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lunedì 26 Ottobre 2020
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    Elezioni in Pakistan: uno sguardo ai protagonisti

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    In 3 sorsi – Per il Pakistan, l’election day si terrà il 25 luglio e riguarderà l’elezione della Camera bassa federale e delle assemblee legislative statali. Dopo la condanna di Nawaz Sharif, la posta in gioco è alta ma lo scenario post-elettorale più plausibile resta quello di un hung parliament, frammentato e policentrico. Vediamo brevemente le principali forze politiche che si contenderanno l’esecutivo in tale difficile contesto. 

    1. LA SPADA: IL PPP, IL PARTITO DEI BHUTTO

    Vittorioso nel 2008 e poi pesantemente sconfitto nel 2013, il Pakistan People’s Party (PPP) si presenta in questa tornata elettorale sotto la guida del più giovane esponente della dinastia politica dei Bhutto, Bilawal. Il figlio di Benazir, che con i suoi ventinove anni è il più giovane tra i leader in campo, è il centro della strategia elettorale del PPP, che tiene ad accrescere la propria attrattività elettorale tra le fasce più giovani degli aventi diritto, in un Paese dove oltre il 60% della popolazione ha meno di trent’anni. Si tratta di una strategia vitale per ottenere voti anche al di fuori della storica roccaforte del Sindh, dove il partito trae il suo quantitativo di seggi sicuri. Il programma elettorale rispecchia l’anima progressista del partito, confermando un’agenda fortemente incentrata intorno all’abbattimento della povertà: per realizzarla è necessario il ricorso a un’economia mista, dove lo Stato interviene direttamente per assicurare la tenuta del sistema e una redistribuzione delle risorse. Un’istruzione e una sanità di qualità e per tutti sono altri due capisaldi del programma del partito, che vengono considerati come due pilastri fondativi dell’equità sociale.

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    Fig. 1 – Comizio elettorale di Bilawal Bhutto, figlio di Benazir e leader del Pakistan People’s Party (PPP)

    2. IL LEONE: IL DESTINO DI NAWAZ SHARIF E DEL SUO PARTITO

    Il Pakistan Muslim League Nawaz (PML-N) è un partito che sta attraversando una doppia crisi: da una parte vi è la “perdita” dello storico leader Nawaz Sharif, tre volte Primo Ministro, rimosso un anno fa tale carica in seguito allo scandalo dei “Panama Papers” e recentemente tornato in patria per scontare una pena di dieci anni per l’acquisto indebito di alcuni immobili londinesi. Senza Nawaz, la leadership del partito è ora nelle mani del fratello Shehbaz, ex Primo Ministro dell’immenso Punjab. Questo Stato, ospitante la metà della popolazione pakistana, è la roccaforte di massimo prestigio per il partito, e in tanti (in primis il PPP e il PTI) vorrebbero dividerlo in due Stati separati. La perdita dell’attuale maggioranza alla Camera bassa -evento assai probabile- potrebbe implicare una battuta d’arresto per le speranze di Nawaz -da parecchio tempo in faida con i militari- di ripristinare il suo prestigio politico. Sul PML-N, che propone la più liberista tra le agende dei partiti rilevanti, grava inoltre il peso di un certo declino nei sondaggi, con un sorpasso del PTI sempre più vicino.

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    Fig. 2 – Sostenitori di Nawaz Sharif protestano contro la decisione della Corte Suprema di squalificarlo da ogni incarico pubblico nell’estate 2017

    3. LA MAZZA DA CRICKET: L’ASCESA DEL PTI

    Il Pakistan Tehreek-e-insaf (PTI) è un partito fondato e guidato dall’ex giocatore di cricket Imran Khan, portavoce di un’agenda populista, anti-establishment, ma anche riformista. L’intero messaggio politico ruota intorno al concetto di sforzo (jihad) contro l’ingiustizia, attraverso riforme in ambito giudiziario, sanitario e scolastico. L’obiettivo dichiarato nel programma elettorale è quello di dotare il Pakistan di uno Stato sociale esteso ed efficiente, nonché di rafforzare il mercato del lavoro creando dieci milioni di nuovi impieghi. L’ascesa del PTI, che in queste elezioni potrebbe diventare addirittura il primo partito per voti totali, con circa il 29% dei consensi (contro il 20% del PPP e il 25% di PML-N), potrebbe dare a Khan una posizione di centralità nel futuro e probabile hung parliament, un buon asset di partenza con cui negoziare coalizioni post-elettorali.

    Simone Munzittu

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    Simone Munzittu

    Sono nato in Sardegna nel 1996, a Cagliari. Presso l’ateneo di questa città ho conseguito con lode una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sull’ascesa della partisanship nel Congresso degli Stati Uniti. Le mie più grandi passioni sono di natura economico-politica, e proprio di questo mi occupo all’interno del Caffè Geopolitico, nell’area dell’Asia-Pacifico. La Cina è il Paese che mi appassiona e che caratterizza i miei studi: attualmente vivo a Pechino, nell’ambito di un programma di laurea specialistica double degree tra l’Università di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Inoltre, amo la storia, la musica, i giochi di strategia, la Formula 1 (da ferrarista convinto)… e anche il caffè.

     

     

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