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L’attenzione del mondo sul conflitto a Gaza

Analisi L’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre è la punta di un iceberg che comprende più di settant’anni di storia. La trama che lega attori esterni alle sorti di Israele e Palestina è tanto intricata quanto fondamentale per comprendere il presente e cercare di decifrarne gli sviluppi.

ISRAELE E PALESTINA VISTI DA FUORI

Dal 1948 Israele si presenta come un unicum nel territorio mediorientale. Paese né arabo, né musulmano, si posiziona sulla costa mediterranea in un teatro di contesa non solo ideologica tra sunniti e sciiti, legati e in conflitto tra loro da obiettivi imperialistici e istinti di sopravvivenza. Inoltre, in un mondo sempre più multipolare, l’area è altamente infiammabile perché mira delle grandi potenze che vedono nella gestione della regione un privilegio economico e strategico al quale è difficile rinunciare. 
Al momento della nascita, lo Stato israeliano trovò l’appoggio dell’Unione Sovietica – interessata a contrastare l’egemonia del Regno Unito, – oltre che degli Stati Uniti. Al contrario, però, dovette affrontare la radicale opposizione del mondo arabo-musulmano, che portò l’Egitto, la Giordania, la Siria, l’Iraq e il Libano a invadere il neo-Stato, dopo aver aspramente criticato la risoluzione ONU che lo riconosceva. Per questo motivo, il nuovo Stato si voltò verso Paesi non arabi o non musulmani, trovando nell’Iran un alleato di lusso. La cooperazione politica, economica e militare tra i due attori si protrasse fino alla rivoluzione islamica del 1979, la quale cambiò radicalmente, tra le tante cose, anche la visione della politica estera di Teheran, che così fece propria la questione palestinese.
Israele fu quindi fin da subito percepito da alcuni come un’occasione per farsi strada in una regione culturalmente lontana e ostile a seguito della guerra, ma al contempo veniva visto come una minaccia da chi la abitava.
La posizione del Paese, inoltre, ha seguito l’evolversi dei grandi cambiamenti geopolitici.
Da un lato, ad esempio, a partire dall’11 settembre Washington e Bruxelles guardano ai Paesi della mezzaluna con interesse relativo anche alla propria sicurezza nazionale, mentre la dipendenza energetica occidentale dalla regione continua a crescere dallo scoppio della guerra in Ucraina. Dall’altro lato, Russia e Cina scalpitano per poter assumere un ruolo di rilievo e di mediazione nell’area per sostituire il primato statunitense oggi messo in discussione.
Sul versante interno alla regione, invece, il rancore e la diffidenza si sono stemperati verso una realtà che conviene accettare, più che continuare a negare. Infatti il primo riconoscimento di Israele da parte di un Paese arabo arrivò dall’Egitto nel 1979, seguito dalla Giordania nel 1994, in un percorso che ha portato all’incredibile tentativo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e la culla dell’Islam, l’Arabia Saudita – fatto che, per alcuni analisti, rappresenta una concausa dell’attacco di Hamas.

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Fig. 1 – Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontra il Presidente dell’Egitto Hosni Mubarak il 6 gennaio 2011

