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mercoledì 25 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Nixon a Pechino: 50 anni nella ruota della Storia

In breve

  • Ripercorriamo gli eventi che accompagnarono cinquanta anni fa il viaggio di Nixon a Pechino che aprì alla RPC le porte del mondo globalizzato
  • Le circostanze che fecero da sfondo a quello storico evento si ripropongono oggi tra sport, confini minacciati e alleanze rinnovate.
  • L’attuale guerra in Ucraina costituirà una cartina di tornasole per comprendere in che misura la Cina è in grado di pesare sui destini del mondo.

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Analisi– Il viaggio di Nixon in Cina nel febbraio 1972 apriva al Governo comunista la strada del pieno riconoscimento internazionale. Dopo circa 50 anni si ripetono eventi sportivi, alleanze strategiche, scontri di frontiera che tracimano in invasioni, in uno scenario in cui la RPC mette in gioco il nuovo ruolo di attore determinante nella gestione del mondo globalizzato.

IL VIAGGIO DI NIXON

Ricorre in questi giorni il 50° anniversario dello storico viaggio, che si svolse dal 21 al 28 febbraio 1972, del Presidente americano Richard Nixon in Cina che gettò le basi per il riconoscimento diplomatico del Governo comunista, che avvenne nel 1979.

Dalla Fondazione della Repubblica popolare Cinese nel 1949 gli Stati Uniti e gran parte della comunità internazionale ritenevano che il Governo nazionalista di Chiang Kai-Shek, sconfitto da Pechino e riparato nell’isola di Taiwan sotto l’egida americana, godesse della continuità col Governo cinese precedente.

La questione veniva dibattuta anche in seno all’ONU: Mao rivendicava il seggio in base al principio di effettività e solo nel 1971 fu votata l’estromissione dall’ONU della Cina nazionalista e la sua sostituzione con la RPC, anche nel Consiglio di Sicurezza, dove alla Cina spettava un seggio permanente, correlato al c.d. diritto di veto. La scelta di considerare il cambio come un avvicendamento di Governi provocò l’espulsione del Governo di Taiwan, che vide rarefarsi la sua rappresentatività in sede internazionale. La scelta era dettata dal governo di Pechino che riuscì a far prevalere la politica dell’unica Cina, che da allora costituisce l’unica “conditio sine qua non” per stringere qualsiasi relazione con il Dragone.

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Fig. 1 – Nixon insieme a Mao durante la storica visita del 1972

ONLY NIXON COULD GO TO CHINA

In quegli anni il mondo era diviso in blocchi che contrapponevano gli Stati Uniti e gli alleati dell’Alleanza Atlantica ai Paesi comunisti del Patto di Varsavia, guidati dall’Unione Sovietica. Nella profonda divergenza politica, economica ed ideologica tra le parti, che portò a sfiorare la terza guerra mondiale, si inserì la RPC. L’intenso sforzo diplomatico, di cui fu artefice Henry Kissinger, fu accompagnato dalla cosiddetta politica del ping pong, che gettò le basi per arrivare alla firma del Comunicato di Shanghai, che aprì la strada per i futuri rapporti diplomatici. La strategia americana mirava a distaccare la Cina dall’alleato sovietico, da cui il Governo di Pechino, dopo la morte di Stalin, si era progressivamente allontanato a causa delle crescenti divergenze ideologiche e degli scontri militari sul lungo confine comune. La salda postura anticomunista di Nixon consentì l’abile mossa diplomatica.

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Fig. 2 – Nixon e Zhou Enlai nel banchetto di saluto finale della visita

LA PARABOLA CINESE

Kissinger ha più volte affermato di vedere nella Cina l’avversario più temibile: i fatti gli hanno dato ragione. Dopo la morte di Mao il Paese del Centro assestato, produttivo, pragmatico e deciso a ritornare agli antichi splendori, accantonava il radicalismo ideologico, in favore dello sviluppo economico che gli consentì nel 2001 l’entrata nel World Trade Organisation (WTO), decuplicando in cinquant’anni il suo PIL pro capite per divenire la prima economia mondiale. Questo traguardo ha permesso a Xi Jinping di abbandonare la politica di basso profilo e agli Stati Uniti si rendersi conto di trovarsi di fronte ad un Paese non solo con una capacità economica comparabile alla propria, ma soprattutto con una grande abilità nella conduzione degli affari internazionali, con modalità  assertive e proattive, sostenuta da una narrazione quasi epica del proprio retaggio storico e culturale, come dimostrato con la risoluzione sulla storia del 2021.

