Espresso forte – Gli Stati Uniti stanno concentrando assetti militari rilevanti nell’area mediorientale. La finestra diplomatica sembra restringersi mentre cresce la probabilità di un attacco contro l’Iran.
Che cosa è successo
Secondo quanto riportato da Axios, l’Amministrazione statunitense si starebbe avvicinando a una decisione che potrebbe tradursi nell’azione militare più significativa dell’ultimo decennio. Il dibattito pubblico appare limitato, ma sul piano operativo i segnali sono evidenti.
Il dispositivo militare USA nella regione si è progressivamente ampliato: due gruppi portaerei, velivoli da guerra elettronica, sei AWACS, tanker per il rifornimento in volo e ulteriori assetti aerei. La USS Ford risulta nell’Atlantico centro-settentrionale, in navigazione verso l’area operativa, come confermato dallo USNI News Fleet and Marine Tracker il 17 febbraio. Una volta completato il dispiegamento, la capacità di proiezione sarà pienamente disponibile.
Non si inviano due portaerei per esercitazione simbolica. La concentrazione di forze suggerisce che il livello di deterrenza coercitiva abbia ormai superato la soglia della semplice pressione diplomatica.
Fig. 1 – Donne posano con un poster dell’Ayatollah Ali Khamenei davanti a un banner che raffigura una portaerei statunitense con bare avvolte nella bandiera USA, durante una manifestazione a Teheran per il 47° anniversario della Rivoluzione islamica del 1979, 11 febbraio 2026
Come la vediamo
A nostro avviso, la dinamica ruota attorno a due domande chiave.
La prima: l’Amministrazione può permettersi di non colpire, dopo aver mostrato una tale prova di forza? Ritirare un apparato di queste dimensioni senza aver ottenuto concessioni tangibili rischierebbe di tradursi in un costo politico e reputazionale significativo. Una mobilitazione così ampia crea aspettative, interne ed esterne. Il semplice dispiegamento genera un vincolo di credibilità.
La seconda: l’Iran è nelle condizioni di offrire qualcosa di sostanziale senza compromettere elementi vitali per la sopravvivenza del regime? Le concessioni realmente incisive – in ambito nucleare o strategico – avrebbero implicazioni interne profonde. In un contesto di controllo repressivo rafforzato, la leadership iraniana difficilmente può permettersi segnali di cedimento percepiti come strutturali.
Se entrambe le parti hanno margini negoziali ridotti, lo spazio per un compromesso si restringe drasticamente. Resta però una questione ulteriore: qual è l’obiettivo politico ultimo di Washington? Un vero e proprio regime change appare poco plausibile. Il collasso del sistema iraniano comporterebbe rischi elevatissimi: instabilità diffusa, riattivazione di fratture interne e reti proxy, flussi di profughi, oltre a incontrare le resistenze di partner del Golfo preoccupati da un’implosione incontrollata.
Più coerente è l’ipotesi di una coercizione massiccia senza cambio di regime: colpire per riportare Teheran al negoziato in posizione di debolezza, imponendo un “declassamento geopolitico”. Ciò significherebbe programma nucleare fortemente limitato, ruolo regionale ridotto e maggiore pressione per aperture interne controllate, senza stravolgere l’architettura del potere.
In sostanza, una logica di “bomb into submission”: non rovesciare il regime, ma imporre un depotenziamento strategico sotto minaccia costante, ampliando il margine di Israele e degli alleati del Golfo e contenendo i rischi di un vuoto di potere.
Sul piano tecnico-operativo, anche la geografia pesa. Colpire l’Iran dal Mediterraneo orientale implicherebbe un massiccio uso di tanker e un complesso ponte aereo su distanze superiori ai 2mila chilometri. I caccia imbarcati, soprattutto se armati, necessitano di rifornimento in volo, con possibili implicazioni diplomatiche legate all’uso dello spazio aereo di Paesi terzi. Spostare le portaerei verso il Mar Arabico ridurrebbe alcune criticità operative, ma aumenterebbe l’esposizione lungo choke point sensibili come Suez o Bab el-Mandeb.
La tempistica appare quindi centrale. Finché la seconda portaerei non sarà pienamente in posizione, la finestra per le negoziazioni potrebbe restare formalmente aperta. Ma una volta completato il dispositivo, il countdown politico-militare entrerebbe nella sua fase finale.
In questa cornice, la probabilità di un attacco cresce non solo per volontà politica, ma per inerzia strategica: quando l’apparato è pronto e le opzioni diplomatiche si assottigliano, la decisione tende a diventare binaria.
Fig. 2 – Gruppo d’attacco della portaerei Gerald R. Ford e operazioni congiunte con bombardieri B-52 dell’Aeronautica militare statunitense
Cosa non perdere d’occhio
Tre elementi meritano particolare attenzione.
- Tempistica del dispiegamento: l’arrivo in zona operativa della USS Ford, in circa una settimana, potrebbe rappresentare uno spartiacque.
- Segnali negoziali indiretti: eventuali aperture, anche minime, da parte iraniana o statunitense potrebbero indicare un tentativo estremo di evitare l’escalation.
- Posizionamento geografico finale delle portaerei: nel Mediterraneo orientale come leva di pressione o nel Mar Arabico come preludio a un’azione diretta.
Se la mobilitazione non verrà accompagnata da un annuncio diplomatico sostanziale, la finestra per la de-escalation rischia di chiudersi rapidamente.
La Redazione
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