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    Nuove ‘scosse’?

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    La maggioranza dei mezzi di informazione sembra avere già dimenticato quello che è successo a gennaio ad Haiti. Il “Caffè”, però , vi descrive l’evoluzione della situazione sull’isola caraibica a quattro mesi dal devastante sisma grazie al contributo di un collaboratore impegnato sul posto. Oltre alla ricostruzione economica e sociale, tra alcuni mesi si porrà anche il problema delle elezioni: la cronica instabilità politica haitiana rischia di provocare altre forti scosse.

    ELEZIONI IN VISTA – Gli anni elettorali sono spesso sinonimo di instabilità ad Haiti. É sufficiente ricordare il difficile contesto nel quale si sono svolte le ultime elezioni presidenziali del 2006, le prime dopo l’intervento militare dell’ONU che ha ristabilito uno “stato democratico”, e la perturbante partenza dell’ex Presidente, Jean Bertrand Aristide. Il 2010 é ancora una volta un anno di elezioni ad Haiti e, dopo il tremendo terremoto d’inizio anno che ha provocato 350.000 morti e un milione di rifugiati interni, il voto promette nuovi scossoni, questa volta politici e sociali.

    Delle manifestazioni sono state organizzate negli ultimi giorni a Port-au-Prince, la capitale devastata dal sisma, in protesta contro la decisione del Presidente René Préval (foto sotto) di rinviare le elezioni presidenziali, previste originariamente per il prossimo novembre, nel caso in cui la situazione del paese non permetta il loro regolare svolgimento. Ciò ha comportato la necessità di emendare la Costituzione, disposizione intrapresa dal parlamento controllato dalla maggioranza del partito presidenziale del Lepswa ma che é stata criticata dal principale partito oppositore, il Lavalas, tutt’ora facente capo all’esiliato ex Presidente Aristide. La decisione si é prodotta alcune settimane dopo l’altrettanto discussa risoluzione dello stesso Préval d’estendere il periodo d’urgenza a 18 mesi successivi al drammatico evento del 12 gennaio.

    IL PUNTO SULLA RICOSTRUZIONE – Ma le ragioni per temere sono anche economiche e sociali. A quattro mesi dal terremoto lo stato d’emergenza continua. Migliaia di haitiani vivono ancora negli accampamenti installati dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni umanitarie che si caratterizzano per condizioni di vita spesso insalubri mentre, col passare delle settimane, la violenza e l’insicurezza hanno rimpiazzato la solidarietà che esisteva inizialmente fra i rifugiati. Tale situazione rischia inoltre di peggiorare con l’inizio, in giugno, della tristemente critica stagione delle piogge a causa dei cicloni e tempeste tropicali che periodicamente colpiscono i Caraibi e che solamente nel 2008 provocarono migliaia di senza tetto e gravi danni all’agricoltura haitiana, con la perdita del 60% dei capi di bestiame, indebolendo ulteriormente la già precaria situazione economica del paese. L’educazione é un’altra preoccupazione urgente. Per gli haitiani questa occupa la stessa posizione della religione in termini d’importanza, ma dal 12 gennaio mandare i figli a scuola é diventato quasi impossibile. Ufficialmente, l’anno scolastico ha ripreso il 5 aprile, ma solamente una piccola parte degli istituti scolastici hanno ripreso le lezioni nelle tre regioni principalmente colpite dal sisma, dove 5000 edifici -circa 1/3 del totale – di cui la maggior parte a Porto Principe-, sono andati distrutti o gravemente danneggiati. Inoltre la situazione economica delle famiglie, che devono pagare le tasse d’ingresso a scuole private che dominano il sistema per il 90%, é ulteriormente fiaccata dalla riduzione dei redditi che ha generato la catastrofe naturale.

    L’ONU tenta di ricollocare le persone che vivono attualmente negli accampamenti, installati nelle piazze pubbliche o nelle strade davanti alle macerie delle abitazioni, e di trovare soluzioni per i migliaia di migranti che hanno lasciato la capitale in seguito al terremoto in direzione delle province. Queste però sono spesso impreparate per ricevere un tale flusso di persone. Zone abitabili -ad immagine dell’area di “Camps Corrail”- sono state quindi identificate alla periferia di Port-au-Prince per rilocalizzare i campi di accoglienza e cercare -allo stesso tempo- di decongestionare la sovrappopolata capitale, certamente uno dei fattori dietro all’enorme numero di morti provocato dal terremoto. Ciononostante, su tali soluzioni, già s’affaccia il timore di vedere Camps Corrail trasformarsi in un altro sobborgo di Porto Principe, la nuova “Cité Soleil”, la baraccopoli off-limits della capitale, ancora fino a poco tempo fa il nucleo della criminalità, delle bande organizzate e del traffico.

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    IL SISTEMA DEGLI AIUTI – La comunità internazionale, sulla quale riposa gran parte della responsabilità per la ricostruzione, ha promesso lo scorso aprile a New York in una conferenza organizzata per Haiti, un grande appoggio finanziario -10 miliardi di dollari- nei prossimi 10 anni. La cooperazione, l’esperienza in Haiti l’ha già dimostrato, non risolve i problemi del paese caraibico che risiedono ancor prima che in altre aree, sul buon governo e la trasparenza politica e di gestione. Nondimeno, dopo il terremoto -i cui danni si stimano ad oltre il 100% del suo PIL e le conseguenze sull’economia si prevede che si faranno sentire almeno per i 5 anni a venire- il paese non può rilanciarsi da solo. Ciononostante questo “cantiere” internazionale stenta a decollare. Una Commissione, composta dal primo ministro haitiano e dall’ex presidente Bill Clinton, con il compito di vigilare l’utilizzazione dei fondi non é ancora attiva. Significativamente, il Brasile é l’unico paese ad aver contribuito ad un fondo stabilito per la ricostruzione. Il rischio che si ritorni alla pratica del Business As Usual, cioè ai progetti implementati dalle differenti agenzie e ONG, invece che alla coordinazione nazionale che veniva proposta a New York per la ricostruzione, é quindi alta.

    Politicamente la situazione non è stabile. Il possibile rinvio delle elezioni indette per novembre ha generato il malcontento popolare che reclama a viva voce la partenza del Presidente Préval. Le Nazioni Unite, seppur auspicando il regolare svolgimento della tornata elettorale per quest’anno, riconoscono che il concretizzarsi di questa possibilità sarebbe eccezionale. Con tale appoggio, non è quindi probabile che René Preval abbandoni le redini del governo prima di terminare il suo mandato “in pace” come ha dichiarato pubblicamente durante la celebrazione di una festa nazionale, il giorno della bandiera, svoltasi recentemente.

    Gilles Cavaletto

    redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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