Analisi – Con l’astensione sulla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU su Gaza, Pechino utilizza la crisi come prova dei limiti della regia occidentale e rivendica un nuovo ruolo internazionale e un particolare interesse per l’area MENA. Nonostante l’avvio della fase due, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU resta operativamente vaga e di non facile attuazione.
LA RISOLUZIONE 2803 DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA
La strage del 7 ottobre 2023, causata dall’attacco di Hamas contro Israele e la sproporzionata risposta israeliana, che ha causato piĂą di 70mila morti e drammi inenarrabili, ha riportato la questione israelo- palestinese sotto i riflettori. Dopo anni di conflitti piĂą o meno latenti, sfociati in alcuni momenti in vere e proprie guerre, come quella dei sei giorni nel 1967 o quella dello Yom Kippur nel 1973, nel 2020 la firma degli Accordi di Abramo aveva fatto sperare in una normalizzazione, sbriciolatasi il 7 ottobre. Dopo alcuni momenti di grave escalation della crisi in Siria e Cisgiordania fino allo Yemen e all’Iran, si è arrivati ad un cessate il fuoco con il “Comprehensive Plan to End the Gaza Conflict” in 20 punti approdato il 17 novembre 2025 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che lo ha recepito nella Risoluzione S/RES/2803 (2025).  Con 13 voti favorevoli e l’astensione di Cina e Russia, sono stati istituiti una International Stabilization Force (ISF) e un Board of Peace (BoP) per la governance provvisoria della Striscia di Gaza. Il percorso politico verso una soluzione a due Stati è apparso subito di ardua realizzazione per la scarsa chiarezza operativa. L’obiettivo del piano, cioè garantire sicurezza, ordine e assistenza umanitaria, anche attraverso la riapertura del valico di Rafah, dopo il cessate il fuoco, è stato disatteso e lo stesso cessate il fuoco è stato sovente violato. Nonostante tali inadempimenti, è stata avviata la fase due, come annunciato il 14 gennaio, in esito (pare) all’accettazione della demilitarizzazione da parte di Hamas e all’istituzione del comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da 15 tecnocrati, sotto lo stretto controllo del BoP, presieduto da Trump.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Il Consiglio di Sicurezza ONU mentre approva la Risoluzione S/RES/2803 sul piano di Trump per Gaza, 17 novembre 2025
IL RUOLO DELLA CINA
La scelta astensionistica cinese ha tante sfaccettature, in primis rappresenta un modo per contestare l’egemonia occidentale, anche stigmatizzando le lacune del piano, che comunque rimane rilevante in quanto il Dragone sta cercando di rafforzare la funzione simbolica del Consiglio di Sicurezza come spazio di legittimazione, sebbene la sua efficacia operativa appaia compromessa. A ciò si aggiunge la più ampia strategia di proiezione internazionale di Xi Jinping, attento a presentarsi al mondo, ed in particolare al sud del mondo, come attore responsabile, che difende i principi della sovranità e dell’integrità territoriale, stigmatizzando gli interventi unilaterali e i doppi standard di cui accusa l’Occidente. In questo quadro viene utilizzata la narrazione del riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, raggiunto grazie alla mediazione di Pechino nel 2023, per dimostrare come si possa ottenere stabilità instaurando rapporti diplomatici basati sui principi di non-interferenza e non ingerenza, nel rispetto della sovranità e grazie alla cooperazione economica, senza esportare modelli politici.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Il vice rappresentante permanente cinese all’ONU Geng Shuang interviene in Consiglio di Sicurezza sulla guerra a Gaza dopo l’adozione dell’Assemblea Generale della risoluzione ES-10/23 che riconosce la Palestina “qualificata” e invita il Consiglio di Sicurezza a riesaminare favorevolmente la domanda di adesione, 13 maggio 2024
LA CINA E GLI INTERESSI NELL’AREA MENA
Un cardine della politica cinese è costituito inoltre dall’idea di “giustizia storica”, elaborata da Xi Jinping, che trova le sue radici in quanto proclamato nel lontano 1955 a Bandung, a difesa dei popoli oppressi. In questa ottica Mao appoggiò la causa palestinese sin dal 1965, accogliendo una sede dell’OLP. Il Governo di Pechino ha poi avviato rapporti diplomatici ed economici anche con Israele, sulla scia delle politiche del “Go-Out” e del “Go Global”. Con la partecipazione dal 2000 al Forum on China-Africa (Focac), dal 2004 al China-Arab States Cooperation Forum (Cascf) e dal 2010 al Cina e Gulf Cooperation Council (Gcc), la RPC ha cercato di occupare gli spazi lasciati vuoti da un multilateralismo paralizzato, per tentare di presentarsi come garante di un processo legale, nel tentativo di arginare il collasso regionale, i cui effetti potrebbero creare varie criticità , in particolare per le Vie della Seta. Questa progettualità , che frutta alla Cina grossi proventi economici e stretti legami politici, costituisce il fulcro della politica estera cinese e per questo è stata inserita nello Statuto del PCC nel 2017. La Belt and Road è strettamente legata alla stabilità politica dei territori che attraversa, secondo quanto si dice sostenesse l’economista e filosofo Frédéric Bastiat già due secoli fa: “dove non passano le merci passeranno gli eserciti”.
