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La politica estera causa tensioni all’interno del GOP

Caffè Lungo – Non sempre all’interno di un partito si condivide la stessa linea programmatica. Le opinioni sono le più disparate e ogni decisione può dipendere da compromessi apparentemente insormontabili. Tale dinamica riguarda anche il Partito Repubblicano e, in particolare, i piani in materia di politica estera.

TRA ISOLAZIONISMO E IMPEGNO ALL’ESTERO

Nel corso dei secoli la politica estera degli Stati Uniti ha visto l’alternarsi di fasi di apertura a fasi di chiusura. A seconda degli eventi e dell’establishment in carica, entrambe hanno determinato la direzione del Paese e ispirato importanti decisioni strategiche. Coloro che sostengono una visione più “isolazionista” ritengono che sia necessario dare priorità agli interessi domestici del Paese, ovvero preoccuparsi della sicurezza al confine e dell’economia. I difensori di un maggior impegno all’estero, invece, sostengono la promozione degli ideali americani, credono nell’importanza delle alleanze, ma non ritengono che il continuo coinvolgimento nei conflitti sia una soluzione efficace. Lo stereotipo che vede l’isolazionismo come marchio di fabbrica del Partito Repubblicano è errato. Ci sono in realtà molti repubblicani che si battono per l’esercizio di una leadership globale. A oggi, entrambi gli approcci sono presenti al Congresso, con dovute distinzioni in ogni Camera. 

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Fig. 1 – Il Senatore del Nebraska Ben Sasse tiene una conferenza stampa sulla situazione in Ucraina insieme ad un gruppo di deputati repubblicani

LE DIVISIONI ALLA CAMERA E AL SENATO

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, a oggi gli Stati Uniti hanno stanziato circa 77 miliardi di dollari in aiuti militari. Se il primo anno l’Amministrazione Biden non ha visto importanti remore al riguardo, lo stesso non può dirsi di quest’anno. Il Partito Repubblicano, che si trova in una fase di ridefinizione delle proprie identità e priorità, pare infatti sempre meno incline ad appoggiare il Presidente. In entrambe le Camere sono presenti sia repubblicani che intendono cacciarla dall’Ucraina, sia membri che preferirebbero dedicarsi alle questioni domestiche. Tra i primi, alcuni ritengono addirittura che il Presidente non stia facendo abbastanza, per questo si impegnano a ribadire l’impegno del partito (con l’invio ad esempio di una delegazione in Ucraina). Figura di spicco tra questi  è lo Speaker della Camera Kevin McCharty, il quale ha favorito sia l’invio di armi sia lo stanziamento di fondi, nonostante le sue richieste di maggior trasparenza. Fuori dal coro, invece, il Freedom Caucus, il gruppo più a destra e conservatore della Camera. I deputati che ne fanno parte non condividono per nulla il sostegno all’Ucraina, anzi si battono attivamente per non protrarre l’aiuto. Il motivo principale è il voler destinare il denaro proveniente dalle tasse altrove, insieme al voler evitare un’escalation con la Russia. Lo scorso febbraio il gruppo ha promosso una risoluzione dal nome “La fatica ucraina”, atto che ha costituito una vera e propria condanna al coinvolgimento statunitense nella guerra. La risoluzione non è passata, ma ha rappresentato comunque una sorta di avvertimento.
Al Senato gli equilibri politici sono molto diversi, anche per questioni di durata di mandato (sei anni, contro i due della Camera). Solitamente i senatori sono aperti infatti a ragionamenti a lungo termine e a compromessi, rispetto ai deputati che da sempre combattono di più per le questioni ideologiche a cui tieneil loro elettorato. Attualmente ci sono sia senatori che supportano un maggior impegno all’estero, sia coloro che preferirebbero che la politica estera si dedicasse a altro. Appartiene al primo gruppo il Senatore Mitch McConnell, leader della minoranza repubblicana, celebre per il suo discorso alla Conferenza di Monaco, occasione in cui ha ribadito la volontà del proprio partito a rafforzare l’alleanza transatlantica e l’impegno con i partner europei. Il più strenuo isolazionista è invece J.D. Vance, gran sostenitore dei negoziati e convinto che gli aiuti statunitensi possano determinare una reazione incontrollabile della Russia. Poche settimane fa si è espresso in prima linea, inviando al Presidente una lettera firmata da 19 membri del Congresso in cui si invitava l’Amministrazione a porre un freno agli aiuti.

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Fig. 2 – Il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnel saluta il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelenskyy dopo un suo intervento al Congresso