I POSIZIONAMENTI DEI DIVERSI GOVERNI RIGUARDO AL CONFLITTO

I Governi dei diversi Stati, così come l’opinione pubblica internazionale, si sono presto divisi tra chi condanna Israele per il suo attacco alla Striscia di Gaza e chi invece ne sostiene il diritto all’autodifesa.
Ad allinearsi con lo Stato ebraico sono soprattutto i vertici dell’Occidente. Molti, infatti, considerano Israele l’avamposto dei valori liberali in Medio Oriente, nonché l’espiazione della colpa dell’Olocausto. Queste sono tra le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a schierare due portaerei davanti alla Striscia di Gaza, occupandosi così nuovamente di quel Medio Oriente dal quale ambivano a disimpegnarsi. Tuttavia, Washington avverte il pericolo di una guerra di logoramento, e lavora per riportare in tempi brevi Gaza sotto il controllo della debolissima – e screditata – Autorità Nazionale Palestinese. Anche l’Unione Europea si schiera formalmente al fianco di Israele – in realtà, i Paesi membri hanno posizioni diverse, come anche dimostrato dai voti espressi in sede ONU sulla risoluzione per una tregua umanitaria.
Tre attori possono invece dirsi i principali sponsor di Hamas.
Innanzitutto l’Iran, che fornisce tecnologia, armi e addestramento alla milizia di Gaza. Teheran è poi il perno di una rete di alleanze in chiave antisraeliana e antiamericana, grazie alla quale riesce a minacciare Israele su più confini. La Repubblica Islamica sostiene infatti il movimento armato di Hezbollah nel sud del Libano, così come il regime di Assad in Siria, che non perdona a Israele i territori siriani occupati nel Golan. Le minacce iraniane passano poi per i ribelli Houthi dello Yemen, che hanno già fatto esplodere dei missili nel sud dello Stato ebraico.
Anche il Qatar, nonostante le piccole dimensioni, ricopre un grande ruolo nella gestione del conflitto. Finanziatore di Hamas, ne ospita sul proprio territorio gli alti dirigenti. Inoltre, Doha dispone dei canali dell’emittente Al Jazeera, che utilizza per amplificare il sostegno internazionale alla causa palestinese. Grazie a queste leve la Monarchia del Golfo è riuscita a ottenere il rilascio di alcuni ostaggi di Hamas, rivelandosi uno dei più efficaci mediatori tra i belligeranti.
Accanto al mondo arabo merita infine una menzione la Turchia. Storicamente, israeliani e turchi hanno alternato periodi di cooperazione e di attrito. Tuttavia, Erdoğan ha visto nel sentimento anti-israeliano post 7 ottobre un’occasione unica per guadagnare potere di ricatto in seno alla NATO ed estendere il proprio gradimento in vista delle elezioni municipali turche del 2024. Così, se la Turchia in passato ha smantellato le reti di Hamas sul proprio territorio per ingraziarsi Israele, oggi afferma che, lungi da essere un’organizzazione terroristica, il Movimento di Resistenza Islamico sia un gruppo di liberazione. E rimuove dai propri ristoranti i prodotti di Nestlé e Coca-cola, accusati di sostenere Israele.
In ultimo, è doveroso uno sguardo a due delle potenze che ambiscono a sostituire gli Stati Uniti quale superpotenza mondiale.
Innanzitutto, il conflitto in Terra Santa sembra dare un po’ di sollievo alla Russia, in quanto sposta l’attenzione dal teatro ucraino al Medio Oriente. Putin strizza l’occhio al mondo arabo, dialoga con le delegazioni di Hamas e propone la propria mediazione ai belligeranti. Così, attacca in un colpo solo la scelta di campo statunitense, nonché l’incapacità di Biden di ripristinare la pace. Minando la credibilità del presidente USA, Putin cerca di facilitare la rielezione di Trump nel 2024.
Quanto a Pechino, anche per tutelare gli investimenti legati alle Nuove Vie della Seta, l’obiettivo è la pace tra le parti. La Cina adotta però una posizione un po’ ambigua: si dichiara neutrale, ma al tempo stesso annuncia il proprio sostegno ai Paesi islamici – d’altronde, aveva già dichiarato come necessario creare uno Stato palestinese indipendente in un bilaterale con Abbas.

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Fig. 2 – Protesta alla sede europea a Barcellona in solidarietà con la Palestina

QUEL CHE ACCADE IN TERRA SANTA NON RESTA IN TERRA SANTA

Il Medio Oriente guarda alla guerra tra Hamas e Israele con interesse e preoccupazione.

Innanzitutto, tale scontro ha inasprito i rapporti già ostili tra l’Occidente capitanato dagli Stati Uniti e l’Iran. Per quanto riguarda l’accordo sul nucleare tra Washington e Teheran –  ancora formalmente in stato di negoziazione con le altre potenze nucleari – si può dire che il confronto bellico non sia la prima causa della sua infallibilità ma che comunque contribuisca ad allontanarne la realizzazione. Il dialogo sull’argomento tra i due paesi è quindi, oggi, ai minimi storici.

