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venerdì 20 Maggio 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

La Cina nella crisi tra Russia e Ucraina (I): intervista a Gabriele Battaglia

In breve

  • A cosa mira la Cina nell’attuale conflitto in Ucraina? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Battaglia, corrispondente da Pechino della Radio Televisione Svizzera Italiana (RSI).

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Le interviste del Caffè La posizione della Cina nell’attuale conflitto ucraino sta facendo molto discutere. Quali sono gli obiettivi di Pechino? E come vedono i cinesi lo scontro tra Mosca e Kiev? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Battaglia, corrispondente a Pechino per la RSI (Radio Televisione Svizzera Italiana).

Buongiorno dott. Battaglia, la ringrazio per il tempo che mi ha messo a disposizione. Le volvevo fare qualche domanda relativamente a quello che sta succedendo in Ucraina in questo momento, specificatamente in relazione a quello che è l’approccio della Repubblica Popolare Cinese alla questione. Come sta gestendo, la Cina, la crisi in atto, e cosa ne pensa delle posizioni del Governo cinese?

Prima di tutto credo che la Cina sia stata colta di sorpresa dall’invasione russa, così come sono convinto che a margine dell’incontro del 4 febbraio, Putin non abbia rivelato a Xi Jinping, anche in via confidenziale, le sue intenzioni circa la volontà o meno di attivare una manovra militare ai danni dell’Ucraina. In effetti, non so nemmeno se Putin il 4 febbraio avesse già le idee chiare relativamente ad una ipotetica invasione, tuttavia premetto che non conosco approfonditamente la politica russa, il profilo psicologico di Putin, né il suo entourage. È evidente che, nel caso in cui effettivamente fossero confermate delle prove convincenti in questo senso, anche la mia opinione subirebbe dei cambiamenti. Tuttavia, allo stato attuale delle cose, sembra che tali tesi siano difese unicamente da alcune testate giornalistiche, le cui posizioni si basano essenzialmente su rapporti dell’intelligence statunitense. Insomma, non ci sono le prove che Putin avesse effettivamente chiaro il da farsi già il 4 febbraio, come non ci sono le prove che vedrebbero Xi Jinping a conoscenza della volontà del Presidente russo di utilizzare in maniera attiva lo strumento militare. In passato abbiamo avuto molte pistole fumanti che poi si sono rivelate essere false. Anzi: alla fine dell’incontro tra Xi e Putin, sono state fatte da entrambi delle dichiarazioni che, a mio avviso, non sarebbero state prodotte se effettivamente una parte avesse messo al corrente l’altra di un’invasione pianificata. Personalmente, conoscendo la Cina e i cinesi, ritengo che mai e poi mai, per nessuna ragione al mondo, se i cinesi fossero stati al corrente che una guerra stava per scoppiare, si sarebbe fatto riferimento a concetti come collaborazione a tutti i livelli tra Russia e Cina. Xi sarebbe stato molto più cauto.

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Fig. 1 – Vladimir Putin a colloquio con Xi Jinping, 4 febbraio 2022

Ma ci sono anche altri segnali che fanno riflettere, come ad esempio la graduale presa di distanza dei cinesi a partire dal 24 febbraio, giorno immediatamente successivo all’invasione. Indicative, ad esempio, sono state le affermazioni della portavoce del ministero degli esteri cinese, Hua Chunying, la quale ha detto apertamente che se da un lato la Cina comprende i fondati timori russi relativi alla propria sicurezza nazionale, dall’altro riconosce l’integrità territoriale di tutti i Paesi. Non solo. Ha anche messo in evidenza che la Cina, nel novero dei Paesi facenti parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è anche l’unico a non avere ancora raggiunto la completa riunificazione territoriale. Leggendo tra le righe, si capisce bene come i cinesi considerino tutti gli altri paesi, al di fuori del loro, come già territorialmente unificati. Quindi ipotetiche, future, rivendicazioni russe su Donbass o su altre parti del territorio ucraino è molto probabile che non saranno supportate da parte della Repubblica Popolare. Una cosa va detta: se i cinesi stanno gradualmente prendendo le distanze dalle azioni russe, questo non implica che comunque considerino ancora importantissima la partnership con la Russia. Inoltre, la Cina si sente impegnata in quella che sempre di più si presenta come una competizione strategica di lunga durata con gli Stati Uniti d’America, ergo è impossibile che le posizioni cinesi ed occidentali, specie in materia di sanzioni, possano risultare simili.
Ancora, Wang Yi, ministro degli esteri cinese, ha ben sintetizzato, in cinque punti, le posizioni di Pechino in merito alla vicenda:

  • La Cina sostiene il rispetto e la salvaguardia dell’integrità territoriale di tutti i Paesi.
  • I legittimi appelli alla sicurezza della Russia dovrebbero essere presi sul serio e opportunamente risolti.
  • Tutte le parti dovrebbero esercitare moderazione onde evitare un peggioramento complessivo della situazione, in modo da prevenire una crisi umanitaria su larga scala.
  • La Cina sostiene tutti gli sforzi diplomatici atti alla risoluzione pacifica della crisi in Ucraina.
  • La Cina non sarebbe d’accordo con eventuali risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’ONU che evocassero con leggerezza l’autorizzazione dell’uso della forza e l’applicazione di sanzioni.

Questa è essenzialmente la linea della Repubblica Popolare, che viene ribadita dall’inizio della crisi. È abbastanza buffo, poi, come in funzione degli interlocutori, le priorità e i punti vengano invertite. Se i cinesi parlano con l’Ucraina o con l’Occidente, mettono al primo posto il rispetto e la salvaguardia dell’integrità territoriale, se parlano con i russi, invece, danno più importanza alle questioni relative alla sicurezza nazionale del loro paese. Ma c’è un altro dettaglio che è ancora più interessante. I punti di Wang Yi, che definiscono i connotati della linea cinese, sono stati comunicati ai suoi omologhi di Unione Europea, Francia e Regno Unito. Non agli Stati Uniti.

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Fig. 2 – Messaggio di sostegno all’Ucraina sul muro dell’ambasciata canadese a Pechino, 3 marzo 2022

Sembra quasi che la posizione cinese in merito alla questione, al netto del fatto che la Repubblica Popolare sia stata colta impreparata da tutto quello che è successo, sia quella maggiormente “equilibrata” tra le parti in gioco. Non pensa?

Ovviamente, ho le mie opinioni personali in merito alla vicenda. Anche per me, da un certo punto di vista, risulta essere quella più equilibrata. Il punto è quanto effettivamente risolutiva può essere? La Cina, evidentemente, cerca di preservare i propri interessi, esattamente come qualunque altro attore presente sulla scena mondiale. Tuttavia, nella strategia di azione cinese, sembrano esserci degli elementi piuttosto intelligenti. Prima di tutto, dalle considerazioni di Pechino, passa un messaggio molto importante: non mettere mai nessuno con le spalle al muro, e offrirgli sempre una via di uscita.

Perché, forse, togliendo ad un interlocutore una via di uscita, lo si costringe a fare delle mosse che forse possono essere, diciamo così, “sconsiderate”.

Esattamente, credo che l’idea sia quella offrire una sorta way out a Putin. Se ciò non venisse fatto, evidentemente si alzerebbe la probabilità di una escalation, anche militare, e non credo si voglia arrivare a questo punto. Ma andiamo avanti, un ulteriore finezza dell’approccio cinese sta nella sua pragmaticità. I cinesi vogliono “andare dritti all’obiettivo pratico”, e questo obiettivo è essenzialmente legato a fare rientrare nel più breve tempo possibile questa crisi, che da un lato potrebbe portare a problemi concreti di carattere umanitario, e dall’altro danneggiare in maniera grave gli interessi economici di tutti.
Nel loro essere molto pragmatici, poi, ai cinesi importa molto relativamente di quello che sarà l’assetto politico ucraino successivamente alla crisi in essere: che ci sia, in Ucraina, un regime democratico a tutti gli effetti, un governo fantoccio controllato a distanza da Mosca, o ancora che il territorio ucraino subisca modificazioni di qualche tipo, alla Repubblica Popolare essenzialmente importa molto poco. Se il fare in modo che l’Ucraina raggiunga un assetto istituzionale ottimale ha come reazione diretta un ipotetico acuirsi del conflitto invece che una sua risoluzione, beh, per i cinesi il gioco non vale affatto la candela.