L’ELETTORATO

Negli ultimi mesi stiamo assistendo a un progressivo allontanamento tra elettori ed eletti del GOP. Le motivazioni sono molteplici e una riguarda la direzione del Partito Repubblicano in politica estera. Secondo i sondaggi, i suoi elettori  ritengono che gli Stati Uniti non debbano spendersi così tanto per l’Ucraina. Il Pew Research Center stima che i repubblicani che reputano che il conflitto sia una minaccia per la loro sicurezza siano passati dal 51% a maggio dello scorso anno, al 29% a inizio anno. Contemporaneamente la percentuale di repubblicani che crede che gli USA stiano facendo troppo è salita dal 9% al 40%. In un’indagine del Chicago Council on Global Affairs dello scorso novembre si osserva invece che il 63% dei repubblicani è convinto che la partecipazione al conflitto debba finire quanto prima possibile, poiché le famiglie non intendono sobbarcarsi più i costi di una guerra che non li riguarda. I milioni di elettori che voteranno alle primarie sono più interessati alle questioni interne poiché credono che sia compito dell’Europa fermare Putin e perché con le loro tasse potrebbero finanziare la costruzione di un muro con il Messico, ad esempio, limitare l’influenza della Cina, preoccuparsi della sicurezza economica ed energetica e altro. Non è un caso se Ron De Santis e Donald Trump stiano inserendo questi temi nelle proprie campagne, collocandosi su posizioni sempre più di destra. I sondaggi li danno in vantaggio rispetto agli altri candidati, che al contrario sono più propensi a un impegno all’estero. Tra questi, l’ex vicepresidente di Trump, Mike Pence, forte sostenitore della NATO e l’ex Ambasciatrice Nikki Haley, da sempre sostenitrice della linea dura contro i “nemici” del Paese (Iran, Russia, Cina). Questa categoria di repubblicani ritiene che attuare la deterrenza oggi riduca la possibilità di inviare truppe in futuro, ma tale retorica non sembra aver fatto breccia nell’elettorato. Pare seguire una linea differente Tim Scott, il Senatore del Sud Carolina che condivide sia l’impostazione di Haley contro Iran e Cina sia il sostegno all’Ucraina. Anch’egli ha criticato Biden per la sua lentezza nel fornire gli aiuti al Paese invaso.

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Fig. 3 – Il Governatore della Florida Ron De Santis insieme al Primo Ministro Fumio Kishida durante una visita diplomatica del primo in Giappone

PERCHÉ QUESTI DUBBI NON RIGUARDANO LA CINA

Gli impulsi isolazionisti a destra sull’Ucraina non si replicano quando si parla di Cina. La minaccia cinese costituisce uno dei rari temi d’accordo tra i due partiti. Persino nel GOP non sembrano esserci opinioni diverse dalla linea dura contro il nemico.  Gli unici dubbi che persistono riguardano i tentativi di fermare l’avanzata tecnologica del competitor (Chips and Science Act), ma lo scetticismo repubblicano su politiche industriali rivoluzionarie non costituisce una novità. Le misure per limitare l’ascesa cinese, con la retorica che ne consegue, sono state iniziate con Trump e sono ben accolte sia dall’elettorato che dal personale politico. Lo scorso mese, ad esempio, Ron De Santis e il Governatore della Virginia Glen Youngkin sono stati uno in visita in Corea del Sud e Giappone, l’altro a Taiwan. Seppur il motivo ufficiale dei due viaggi era la stipula di accordi commerciali, in entrambi i casi i due governatori hanno colto l’occasione per ribadire sia il pugno duro che intendono adottare contro l’avversario cinese, sia l’impegno a sostenere Taiwan. Questo è importante perché delinea una crescente attenzione nel contesto dell’Indo-Pacifico, rispetto all’Europa. Ciò è confermato anche dai sondaggi: dal 1979, secondo Gallup, la percentuale di statunitensi che ha un’opinione positiva sulla Cina non è mai stata così bassa (15%). Inoltre il Pew Research Center stima che metà della popolazione considera Taiwan come una “questione molto seria”.
Stanno emergendo linee di faglia non indifferenti all’interno del partito repubblicano ed è fondamentale analizzarle, perché la politica estera sarà uno dei temi che più incideranno alle prossime primarie. Se il GOP intende soppiantare il Partito Democratico alla Camera, al Senato e alla Casa Bianca nel 2024, deve necessariamente predisporre un piano condiviso in materia di politica estera. Gli anni a venire saranno particolarmente complessi sia a causa della guerra in Ucraina, sia per le tensioni nell’Indo-Pacifico e il prossimo Presidente dovrà mostrarsi all’altezza. Se vincerà un repubblicano ci sarà un’ulteriore questione cui far fronte. L’elettorato si sta progressivamente radicalizzando e distaccando da tutto ciò che Washington e Capitol Hill rappresentano. A dispetto dello scenario mondiale, colui (o colei) che vincerà le prossime primarie dovrà, in definitiva, aver considerazione di una popolazione che è interessata principalmente a questioni interne.

Iolanda Cuomo

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Perchè è importante

  • Parte del Partito Repubblicano non intende più supportare l’Ucraina attraverso l’invio di aiuti.
  • Le tensioni all’interno del partito in materia di politica estera stanno delineando fratture sempre più profonde.
  • L’elettorato, sempre più radicalizzato, è sempre più interessato alle questioni interne.

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Iolanda Cuomo
Iolanda Cuomohttps://ilcaffegeopolitico.net/author/iolanda-cuomo

Campana, classe 1999. Sono una studentessa di ” International Relations/ Security and Diplomacy” presso l’Università Federico II di Napoli con una sterminata passione per la lettura e la storia. Da sempre appassionata di dinamiche internazionali, nel 2022 ho frequentato il corso di analisi geopolitica della Scuola di Limes. Dal 2022 collaboro per il Desk Nord America del Caffè.

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