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Il Myanmar al voto tra le tensioni

Caffè Lungo – Le elezioni in Myanmar, fortemente volute dalla giunta al potere, sono state denunciate da Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e dall’opposizione birmana come un tentativo dei militari di legittimare la presa sul Paese.

CONTESTO GENERALE

Il 28 dicembre 2025 si è svolta in Myanmar la prima fase delle elezioni annunciate dalla giunta militare, i cui passaggi successivi dovrebbero concludersi entro la fine di gennaio. La preparazione del processo di voto era iniziata la scorsa estate, dopo che il 31 luglio era stata revocata l’Emergenza proclamata dalla giunta il 1° febbraio 2021 a seguito del colpo di Stato compiuto dalle forze del Generale Min Aung Hlaing ai danni del Governo di Aung San Suu Kyi.
A quasi cinque anni da allora, il Myanmar versa in condizioni drammatiche, dilaniato dalla guerra civile. Dopo il golpe, infatti, l’opposizione si è organizzata per contrastare strenuamente i militari e strappare loro parti di territorio. Da un lato, lottano le milizie fedeli al Governo di Unità Nazionale, costituito da ex parlamentari e membri dell’esecutivo di Aung San Suu Kyi; dall’altro, le milizie etniche armate che da decenni combattono l’amministrazione centrale al fine di ottenere una maggiore autonomia, le quali però non sempre formano un fronte compatto.
Sebbene ci siano stati casi in cui iniziative congiunte hanno dato origine a successi militari, come la Three Brotherood Alliance, composta dall’Arakan Army (AA), dal Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) e dal Ta’ang National Liberation Army (TNLA), che dopo aver lanciato l’operazione 1027 nel 2023 ha riconquistato ampi territori, persistono fratture politiche e strategiche tra le varie anime dell’opposizione. È in tali divisioni che la giunta cerca di inserirsi, come illustrato da alcuni accordi di cessate il fuoco raggiunti tra i militari e singole milizie etniche.
Tragica anche la situazione umanitaria: fino ad ora il conflitto ha mietuto quasi 9mila vittime civili e al momento risultano circa 3,6 milioni di sfollati interni. Inoltre, si stima che quest’anno ben oltre 16 milioni di persone, un terzo del totale, avranno bisogno di assistenza. A ciò si aggiungono le decine di migliaia di prigionieri politici, il cui numero si aggirerebbe tra i 20mila e i 30mila, inclusi la stessa Aung San Suu Kyi e il Presidente Win Myint, anch’egli rimosso dall’incarico.

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Fig. 1 – Un militare sorveglia l’ingresso della prigione di Insein a Yangon, gennaio 2026

IL PROCESSO ELETTORALE

Il voto si è svolto in appena un terzo delle circoscrizioni in Myanmar, segno di quanto i militari non abbiano controllo su ampie aree del Paese, soprattutto nelle regioni di confine. Nonostante la giunta abbia fatto progressi nell’ultimo anno, riconquistando territori sia grazie alle azioni belliche che alla firma di accordi con alcune milizie etniche locali, essa continua ad incontrare difficoltà nell’esercizio della piena autorità sull’intero Myanmar.
Decine di partiti, tra cui la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi, sono stati dissolti e banditi dalle elezioni, mentre altre forze di opposizione hanno boicottato il voto, ritenuto non libero né democratico. Domina, dunque, il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo (USDP), considerato il braccio politico della giunta e il cui leader Khin Yi è uno stretto alleato di Min Aung Hlaing. Sebbene i risultati ufficiali verranno resi noti alla fine di tutte le fasi di voto, le prime proiezioni attribuiscono al partito USDP la maggioranza assoluta.

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Fig. 2 – Volontari completano i preparativi in un seggio dell’area di Yangon per il secondo turno delle elezioni, iniziato domenica 11 gennaio 2026

QUALE FUTURO ATTENDE IL MYANMAR?

Nel Paese poche persone si aspettano che le elezioni in corso possano portare un reale cambiamento, con il sentimento più diffuso che è, anzi, quello secondo cui i militari non faranno altro che cementare il proprio potere grazie al verdetto delle urne. Al contempo, benché la giunta possa dichiarare di avere controllo sul Myanmar, è ragionevole pensare che la guerra andrà avanti, in virtù dello stallo su vari fronti, con continue offensive e controffensive, conquiste e perdite di territorio.
Da non sottovalutare altresì l’intervento di attori esterni, in particolare della Cina, attualmente vista come il principale partner del Myanmar a livello internazionale. Pechino è stata convinta sostenitrice delle elezioni nel Paese, che, stando a fonti interne del Ministero degli Esteri cinese, sarebbero state poste dallo stesso leader Xi Jinping durante i suoi contatti con Min Aung Hlaing come condizione per la prosecuzione della cooperazione tra i due vicini.
Ciononostante, sebbene Pechino fosse considerata in un primo tempo completamente schierata al fianco della giunta, successivamente ha iniziato a instaurare un dialogo con diverse milizie etniche, specialmente quelle che operano nelle aree di frontiera. Da qui derivano gli sforzi diplomatici cinesi culminati con la sottoscrizione dei sopracitati accordi di cessate il fuoco tra le milizie e i militari birmani aventi l’obiettivo di salvaguardare la stabilità.
Grande attenzione al voto è stata prestata anche negli altri Stati membri dell’ASEAN, i quali, tuttavia, non si sono dimostrati in grado di svolgere un ruolo determinante a causa di divisioni interne in merito alla strategia da adottare per far fronte alla crisi. L’organizzazione regionale ha espresso ripetutamente la contrarietà allo svolgimento del voto senza la cessazione definitiva del conflitto, poiché, lungi dal ripristinare l’ordine e alleviare le sofferenze della popolazione, ciò potrebbe esacerbare una situazione già molto compromessa, rendendo il destino del Myanmar ancora più incerto.

Simone Frusciante

Photo by Kaufdex is licensed under CC BY-NC-SA

Dove si trova

Perchè è importante

  • Il 28 dicembre 2025 ha avuto inizio la prima fase delle elezioni in Myanmar, Paese dilaniato dalla guerra civile tra la giunta militare al potere e le forze di opposizione.
  • In ragione della messa al bando del partito della ex leader Aung San Suu Kyi e del conseguente boicottaggio di altre decine di partiti, è attesa la vittoria del braccio politico della giunta. La guerra civile andrà comunque avanti.

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Simone Frusciante
Simone Frusciante

Classe 1999. Ho conseguito una Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e un Master di II Livello in Geopolitica e Sicurezza Globale presso La Sapienza Università di Roma. Il principale ambito di interesse per la mia attività di analista è l’Asia, in particolare le sue propaggini meridionale e sudorientale. Amo leggere, soprattutto letteratura di viaggio, e sono un viaggiatore a mia volta.

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