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Fig. 3 – Bill Clinton e la sua famiglia a passeggio sulla Grande Muraglia nel 1998

LA RUOTA DELLA STORIA

Dopo 50 anni sono ancora gli eventi sportivi l’occasione per stringere alleanze politiche: dalla diplomazia del ping pong siamo infatti passati al boicottaggio americano delle Olimpiadi invernali di Pechino, occasione per rinsaldare i rapporti tra Putin e Xi Jinping  che, nella dichiarazione congiunta rilasciata per l’occasione, hanno preconizzato un ruolo di guida nella “ridistribuzione del potere nel mondo” come parte di una partnership strategica “senza limiti”. Dopo circa mezzo secolo, in un contesto caratterizzato dal deterioramento del quadro politico ed economico internazionale, si rivedono fughe rocambolesche quanto tragiche delle quali si confondono le immagini: nello scorso millennio da Saigon, nel nuovo da Kabul. Si ripetono anche gli scontri sui confini che non riguardano più il fiume Ussuri (l’isola Damanskij – Zhēnbao è stata ceduta dalla Russia alla Repubblica Popolare Cinese nel 1991), ma la stessa Europa dove ritornano le sirene di guerra, i carri armati e i bombardamenti: un incubo annunciato divenuto drammatica realtà.

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Fig. 4 – Il Presidente Biden durante il suo incontro virtuale con Xi Jinping dello scorso novembre

NUOVO ASSE PECHINO – MOSCA

Dopo dieci lustri assistiamo anche ad un’inversione di tendenze: i due Paesi che allora si stavano allontanando oggi stanno ricostruendo un nuovo asse Pechino – Mosca, che si estende in molte aree del globo come cooperazione militare e tecnologica, in un’ottica di difesa del proprio cortile di casa, per i primi Taiwan, territorio dell’Impero Celeste, e per i secondi l’Ucraina, nel passato parte dell’Unione Sovietica, poi rivolta all’UE e aspirante all’ombrello Nato, prima della tragica invasione nella notte del 24 febbraio. L’intento comune volto a scardinare l’ordine mondiale attuale, da parte cinese, è camuffato in ambiguità di fronte ai Governi occidentali che comunque rappresentano i suoi più importanti partner commerciali, nonostante la ripresa da parte di Biden della politica del “pivot to Asia” elaborata dalla Clinton sotto la presidenza Obama, dopo il “momento jacksoniano” di Trump.

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Fig. 5 – Xi e Putin durante il loro incontro prima dell’inizio delle Olimpiadi invernali di Pechino

VECCHIE E NUOVE ALLEANZE

Il riorientamento dell’asse strategico in Asia caratterizza la complessità che viviamo 50 anni dopo il viaggio di Nixon: l’escalation militare e varie crisi umanitarie si aggiungono ai forti contrasti sulle modalità di conduzione del commercio mondiale, reso asimmetrico dalle limitazioni all’accesso dei mercati cinesi, cui si aggiunge il diverso approccio alle norme che lo regolano. In questo scenario si muove il Paese di Mezzo che gioca le sue carte con un uso spregiudicato dei dati, dell’intelligenza artificiale, della robotica e della logistica, nonostante le criticità legate al tentativo di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni degli accordi di Parigi nell’ambito del Framework Convention on Climate Change delle Nazioni Unite per il passaggio ad un’economia green.

Il deflagrare della crisi in Ucraina contribuisce a ridare alla Cina quella posizione che per secoli ha rivestito in Oriente e che oggi veicola nel mondo globalizzato attraverso una tattica da equilibristi che in realtà corrisponde ad un atteggiamento millenario, rivolto al dialogo e alla moderazione, anche per non compromettere un avanzo commerciale che ha raggiunto nel 2021 la cifra record di 676 miliardi di dollari. Fallita la politica dell’engagement, soprattutto per la postura sempre più autoritaria del Governo di Xi Jinping, il Dragone dovrebbe porsi come responsible stakeholder. La guerra in Ucraina ci dirà se la Cina sarà in grado di contribuire veramente alla pace nel mondo, anche attraverso il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale di ogni Paese, perchè su questo si giocherà molto del suo soft power. I dubbi ad oggi sono tanti. Per quanto riguarda Taiwan, da quel lontano 1972 che sdoganò il criterio di un’unica Cina, non ci facciamo illusioni.

Elisabetta Esposito Martino

Peking, China 1972 – Mao & Nixon” by manhhai is licensed under CC BY

Elisabetta Esposito Martino
Elisabetta Esposito Martinohttp://auroraborealeorientale.wordpress.com/

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!

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