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mercoledì 25 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

La Cina e il Grande Gioco nell’Indo-Pacifico

In breve

  • Il quadrante Indo-Pacifico è interessato in misura sempre maggiore da un crescente build-up militare, testimoniato anche dalla crescente densità di attività esercitative che vengono tenute nel teatro in questione.
  • La postura della Repubblica Popolare Cinese, la sua maggiorata assertività, le rivendicazioni territoriali da essa sostenute e il potenziamento delle sue Forze Armate sono giudicati come fattori responsabili di una maggiore pressione cinese esercitata sulla maggior parte dei Paesi della regione.
  • Patti di alleanza come AUKUS si inquadrano all’interno di una serie misure già in essere, pensate per moderare l’ascesa cinese nella regione e, quindi, per contenerne le aspirazioni geopolitiche.

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AnalisiIl quadrante Indo-Pacifico è ormai caratterizzato da un significativo build-up militare in crescita costante. Protagonisti sono tutti i Paesi della regione, Repubblica Popolare in primis. Tra le risposte alla rinnovata assertività cinese si è aggiunta, da qualche mese, l’iniziativa AUKUS.

UN GRANDE TEATRO GEOPOLITICO

Da alcuni anni a questa parte il quadrante Indo-Pacifico, comprendente a un tempo Pacifico Occidentale e Oceano Indiano, è diventato teatro di frizioni geopolitiche di varia natura. Essenzialmente è possibile delineare uno schema di questo Grande Gioco a partire da due fattori principali: da un lato l’ambizione – o piuttosto necessità, forse – della Repubblica Popolare Cinese (RPC) di divenire egemone regionale, tappa obbligata per completare l’ascesa allo status di superpotenza; dall’altro l’attività contenitiva di Stati Uniti e Paesi allineati volta a moderare le ambizioni di Pechino. Manifestazioni di questa volontà sono, ad esempio, dispositivi come il Quad, (composto da Australia, India, Giappone e Stati Uniti) e alleanze di nuova matrice come l’AUKUS, siglata lo scorso settembre tra Washington, Canberra e Londra. La situazione descritta, i cui connotati attuali sono attribuiti da diversi osservatori all’evidente, accresciuta assertività della Repubblica Popolare, è stata accompagnata dallo spontaneo costituirsi di un sostanzioso irrobustimento degli strumenti militari della quasi totalità dei Paesi coinvolti nella regione e, quindi, di un notevole incremento della densità di attività esercitative.

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Fig. 1 – Il Presidente statunitense Joe Biden e il Segretario di Stato Antony Blinken durante il vertice Quad del marzo 2021

MANOVRE DI GUERRA

In relazione alla crescente importanza delle esercitazioni aeronavali nel contesto dell’Indo-Pacifico si prendano ad esempio le recenti edizioni della Malabar 2021, della Maritime Partnership Exercise 2021, e della Bersama Gold 2021. Manovre esercitative, queste, che hanno visto la partecipazione dei dispositivi aeronavali di Giappone, Australia, Nuova Zelanda, India, Singapore, Malesia e Stati Uniti. Notevole, tuttavia, è anche la mole di esercitazioni facenti capo alla RPC. Solo nel periodo compreso tra giugno e agosto dell’anno scorso, l’Esercito Popolare di Liberazione ha tenuto oltre cento attività di esercitazione in prossimità di aree marittime cinesi di pertinenza strategica”, che si aggiungono alla manovra sino-russa denominata Sea Interaction 2021, condotta congiuntamente dalla People’s Liberation Army Navy (PLAN) e da unità navali della Flotta Russa del Pacifico.

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Fig. 2 – Una portaelicotteri della classe Izumo nel porto di Yokosuka, maggio 2017