Ciò si spiega anche alla luce delle intimazioni statunitensi rivolte ad Hezbollah, pupilla dell’Iran: la Casa Bianca minaccia gravi ripercussioni qualora la milizia aprisse un secondo fronte nel nord di Israele. Una tale dinamica, infatti, non solo metterebbe in crisi lo stato ebraico, ma destabilizzerebbe il Libano stesso, già vessato dal caos politico – con effetti a catena su tutta la regione. Le ingenti forze statunitensi dispiegate nei vicini di Beirut sembrano, a oggi, dissuadere Nasrallah da azioni troppo eclatanti. E quindi, almeno per il momento, paiono prevenire l’espansione del conflitto.

Ma ciò che accade in Terra Santa ha anche un impatto – presumibilmente mirato – sull’opinione pubblica mediorientale e non. Da un lato, i governi arabi che intendevano “normalizzare” i rapporti con Israele affrontano oggi piazze rivendicanti caldamente il sostegno alla causa palestinese. Dall’altro lato, il brusco scoppiare di un conflitto tutt’altro che sedato ha potenzialmente un impatto sull’emarginazione e la radicalizzazione delle popolazioni musulmane nei paesi occidentali.

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Fig.3 – Il Presidente Biden ospita un ricevimento per la Hanukkah ebraica alla Casa Bianca.

L’OCCIDENTE E LA PROVA DELLA GESTIONE DEL CONFLITTO

Quello del 7 ottobre è stato forse il più violento attacco contro gli ebrei dai tempi della Shoah. Se questo ha indotto un’ondata di sostegno dagli alleati del Paese di David, tuttavia, i metodi bellici indiscriminati delle Forze di Difesa Israeliane, con l’uccisione di almeno 20mila palestinesi a Gaza, hanno provocato l’indignazione di moltissimi Governi e di parte dell’opinione pubblica dentro e fuori il mondo musulmano. L’Occidente è diviso: il sostegno incondizionato di Washington a Israele comincia a vacillare, anche perché sempre più distante dalle posizioni del partner europeo. Infatti, l’ultima risoluzione ONU sul cessate il fuoco a Gaza ha visto sì l’opposizione degli Stati Uniti, ma di solo due membri dell’Unione (Austria e Repubblica Ceca).
La risoluzione denota un cambio di rotta di Bruxelles, che a ottobre faticava a raggiungere un accordo sulle “pause umanitarie” ancor prima del cessate il fuoco. Questo non significa però che l’Europa manifesti un sentimento comune e condiviso, infatti i ventisette Stati hanno ancora profonde divergenze sulla politica da condurre nei confronti di Gerusalemme.
Tuttora i diversi attori cercano di contenere il conflitto, evitando la messa in moto di un sistema di alleanze che precipiterebbe la regione nel caos. Ma questo obiettivo è raggiungibile solo qualora vengano presentate anche coraggiose soluzioni di lungo periodo, che considerino tutte le parti coinvolte. 

Arianna Dafne Fini Storchi
Bruno Bevilacqua

Immagine di copertina: “today (bbc)” by szpako is licensed under CC BY-NC-SA

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Perchè è importante

  • La nascita di Israele divide il mondo dal 1948. Le risoluzione delle Nazioni Unite che riconosceva lo Stato ebraico fu percepita come un’opportunità dai suoi promotori e come una minaccia dal mondo che abitava la regione.
  • Lo scacchiere internazionale dei posizionamenti sulla guerra è estremamente complesso e in continua evoluzione.
  • Oltre a far parte della lotta di contesa del territorio mediorientale tra Washington e Teheran, il conflitto bellico sensibilizza l’opinione pubblica del mondo musulmano e non solo.
  • Se inizialmente l’Occidente si era schierato con Israele, il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico adesso inizia a vacillare.

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Arianna Dafne Fini Storchi
Arianna Dafne Fini Storchi

Classe 1998, mi sono laureata in scienze politiche presso la LUISS Guido Carli e frequento attualmente l’università Humboldt di Berlino. A Parigi, nel contesto di uno scambio universitario, una giovane professoressa mi ha fatto scoprire i mondi turco e curdo. Il fascino del Medio Oriente, che da allora ho subito, mi ha portata a passare cinque mesi nella travagliatissima terra di Israele, dove ho toccato con mano la seducente diversità della Terra Santa e le sue profonde contraddizioni. Nel 2023, con mio grande orgoglio, sono entrata a fare parte del desk Medio Oriente e Nord Africa del Caffè Geopolitico.

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