti sperati. Anzi. Nir Hefez, portavoce del primo ministro israeliano, ha parlato di una serie di incomprensioni fra le parti, ma in realtà la situazione è molto più grave di quanto si voglia far credere. Obama aveva chiesto impegni scritti al collega israeliano ricevendo però una serie di rifiuti che lo avrebbero non poco irritato. Secondo l’AGI, Obama avrebbe chiesto a Netanyahu tre gesti di buona volontà da offrire ai palestinesi senza chiedere contropartite: l’estensione fino a settembre della moratoria parziale di 10 mesi sulle nuove costruzioni nelle colonie in Cisgiordania, il ritiro dell'esercito israeliano alle posizioni precedenti alla seconda Intifada (quella del 2000) e la liberazione di un numero, compreso tra cento e mille, di detenuti palestinesi. In base alle indiscrezioni riportate da Yedioth Ahronoth, Obama avrebbe anche chiesto ad Israele di trasferire sotto il controllo dell’Autorità Palestinese l’intera area di Abu-Dis. Alle vaghe risposte di Netanyahu, fra i due si sarebbe sviluppata una tensione palpabile tanto che il presidente americano avrebbe piantato il Primo Ministro israeliano nel bel mezzo dell’incontro per andare a mangiare con moglie e figlie rincontrandolo solo a cena ormai terminata. A parte questi dettagli la situazione è davvero al limite ed una crisi fra le parti appare come uno scenario sempre più convincente. Lo scenario si complica assumendo sfumature impreviste e dalla difficile lettura. Un solo elemento appare al momento certo: nulla è finito, nulla è archiviato, nè da una parte nè dall’altra.

    Marco Di Donato

    redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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