PECHINO E LE SUE ARMI

Come anticipato quello cui si sta assistendo nella regione è un corposo build-up militare, del quale risulta particolarmente interessante analizzare l’anatomia. Nello specifico appare impressionante l’opera di armamento compiuta da Pechino, la quale si sta attualmente dotando dello strumento militare di gran lunga più potente dell’intera regione, con particolare riguardo per il settore aeronavale. Le Forze Armate cinesi hanno implementato una infrastruttura A2/AD che integra al suo interno una molteplicità di assetti appartenenti a domini distinti. Tra i sistemi d’arma maggiormente temuti e integrati in questo network difensivo si annoverano di certo i vettori ASBM (Anti-Ship Ballistic Missile) DF-21D e DF-26B, nonché i missili antinave supersonici afferenti alle famiglie YJ-12 e YJ-18 e i velivoli UAV e UCAV tipo JG-11, CH-6, WZ-8 e WZ-7, pensati non solo in ottica ricognitiva bensì, eccezion fatta per il WZ-8 ed il WZ-7, anche in grado di utilizzare munizionamento guidato di vario genere. Ulteriormente pericolose risultano essere, inoltre, le unità navali, sia subacquee che di superficie. Al 2020 risultano attestati in servizio attivo un numero complessivo di 66 sommergibili, la maggior parte dei quali non nucleare, unitamente alle classi di battelli più moderni della PLAN quali la Yuan (Type 039) e la Shang (Type 093), quest’ultima a propulsione nucleare. Il rapporto China Naval Modernization: Implications for U.S. Navy Capabilities, emesso dal Congressional Research Service, rivela che, nonostante la crescita della componente sottomarina cinese risulti ancora sostanzialmente ridotta, un’ulteriore messa in essere di facilities produttive adatte potrebbe rafforzare la capacità cinese di realizzare piattaforme sottomarine avanzate. Questa tendenza pare essere confermata dall’allargamento del cantiere navale di Bohai, presso il quale a febbraio 2021 sono state recuperate immagini parziali di un nuovo battello atomico. Pur non essendo ancora chiaro di quale unità si tratti, è plausibile che la documentazione raccolta si riferisca ai Type-095 o ai Type-096. In sintesi, vista l’enfasi posta dalla RPC sul potenziamento delle proprie capacità navali, lo statunitense ONI (Office of Naval Intelligence) stima che la forza sottomarina complessiva cinese passi dagli attuali 66 battelli a un numero di 76 entro il 2030. È poi doveroso sottolineare come sia andato crescendo anche il rafforzamento delle capacità navali di superficie della Repubblica Popolare. Esempio lampante è in questo senso l’attuale allestimento della nuova portaerei Type-003, in completamento presso il cantiere Jianhan di Shanghai. Il vascello in questione, di dimensioni simili ad una portaerei statunitense, garantirebbe alla PLAN l’acquisizione di capacità proiettive di indubbia portata e sicuramente maggiori rispetto a quelle attualmente esibite. Tra le diverse unità di superficie di concezione moderna ad ora in forza alla PLAN si annoverano i DDG (guided missile destroyer) Type 052, le FFG (guided missile frigate) Type 054A, le corvette Type 056 e le LHD (Landing Helicopter Dock) Type 075. Tuttavia i vascelli più impressionanti sono sicuramente quelli della classe Renhai. Pesantemente armate e con un dislocamento compreso tra le 12mila e le 13mila tonnellate, queste unità conferiscono alla RPC la capacità di dispiegare una classe di vascelli comparabile – se non superiore – a quelle statunitensi Arleigh Burke e Ticonderoga.

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Fig. 3 – Drone supersonico con compiti di ricognizione tipo WZ-8, ripreso durante la parata a Pechino per i settant’anni della Repubblica Popolare, 1° ottobre 2019

CANBERRA E TOKIO: SOMMERGIBILI ATOMICI E PORTAEREI

La Repubblica Popolare Cinese considera il possesso di uno strumento militare avanzato come un supporto essenziale alle proprie ambizioni geopolitiche. Da qui si evince senza difficoltà la ragione per cui Pechino stia profondendo sforzi notevoli per il potenziamento delle proprie Forze Armate, con nota enfatica sulla Marina. È chiaro come l’assertività cinese da un lato e il rafforzamento del proprio apparato militare dall’altro inducano la maggior parte dei Paesi del quadrante Indo-Pacifico a percepire la Repubblica Popolare come una sfida impegnativa per quanto riguarda la propria sicurezza nazionale. Il riarmo del Giappone, rappresentato soprattutto dal connubio F-35 e classe Izumo, che doterà il Paese di una rinnovata e temibile capacità aeronavale, e la sempre crescente importanza di Quad e AUKUS, sono perfettamente inquadrabili in un’ottica di competizione strategica con la Repubblica Popolare. Appare evidente che con la volontà di dotarsi di battelli a propulsione nucleare – possibilità che, nell’ipotesi migliore, non si concretizzerà prima di diversi anni – l’Australia considera inevitabile il potenziamento delle proprie capacità navali. Nondimeno la condivisione tecnologica tra Australia, Stati Uniti e Gran Bretagna non è circoscritta alle tecnologie nucleari. Essa, infatti, si estende anche alle tecnologie afferenti all’ambito cibernetico, all’intelligenza artificiale e ai sistemi d’arma di tipo ipersonico. In breve, se è vero che Pechino è mossa dal desiderio razionale di difendere i propri interessi strategici, tutelare la propria sicurezza nazionale e, nel caso di Taiwan, reintegrare nella madrepatria ciò che viene considerata come una provincia ribelle, è ugualmente veritiero che, agli occhi di diversi analisti, la postura acquisita dalla Repubblica Popolare appare sempre più aggressiva e, quindi, fonte di potenziale pericolo per i Paesi vicini. A testimonianza di ciò basti pensare alle quotidiane incursioni cinesi nella ADIZ (Air Defense Identification Zone) di Taiwan.

Francesco Lorenzo Morandi

USS Ronald Reagan (CVN 76) transits the San Bernardino Strait.” by Official U.S. Navy Imagery is licensed under CC BY

Francesco Lorenzo Morandi
Francesco Lorenzo Morandi

Dopo un percorso accademico presso la facoltà di Ingegneria Aerospaziale, attualmente studio Mediazione Linguistica e sono fresco di corsi di formazione presso la SIOI e l’Istituto Affari Internazionali. Recentemente ho frequentato anche la XV Winter School erogata dal Centro Studi Geopolitica.info.
Sono da sempre appassionato di geopolitica e di sicurezza internazionale in generale, con una indubbia preferenza per il teatro indopacifico e la geopolitica della Repubblica Popolare Cinese relativamente alla Belt and Road Initiative, all’evoluzione dottrinale ed organizzativa dell’apparato militare cinese ed al rapporto che lega Pechino alle potenze regionali che la circondano.

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