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domenica 5 Dicembre 2021

La riforma del Patto di stabilità e le sfide per l’UE

In breve

  • La Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica sulla riforma del Patto di stabilità e crescita, prima di proporre modifiche legislative.
  • Tutti sono consapevoli che le sfide che stanno di fronte all’economia europea, tra cui la riconversione verde, necessitano di investimenti massicci e politiche fiscali mirate.
  • Il dogma dell’austerità sembra superato, tuttavia non sarà facile raggiungere il consenso politico necessario degli Stati membri su modifiche sostanziali, anche se gli effetti positivi di NGEU possono convincere al cambio di paradigma.

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Caffè Lungo – Si torna a parlare di riforma del Patto di stabilità e crescita e di come attrezzare l’economia europea per le sfide del futuro. Un dibattito non facile, ma decisivo. Dagli stimoli anti-pandemia un’indicazione sulla strada da seguire, ma non sarà semplice raggiungere un consenso politico.

IL PATTO DI STABILITÀ E CRESCITA E I SUOI LIMITI

Una delle fondamentali decisioni prese dalla Commissione Europea lo scorso anno per fronteggiare lo shock economico causato dalle restrizioni dovute alla pandemia da coronavirus è stata quella di attivare la general escape clause, che permette la sospensione del Patto di stabilità.
Il Patto di stabilità e crescita nasce dall’esigenza che i Paesi della zona euro perseguano sani criteri finanziari e coordinino le proprie politiche fiscali, al fine di mantenere la stabilità dell’Unione monetaria: si concretizza in un insieme di regole e criteri, i più noti e importanti dei quali sono il limite di deficit pubblico degli Stati membri, che non deve oltrepassare il 3% del rispettivo prodotto interno lordo, e la soglia massima di debito pubblico fissata al 60% dello stesso PIL (ricordiamo che il deficit pubblico è la differenza negativa tra entrate e uscite dello Stato, il debito pubblico è il debito che lo Stato contrae con gli acquirenti delle obbligazioni emesse dallo Stato stesso allo scopo di finanziare servizi e investimenti o per coprire il deficit).
Sulla fondatezza dei criteri del Patto di stabilità, che sono poi gli stessi richiesti per l’adesione alla moneta unica, sono stati versati nel corso degli anni fiumi d’inchiostro e sono state fatte varie proposte di superamento degli stessi, al fine di lasciare alle economie nazionali margini più ampi di crescita anche attraverso un maggiore indebitamento. Tutti ricordano la famosa battuta di Prodi sulla “stupidità” delle regole del Patto.

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Fig. 1 – Il Commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn

AL VIA LA CONSULTAZIONE PUBBLICA: RIFORMARE, MA COME?

Ora, il 19 ottobre scorso, la Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica sulla riforma del Patto, al fine di stimolare il dibattito pubblico e acquisire un certo grado di consapevolezza di percezioni e orientamenti sull’argomento. Si tratta di una prassi comune della Commissione, prima di elaborare proposte normative. Prassi purtroppo non molto pubblicizzata e seguita in Italia, quando invece una forte partecipazione a ogni livello aiuterebbe non solo a corroborare il rapporto di fiducia nei processi partecipativi democratici europei, ma anche ad elaborare proposte efficaci.
Al di là della consultazione, comunque, il dibattito è da tempo aperto nelle sedi politiche e accademiche e non verte unicamente sull’eventuale revisione di alcune regole contabili (peraltro incluse nei Trattati, di qui la difficoltà di ogni cambiamento sostanziale), né può essere ridotto alla semplicistica dicotomia tra difensori del rigore di bilancio e fautori dell’indebitamento. La questione di fondo riguarda piuttosto la capacità economica di cui gli europei devono dotarsi per far fronte alle sfide della trasformazione delle economie nella direzione verde e digitale, delle emergenze imposte dai cambiamenti climatici, della riduzione delle disuguaglianze, del necessario incremento della capacità di resilienza socioeconomica dei nostri Paesi. Tutti fattori che richiedono, e richiederanno sempre più nel prossimo futuro, grandi investimenti e riforme.
Senza dimenticare il problema che soggiace al cuore della governance economica e dunque politica europea, ossia la mancanza di una politica fiscale comune (le politiche fiscali continuano ad essere competenza nazionale) che affianchi la politica monetaria europea (gestita dalla BCE).
La discussione a livello istituzionale sulla modifica del Patto di stabilità è stata interrotta dall’esplodere della pandemia, riprende ora anche se con una certa timidezza, dovuta alle differenti posizioni anche all’interno della Commissione (come quella tra il Vice-presidente Dombrovskis e il Commissario per gli affari economici e monetari Gentiloni) e alle incertezze politiche (pensiamo soprattutto alla formazione del nuovo governo in Germania, dove la probabile coalizione SPD-Verdi-Fdp sarà sicuramente condizionata dalle posizioni dei liberali, restii alle politiche espansive e in particolare a toccare le regole vigenti in materia di bilancio).

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Fig. 2 La copia originale del Trattato di Maastricht

ISTITUZIONALIZZARE MECCANISMI COME NEXT GENERATION EU

Non è detto tuttavia che le posizioni di partenza della Germania finiscano per dettare la linea, visto che altri Paesi (tra cui l’Italia di Draghi) godono al momento di una certa capacità di leadership e possono essere in grado di orientare il dibattito verso modifiche sostanziali.
Comunque sia è ormai riconosciuto da quasi tutti che l’austerità del passato (pensiamo soprattutto ai cinque/sei anni di crisi dal 2008 in poi) ha fallito, nel senso che ha rallentato le possibilità di crescita dell’economia europea. D’altro canto è piuttosto ovvio che la soluzione non sta nella lassitudine di bilancio e nel ricorso facile all’indebitamento: gli sforamenti del deficit concessi all’Italia nel periodo 2015-2019 non hanno creato sviluppo. Invece gli stimoli sostanziali di Next Generation EU sembrano già produrre un rilancio sostanziale della crescita: è probabilmente la conferma che quello di cui c’è bisogno è un centro direzionale che finanzi investimenti a livello europeo, delineandone anche gli obiettivi strutturali e sociali, non solo economici. Servirebbe insomma un vero Ministero dell’Economia europeo e l’istituzionalizzazione di strumenti come NGEU, che ha modificato sostanzialmente il ruolo del bilancio UE e superato il tabù dell’indebitamento comune, contemporaneamente condizionando i finanziamenti a obiettivi precisi e da realizzare in tempi brevi.
Il dibattito sul nuovo Patto di stabilità e crescita, in parallelo con la Conferenza sul futuro dell’Europa, potrebbe (dovrebbe) essere l’occasione per discutere di questo.

Paolo Pellegrini

Photo by QuinceCreative is licensed under CC BY-NC-SA

Paolo Pellegrini

Nato a Terni nel 1967, laureato in Giurisprudenza, sono un funzionario della Commissione europea. Prima di diventare un euroburocrate ho svolto vari lavori ed attività, tra cui l’editore e l’istruttore di paracadutismo sportivo, ma la cosa di cui sono più fiero è l’essere stato, per un breve periodo della mia vita, operaio metalmeccanico.

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