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Diritti umani di terza generazione: cosa ne pensa l’Europa?

In 3 sorsi – I diritti di terza generazione, o diritti collettivi, o diritti di solidarietà, nascono da una nuova consapevolezza: finché ad ogni società e ad ogni Stato non verrà garantito il diritto alla pace, allo sviluppo, alla solidarietà internazionale, ad un ambiente sano e sicuro, nessun altro diritto potrà essere soddisfatto. Eppure la loro effettiva implementazione arranca, e l’UE rimane riluttante.

1. DIRITTI DI PRIMA, SECONDA E TERZA GENERAZIONE: QUALI SONO?

I diritti umani vengono spesso classificati in tre generazioni, teoricamente per distinguere le diverse ondate in cui ogni categoria ha conquistato il suo posto nella discussione e nei trattati globali. In realtà la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, adottata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, conteneva indistintamente i diritti di prima e seconda generazione. La distinzione è nata durante la Guerra fredda, poiché ogni blocco sosteneva e dava importanza a una delle due categorie, portando all’adozione di due trattati distinti. I diritti di prima generazione sono i diritti civili e politici, quali ad esempio il diritto alla vita, alla libertà dalla schiavitù e dalla tortura, la libertà di espressione, l’uguaglianza di tutti gli individui davanti alla legge, diritti storicamente più vicini alle economie occidentali. I diritti di seconda generazione, o diritti economici, sociali e culturali, includono ad esempio il diritto al lavoro, ad avere un’abitazione, il diritto alla salute, il diritto al cibo e all’acqua, il diritto all’educazione, storicamente più a cuore ai Paesi del blocco orientale.

I più recenti, invece, sono i cosiddetti diritti di terza generazione, alla base dei quali risiede il concetto di solidarietà internazionale. I principali diritti di terza generazione sono il diritto allo sviluppo, il diritto alla pace e il diritto ad un ambiente sano. Per la prima volta, si tratta di cosiddetti “diritti collettivi”, che cioè appartengono non più a singoli individui ma a intere società, comunità, o Stati. Questi diritti in particolare sono funzionali all’abilità di ogni società di vedere rispettati i propri diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Un esempio pratico e molto vicino a noi: in questo momento, non essendo rispettato il diritto alla pace dei cittadini ucraini, è diventato di conseguenza molto difficile che vengano garantiti loro diritti quali un’abitazione sicura o un lavoro dignitoso, o ancora il diritto al cibo e all’acqua.

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Fig. 1 – 22 settembre 1948, Assemblea Generale delle Nazioni Unite al termine della quale venne adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

2. I LAVORI IN CORSO ALLE NAZIONI UNITE

L’organo principale presso il quale gli Stati membri delle Nazioni Unite svolgono negoziati e discutono di diritti umani è il Consiglio dei Diritti Umani, che si trova a Ginevra, in Svizzera. I diritti di prima e seconda generazione sono ormai riconosciuti e protetti da innumerevoli trattati, la loro importanza è (quasi) universalmente riconosciuta, perciò il Consiglio e i suoi meccanismi si occupano principalmente di monitorare il loro rispetto ed denunciarne le violazioni. 

Per i diritti di terza generazione però, il dibattito è ancora in corso. Alcuni sono già stati riconosciuti ed integrati in trattati internazionali, in particolare con la Dichiarazione dei Diritti delle Popolazioni Indigene, e la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, adottata dall’Assemblea Generale nel 1986. Eppure, a ormai più di 35 anni dall’adozione di questa Dichiarazione, l’implementazione del Diritto allo Sviluppo e il riconoscimento di altri altrettanto fondamentali tarda ad arrivare, anche a causa di negoziati sempre più polarizzati, ed un’effettiva reticenza di una buona parte degli Stati Occidentali. 

Negli ultimi anni gli Stati sostenitori del Diritto allo Sviluppo, principalmente le economie in via di sviluppo, ma anche la Cina ad esempio, hanno deciso di spingere per la negoziazione di una Convenzione sul Diritto allo Sviluppo, cioè potenzialmente il primo trattato internazionale a vincolare gli Stati membri ad implementare questo Diritto. L’organismo che si occupa di redarne il testo, mediando fra gli interessi di tutti gli Stati membri, è il Working Group on the Right to Development, di cui si svolge la 24esima sessione annuale proprio in questi giorni a Ginevra. 