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Fig. 3 – Wang Yi pronuncia il discorso di apertura ad una sessione di discussione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, 28 Febbraio 2022

Quindi i cinesi, insomma, secondo lei guardano essenzialmente ai propri interessi, anche in relazione al fatto che gli investimenti della Repubblica Popolare in Ucraina sono comunque corposi.

Sicuramente la Cina non dimentica mai i propri interessi, il punto è capire quali sono. Da un lato si deve fare in modo di non isolarsi insieme alla Russia dal resto della comunità internazionale, ma dall’altro ai cinesi serve continuare a cooperare con i russi avendo con essi obiettivi comuni sia di carattere economico, che geostrategico. La Cina cerca di portare a casa entrambe le cose.

E la gente comune? Cosa pensano i cinesi di quello che sta succedendo?

Io ho percepito, fino a questo momento, due tendenze in atto. La prima è emersa soprattutto all’inizio dell’invasione, in quei frangenti è prevalso una sorta di “spavento collettivo”. Questa attitudine si è vista molto bene sui social, infatti addirittura su Weibo era comparso un curioso gioco di parole in cui il carattere “无” veniva sostituito con “乌” nell’espressione “我乌心工作”, traducibile con “non ho il cuore per lavorare”, o anche “sono troppo preoccupato per lavorare” a causa di quanto sta avvenendo in Ucraina [il carattere “乌” è anche quello iniziale della parola “Ucraina”, che in cinese si scrive “乌克兰”, ndr]. Quindi da una parte sicuramente c’è senza dubbio molta preoccupazione. Tuttavia, e qui va fatta una doverosa premessa relativamente al fatto che nel corso degli anni un numero sempre maggiore di cinesi è divenuto anti-americano, c’è anche una componente assolutamente forte che invece parteggia per le azioni di Putin. Questo si vede anche nelle generazioni giovani, cresciute circondate da brand americani. Non è raro, infatti, trovare ragazzi che hanno delle posizioni piuttosto critiche anche nei confronti della NATO, che viene vista come un attore che nei riguardi dei russi mostra una postura piuttosto aggressiva. In sintesi, la guerra in quanto tale viene sì vista come qualcosa di brutto, che non deve succedere, ma allo stesso tempo le cause di tale guerra sono imputate a quello che viene identificato come “imperialismo occidentale”. Poi c’è un altro punto che vale la pena analizzare: Putin viene visto come un uomo forte, come un uomo d’azione, che in qualche modo esercita sull’opinione pubblica cinese una certa fascinazione. Questa tendenza, volta a vedere di buon occhio i personaggi carismatici, paradossalmente si era notata anche per Trump, nonostante le sue posizioni molto critiche nei confronti della Repubblica Popolare. Poi, ad essere onesti, c’è anche una terza tendenza, che è caratterizzata da maggiore distacco rispetto alle prime due, essenzialmente per il fatto che il conflitto attuale, al netto delle perdite umane e degli interessi economici, non è una guerra che riguarda direttamente la Repubblica Popolare. Si tratta, in fondo, di una guerra europea, nella quale la Cina è coinvolta in maniera solo marginale. A mio avviso, tirando le somme, l’atteggiamento del governo cinese corrisponde abbastanza a quello che è il sentire diffuso.

Francesco Lorenzo Morandi

(Fine della prima parte)

Photo by PublicDomainPictures is licensed under CC BY-NC-SA

Francesco Lorenzo Morandi
Francesco Lorenzo Morandi

Dopo un percorso accademico presso la facoltà di Ingegneria Aerospaziale, attualmente studio Mediazione Linguistica e sono fresco di corsi di formazione presso la SIOI e l’Istituto Affari Internazionali. Recentemente ho frequentato anche la XV Winter School erogata dal Centro Studi Geopolitica.info.
Sono da sempre appassionato di geopolitica e di sicurezza internazionale in generale, con una indubbia preferenza per il teatro indopacifico e la geopolitica della Repubblica Popolare Cinese relativamente alla Belt and Road Initiative, all’evoluzione dottrinale ed organizzativa dell’apparato militare cinese ed al rapporto che lega Pechino alle potenze regionali che la circondano.

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