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venerdì 20 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Lo Stato fantasma: il ruolo della Transnistria nella crisi ucraina

In breve

  • A inizio febbraio l’Operational Group of Russian Forces – composto da 1.200 peacekeeper russi – ha svolto delle esercitazioni militari in Transnistria, lungo il confine occidentale dell’Ucraina.
  • La Transnistria, ufficialmente parte della Moldova, si è autoproclamata indipendente nel 1990. La popolazione è principalmente russofona e dipende dal Cremlino per importazione di gas e sussidi pensionistici.
  • Nel caso di una vera e propria invasione dell’Ucraina da est, un concomitante attacco dalla Transnistria potrebbe mettere in difficoltà Kiev. Il sostegno ai russi delle truppe transnistriane sarebbe in questo caso essenziale.

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Caffè lungo – Lungo il confine ovest dell’Ucraina, la Transnistria, ufficialmente parte della Moldova, pone un ulteriore minaccia alla sicurezza del Paese. L’Operational Group of Russian Forces ha svolto delle esercitazioni militari sul territorio a inizio febbraio. Un’invasione da est, in concomitanza con un attacco da questa regione, potrebbe mettere in difficoltà Kiev.

L’OPERATIONAL GROUP OF RUSSIAN FORCES

Con il  discorso alla Nazione tenutosi il 21 febbraio Putin ha ufficialmente riconosciuto le Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, situate sul confine orientale dell’Ucraina. Il capo del Cremlino ha altresì ordinato il dispiegamento di truppe russe di peacekeeping sul territorio. È in corso un’escalation senza precedenti che rischia di sfociare in guerra aperta.
Il confine est non è però l’unico a destare preoccupazione per Kiev. Dall’altra parte della barricata, a ovest, l’Ucraina condivide ben 400 chilometri di confine con uno Stato autoproclamatosi indipendente nel 1990, ma non riconosciuto dalla comunità internazionale: la Transnistria, ufficialmente parte della Repubblica di Moldova. Uno Stato fantasma che esiste de facto, con un proprio Governo e una Costituzione, ma non de jure, e che gode del sostegno russo.
Sul territorio della Repubblica Moldava di Pridnestrovie – nome ufficiale della Transnistria – è presente difatti un contingente russo – l’Operational Group of Russian Forces (OGRF) – che agisce in qualità di guardiano della sicurezza di un conflitto mai risolto. Ma non solo. A inizio febbraio il gruppo ha intrapreso una serie di esercitazioni militari che hanno non poco preoccupato il Presidente ucraino Zelensky. Utilizzando armi come l’AGS-17, un lanciagranate automatico di ideazione sovietica, i russi hanno simulato un’operazione di difesa contro un ipotetico attacco della fanteria nemica. Manovre inquietanti per Kiev.
Ma da chi è composto l’OGRF? Le stime indicano la presenza di 450 peacekeeper e 500-750 soldati a guardia di diversi depositi di munizioni risalenti all’epoca sovietica. Questi ultimi conterrebbero sulla carta 45.951 tonnellate di munizioni – in particolare, quello di Cobasna, il più grande, ne avrebbe 22mila. Circa il 50% di tali munizioni è però datato e la Moldova ha chiesto più volte di rimuoverle dalla Transnistria.

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Fig. 1 – Una donna e un soldato passano di fronte al quartier generale dell’OGRF a Tiraspol, settembre 2021