Embed from Getty ImagesFig. 3 – Delegati partecipano a una riunione di alto livello sulla cooperazione di alta qualitĂ nell’ambito della Belt and Road (Nuove Vie della Seta) durante il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) di Pechino, 5 settembre 2024
UNA DIFFICILE SOLUZIONE
La RPC, a causa della complessità dello scenario, in cui interagisce anche Taipei, si muove con cautela. I nodi da sciogliere sono ancora molti in quanto, ad oggi, la Striscia di Gaza è abitata da un milione e mezzo di persone in balia del freddo e della pioggia, senza cibo e medicinali, in condizioni sanitarie gravissime. Il piano di pace purtroppo però è molto vago; non tutti i possibili partecipanti al BoP, tra i quali India, Brasile, Sudafrica, Egitto, insieme ad alcuni Paesi UE, concordano sull’invio delle proprie forze. Inoltre la governance “mista”, in grado di far sentire il peso del Sud globale, evitando di configurare l’intervento ONU come una sorta di commissariamento occidentale, di stile neocoloniale, non è di facile attuazione. La Cina ha approfittato di questa impasse dichiarando che essa è la logica conseguenza dei difetti di legittimazione e partecipazione, che aveva già evidenziato al momento dell’approvazione della risoluzione, senza però proporre un’alternativa operativa.
Embed from Getty ImagesFig. 4 – Alcuni palestinesi sfollati in tende di fortuna tra le macerie nel campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza, gennaio 2026
UN MULTILATERALISMO INCEPPATO
Tutte le attuali tragedie sembrano quindi il frutto di un disincanto strisciante, a fronte di valori persi nella polvere prodotta dall’implosione dell’ordine internazionale, come accaduto con l’irruzione della polizia israeliana nella sede dell’UNRWA, a Gerusalemme Est, che ha sostituito la bandiera delle Nazioni Unite con quella nazionale, violando le immunità e i privilegi diplomatici di cui gode un’agenzia delle Nazioni Unite, in base a una Convenzione internazionale della quale Israele fa parte.
Ancora piĂą grave è la decisione del Governo israeliano di sospendere le autorizzazioni ad operare a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici senza frontiere, attive nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati. Philippe Lazzarini, a capo dell’UNRWA, ha sottolineato come la decisione rappresenti un “precedente pericoloso” frutto del “disprezzo del diritto internazionale umanitario”.
In questo ginepraio di cui non si intravede l’uscita, si erge la voce di papa Leone XIV il quale, a fronte della debolezza del multilateralismo, indica una strada antica ma sempre viva: una diplomazia che promuova il dialogo ed il consenso, abbandonando le prove di forza, dei singoli o di gruppi di alleati, soprattutto in questo tempo in cui la guerra è tornata di moda e il fervore bellico sta dilagando, portando la violazione dei confini e la prepotenza delle armi, che compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.
Elisabetta Esposito Martino
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