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Fig. 2 – Ambasciatore Zamir Akram, dal 2015 presidente del “Human Rights Council Working Group on the Right to Development”.

3. LA POSIZIONE DELL’UNIONE EUROPEA 

Nonostante i fondamentali passi in avanti fatti negli anni, alcuni Stati, in particolare le economie Occidentali, e quindi anche l’Unione Europea, sono ancora riluttanti rispetto l’adozione di un trattato che sia legalmente vincolante, seppur riconoscendo il Diritto allo Sviluppo come un diritto fondamentale. 

Dagli interventi orali fatti durante il Consiglio dei Diritti Umani, la posizione dell’Unione Europea è chiara: “[…] L’UE rimane impegnata nella realizzazione del diritto allo sviluppo, che è radicato nella natura universale, indivisibile, interconnessa e interdipendente di tutti i diritti umani, sia essi siano civili, culturali, economici, politici o sociali. Promuoviamo un approccio allo sviluppo sostenibile ed inclusivo che sia basato sui diritti umani (ndr, un “approccio”, non un Diritto allo Sviluppo vincolante in quanto diritto umano a sé stante)[…]. L’UE riafferma le proprie preoccupazioni nei confronti della coerenza della bozza di testo della Convenzione con le leggi internazionali sui diritti umani […]”.

Le preoccupazioni dell’Unione Europea, e non solo, riguardano proprio la natura “collettiva” del Diritto allo Sviluppo: “[…] Gli Stati hanno la responsabilità principale della piena realizzazione dei diritti umani. Gli individui sono i detentori di diritti, così come i principali attori, guida e beneficiari del processo di sviluppo.”, dall’intervento dell’UE durante l’ultimo Consiglio dei diritti umani. 

I timori sull’implementazione di diritti “collettivi” riguardano principalmente la possibilità che, in nome del proprio diritto allo sviluppo, alcuni Stati possano violare altri diritti dei propri cittadini o evadere altri accordi internazionali sull’ambiente. Questa visione è stata però ampiamente discussa,  e smentita dagli esperti che ricordano come il Diritto allo Sviluppo sia basato su un’idea di sviluppo che non è solo sviluppo economico, ma anche sociale, culturale e politico, “uno sviluppo in cui ogni persona e ogni popolo ha diritto a partecipare e contribuire, e a vedere le proprie libertà fondamentali realizzate”.

Maia Correrella

Photo “Room XX at the Palais des Nations, where the Human Rights Council meets by Maina Kiai is licensed under CC BY 2.0.

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Perchè è importante

  • La distinzione dei diritti in generazioni nasce durante la Guerra Fredda, quando ogni blocco spingeva per le proprie priorità.
  • I diritti di prima e seconda generazione sono protetti da più trattati internazionali, che vincolano legalmente gli Stati firmatari. I diritti di terza generazione, invece, sono ancora solo parzialmente riconosciuti e la negoziazione di Convenzioni specifiche è in corso.
  • L’UE, e la maggior parte dei Paesi occidentali, rimangono scettici riguardo la natura “collettiva” di questi diritti.

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Maia Correrella
Maia Correrella

Nata nel 2000 nelle Marche, mi sono laureata in Business and Economics a Bologna, per poi scoprire che il mondo delle aziende e del management non è la mia strada. Mi sono presa un anno per fare esperienza, e sono finita a svolgere servizio civile a Ginevra, in Svizzera, grazie ad un’associazione che mi ha aperto le porte al mondo delle Nazioni Unite, dei diritti umani, e del portare nei palazzi istituzionali la voce dei più vulnerabili. Mi interesso soprattutto di migrazione, parità di genere, inclusione e rispetto delle minoranze. Mi piace ascoltare podcast sull’attualità e la geopolitica, e leggere, anche se ancora non ho trovato il mio genere.

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