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lunedì 24 Gennaio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

La crisi dello Stato alla radice delle proteste in Kazakistan

In breve

  • Le manifestazioni del 2 gennaio a Zhanaozen per l’aumento del prezzo del gas sono sfociate in un’ondata di proteste in tutto il Kazakistan. Ad Almaty tali proteste sono degenerate in violenti scontri il 5 gennaio
  • La crisi che sta affrontando ora il Kazakistan è la crisi del modello di Stato definito “rentieristico”, tipico dei Paesi produttori di petrolio e ricchi di risorse energetiche
  • Ristabilire l’ordine è la priorità della Russia e la CSTO ha già inviato truppe su richiesta del Presidente Tokayev

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Caffè lungoA partire dal 2 gennaio, un’ondata di proteste ha sconvolto il Kazakistan. Le manifestazioni spontanee hanno portato in piazza seimila persone nella sola Almaty, con scontri con la polizia. Un evento mai visto prima a quelle latitudini. Alla radice, il malcontento della popolazione per la redistribuzione dei proventi del gas e del petrolio.

PROTESTE IN TUTTO IL PAESE

L’ondata di proteste che si è diffusa in tutto il Kazakistan a partire dal 2 gennaio è un evento senza precedenti nella breve storia del Paese. L’apice è stato raggiunto ad Almaty, vecchia capitale politica e capitale economica del Paese, dove un nutrito gruppo di manifestanti è sceso in piazza spontaneamente e si è raccolto nella centrale Piazza della Repubblica, scontrandosi con la polizia. Le violenze però hanno coinvolto altre parti della città, tanto che i manifestanti hanno assaltato il municipio, dandolo alle fiamme e facendo irruzione nello studio del sindaco, per poi provare ad entrare nella residenza presidenziale della città. Secondo fonti locali riportate dai siti internazionali, in tutto il Paese i due giorni di proteste hanno causato duecento arresti tra i manifestanti e si contano anche circa un centinaio di feriti tra le forze dell’ordine. Immediatamente dopo lo scoppio dei disordini, la città di Almaty è stata isolata e Internet bloccato insieme alle principali applicazioni di messaggistica istantanea. Successivamente è stato imposto anche il coprifuoco notturno in tutte le città in cui si sono tenute le proteste. Le proteste sono iniziate il 2 gennaio a Zhanaozen, nella regione occidentale del Mengistau, e in poche ore si sono diffuse ad Aktau, Aqtobe, Oral, Taraz, Shymkent e nella capitale Nur-Sultan.

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Fig. 1 – Militari presidiano in forze le strade di Almaty dopo le violente proteste dei giorni scorsi, 6 gennaio 2022

LA CRISI DI UN MODELLO DI STATO

La scintilla che ha causato i disordini è stato l’aumento del prezzo del gas liquefatto annunciato il 1 gennaio da 60 Tenge (0.12 euro) a 120. Il prezzo è stato deciso perché il Governo voleva passare da una gestione del mercato energetico più aperta al libero mercato e l’aumento dei prezzi era uno degli aspetti più importanti della riforma, visto che fino al 31 dicembre il prezzo era calmierato. Ma per gli abitanti del Mengistau il cambiamento è significativo perché il 90% delle automobili nella regione vanno a gas, e tale risorsa viene usata anche per il riscaldamento. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché si è aggiunta ad un diffusissimo malessere covato per molto tempo nella popolazione. Non a caso ad Aqtau la polizia ha solidarizzato con i manifestanti e durante le proteste sono state scanditi cori contro “l’uomo vecchio” (l’ex Presidente Nazarbayev, dimessosi nel 2019 ma ancora ben presente nella politica nazionale), mentre ad Almaty alcuni manifestanti hanno anche cercato di abbattere una statua del “vecchio”.