UN TUFFO NEL PASSATO – TRA LINGUA, ETNIA E STORIA

L’attuale Transnistria divenne parte dell’Impero russo nel 1792, mentre il resto della Bessarabia (regione storica che comprendeva la Moldava e parte dell’attuale Ucraina) solo nel 1878.
Alla fine della Prima guerra mondiale la Moldova venne ufficialmente annessa al Regno di Romania con il Trattato di Parigi del 1920. La neonata URSS, dal canto suo, riuscì a mantenere il controllo sul territorio della Transnistria, dichiarandovi nel 1924 la nascita della MASSR (Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Moldavia). La restante parte dell’odierna Moldova fu annessa all’impero sovietico solo nel 1940.
Forte del particolarismo storico che l’ha sempre contraddistinta, al collasso dell’URSS la Transnistria si dichiarò indipendente. La guerra con il Governo moldavo che ne scaturì finì in un nulla di fatto e la disputa entrò nella cerchia dei cosiddetti frozen conflicts. Il mantenimento della pace fu affidato ai russi, che avevano sostenuto le forze separatiste.
Tale dualità storica ha fatto sì che le due parti adottino oggi due atteggiamenti opposti in materia di politica estera.
A Chișinău – capitale moldava – spesso si discute di una possibile riunificazione con la Romania. Dopotutto, moldavi e romeni parlano la stessa lingua. La lingua cosiddetta “moldava” (oggi scritta in caratteri latini) fu creata a tavolino durante il periodo di dominazione sovietica, traslitterando il romeno in caratteri cirillici. L’obiettivo era generare discontinuità con il passato della regione.
A Tiraspol – capitale della Transnistria – la situazione è ben diversa. La maggior parte della popolazione qui è russofona. Il russo è utilizzato come lingua di comunicazione interetnica tra russi (29%), moldavi (28%) e ucraini (23%). Oltretutto pare che in questa stretta linea di terra il tempo si sia fermato: statue di Lenin sorvegliano fiere le principali città e falce e martello fanno capolino sulla bandiera di Stato. La regione, inoltre, dipende dalla Russia per i sussidi pensionistici e l’importazione di gas.
La Transnistria ha, però, anche un’anima ucraina: un’ampia fetta della popolazione si riconosce nell’etnia ucraina e il Governo ha sancito che le lingue ufficiali del territorio sono russo, moldavo e ucraino.
Che ruolo può giocare nell’attuale scenario di crisi?

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Fig. 2 – “La Russia nei nostri cuori”: slogan propagandistico su un cartellone all’ingresso di Tiraspol, settembre 2021. Nel 2006 i transnistriani votarono in un referendum a favore di una possibile futura riunificazione con Mosca

CRISI: SCENARI FUTURI

Se dovesse verificarsi una vera e propria invasione dell’Ucraina da est (dove il Cremlino ha schierato circa 190mila uomini), un concomitante attacco a ovest dalla Transnistria, insieme a uno più massiccio dalla Bielorussia, potrebbe mettere in difficoltà Kiev e portare all’accerchiamento delle sue Forze Armate.
È uno scenario ipotetico che, al fine di avverarsi, necessiterebbe del sostegno delle truppe transnistriane. Difatti senza quest’ultime i russi in Transnistria disporrebbero solo di 1.200 uomini. Attualmente le forze armate della Repubblica Moldava di Pridnestrovie sono composte da 4.500 soldati, ma si stima che altri 15mila potrebbero essere mobilitati se necessario. Sulla carta, quindi, un totale di 20.700 soldati.
Ma tale mobilitazione sarebbe possibile?
La popolazione di Tiraspol, per larga parte di etnia ucraina, ha adottato una posizione “piuttosto neutrale” nei confronti dell’attuale crisi, ritenendola “estremamente delicata”. Tuttavia, al tempo stesso, i legami diplomatici tra Tiraspol e Kiev risultano compromessi dal 2005, a seguito del fallimento di un piano di supporto proposto dall’allora Presidente ucraino Juščenko. Tra i due Paesi è attualmente in atto un embargo commerciale. Dall’altra parte, l’asse Mosca-Tiraspol non mostra segni di cedimento. Anzi, gli abitanti della Transnistria, nel 2006, furono chiamati alle urne per votare in un referendum un’annessione alla Moldova o il mantenimento dell’indipendenza e una possibile futura riunificazione con la Federazione Russa. Il 97% scelse la seconda opzione.
Un esplicito e concreto sostegno al Cremlino, all’interno della crisi ucraina, è dunque possibile. Oltretutto, se, sulla scia degli ultimi avvenimenti nel Donbass, anche la Transnistria dovesse ricevere un riconoscimento ufficiale da parte della Russia, la situazione si farebbe davvero preoccupante per l’Ucraina.

Giulia Mocchetti

Transnistrian flag – Presidential building, Tiraspol” by Maxence Peniguet is licensed under CC BY

Giulia Mocchetti
Giulia Mocchetti

Classe 1997, amo scrivere e viaggiare. A novembre 2021 ho conseguito la laurea magistrale in Lingue Straniere per le Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, con lingue di specializzazione inglese e russo. Negli ultimi anni mi sono interessata agli sviluppi politici e culturali dello spazio post-sovietico, dedicando la mia tesi magistrale all’approfondimento del conflitto in Nagorno-Karabakh.
Per due anni e mezzo ho lavorato come docente di lingua inglese in una scuola per bambini, dove ho perseguito un unico obiettivo: rendere chiaro ciò che può sembrare complesso, che è quello che mi prefiggo di fare anche per il Caffè Geopolitico.

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