La popolazione è stanca del fatto che il Paese, nonostante i proventi della vendita del petrolio e del gas, non si sia sviluppato in maniera adeguata e omogenea. Molte zone sono arretrate sotto ogni aspetto: infrastrutture, accesso al lavoro, sicurezza umana perché i proventi della vendita di fonti energetiche è rimasta in mani a pochi. È la crisi dello Stato “rentieristico” inteso dall’economista Giacomo Luciani negli anni ‘80: uno Stato che fa affidamento su una fonte economica non prodotta, bensì sfruttata, per la sua sopravvivenza; non si tratta di uno Stato non produttore, bensì “allocatore”. Se riesce ad allocare in maniera appropriata i proventi, la popolazione avrà delle aspettative e delle pretese politiche basse, un vero e proprio patto sociale basato sullo sfruttamento delle risorse. Le proteste in Kazakistan partono dal fatto che il patto sociale è venuto meno a causa del limitato sviluppo economico che i manifestanti denunciano in queste ore. Il prezzo calmierato del gas era l’ultimo filamento che univa la popolazione e le élites, ora che è venuto meno questo diritto per la gente comune, i manifestanti chiedono a gran voce il superamento del sistema politico che si reggeva su questo patto.

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Fig. 2 – Il palazzo presidenziale a Nur-Sultan, 5 gennaio 2022. Per ora la capitale kazaka ha visto poche proteste antigovernative

GLI EFFETTI ESTERNI E INTERNI

Il Presidente Tokayev, il successore di Nazarbayev, ha subito dichiarato sulla televisione nazionale dopo l’inizio degli scontri ad Almaty che “il Governo non cadrà” e che i manifestanti erano degli agenti stranieri provocatori. Successivamente ha anche promesso che il Governo reagirà “duramente” alle proteste. Le mosse di Nur-Sultan per calmare la situazione fin dal primo giorno sono state: la reintroduzione dei prezzi calmierati, la nomina di un nuovo Primo Ministro, l’imposizione di uno stato di emergenza nelle città teatro di scontri e l’annuncio di riforme da parte di Tokayev. Per il Governo si può tranquillamente parlare di una crisi istituzionale, visto che per la prima volta in trent’anni l’autorità delle élites (ed in particolare della cerchia di Nazarbayev) è messa seriamente in discussione. L’annuncio delle dimissioni di Nazarbayev da capo del Consiglio di Sicurezza e le dimissioni del nipote Samat Abish dall’incarico di vicepresidente del Comitato di Sicurezza Nazionale potrebbero segnare la fine del clan del “Primo Presidente”.

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Fig. 3 – Soldati russi partono per il Kazakistan dopo la richiesta di aiuto del Presidente Tokayev alla CSTO, 6 gennaio 2022

Le proteste in Kazakistan hanno destato preoccupazione in tutto lo spazio post-sovietico. Il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato che la Russia segue molto da vicino gli eventi. La domanda che alcuni si sono posti in queste ore è se la Russia potrebbe approfittare della crisi per annettersi le regioni settentrionali, ancora oggi abitate da una maggioranza russa. La risposta è assolutamente no. La Russia utilizzerà ogni mezzo per aiutare il regime kazako a riportare l’ordine. Già mercoledì sera Tokayev ha infatti fatto appello alla Collective Security Treaty Organization (CSTO) per l’invio di truppe, prontamente giunte in poche ore. Le ragioni sono chiare: la Russia non può permettersi di avere una crisi politica in un momento come questo, in cui sta affrontando gli Stati Uniti sul dossier ucraino; inoltre, nonostante i battibecchi tra i due Paesi, il Kazakistan resta un alleato importante in Asia Centrale, per ragioni geopolitiche e storiche. Un intervento stile “Crimea”, in questo momento, rischia di scoprire il fianco alla Russia, con il timore che altre potenze (Cina o addirittura Stati Uniti) ne approfittino.

Cosimo Graziani

Photo by Boztay_Akimkhan is licensed under CC BY-NC-SA

Cosimo Graziani
Cosimo Graziani

International Master in Eurasian Studies presso l’Università di Glasgow e l’Università di Tartu in Estonia. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi dell’Asia Centrale, per questo durante il mio master ho trascorso anche un semestre in Kazakistan. Tifoso bianconero, se non parlo di politica mi piace parlare di storia e leggere libri.

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