L’impatto sull’Africa della guerra in Iran

Analisi Il conflitto tra USA, Israele e Iran sta ormai producendo effetti dall’impatto sistemico globale. L’Africa non è al momento un fronte della guerra, ma le dinamiche geopolitiche ed economiche potrebbero avere ripercussioni rilevanti: dalle rotte energetiche alla sicurezza marittima, fino agli equilibri tra gli attori locali, il Continente è infatti particolarmente esposto alle conseguenze dello scontro.

AFRICA E IRAN

Dalla Rivoluzione Islamica del 1979 l’Iran ha trasformato i propri rapporti con l’Africa, passando da alleato del blocco occidentale a promotore di un modello antimperialista. Sotto la presidenza Mahmud Ahmadinejad (2005-2013), Teheran ha perseguito una strategia votata a mitigare l’isolamento internazionale e aggirare le sanzioni nucleari, cercando sostegno politico e uranio in Paesi come Zimbabwe e Niger. Questa influenza è stata però contrastata dalla “Riyal Politik” dell’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno usato risorse finanziarie per erodere le alleanze iraniane. Emblematico è il caso del Sudan: storico hub logistico per il contrabbando di armi iraniane verso Hamas e Hezbollah. Khartoum ha rotto i legami con Teheran tra il 2014 e il 2016 in cambio di massicci aiuti economici e investimenti dal blocco saudita-emiratino.
Il Corno d’Africa è oggi al centro degli studi sulla sicurezza mediorientale. Gibuti ospita numerose basi militari straniere (fra cui USA, Cina, Francia, Italia) e gode di una posizione privilegiata sul Mar Rosso, sullo Stretto di Bab el-Mandeb. Per questo motivo, si tratta di un Paese dall’elevato valore strategico rispetto al conflitto civile in Yemen. In Somaliland, il porto di Berbera e il riconoscimento diplomatico da parte di Israele nel 2025 offrono basi strategiche per monitorare il Mar Rosso e contrastare i ribelli Houthi, alleati dell’Iran. L’Eritrea, tramite la base di Assab concessa agli Emirati, è stata vitale per il blocco navale e le operazioni contro le milizie sciite yemenite.

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Fig. 1 – Un’immagine di Camp Lemonnier, a Gibuti, l’unica base permanente degli USA in Africa, sede della Combined Joint Task Force Horn of Africa (CJTF-HOA) e dello U.S. Africa Command (USAFRICOM), 2024

LE REAZIONI DELL’AFRICA ALLA GUERRA IN IRAN

Diversi Governi africani hanno espresso preoccupazione per l’escalation, sottolineando come un conflitto di questa portata possa avere ripercussioni significative anche sugli equilibri economici, sulle rotte commerciali e sulle alleanze diplomatiche del Continente. Tra i primi Paesi a pronunciarsi ci sono stati Senegal e Sudafrica. Dakar e Pretoria hanno condannato gli attacchi all’Iran, definendoli una violazione del diritto internazionale e del principio di sovranità degli Stati, avvertendo al tempo stesso dei potenziali rischi per la sicurezza globale. Una presa di posizione netta è arrivata anche dal Kenya, con il Presidente William Ruto che ha stigmatizzato con forza gli attacchi che hanno colpito diversi Paesi del Golfo e del Medio Oriente. Più esplicita contro Teheran la posizione della Mauritania: la Repubblica Islamica ha condannato gli attacchi iraniani contro gli Stati arabi. I rapporti tra Nouakchott e Teheran erano già tesi da tempo, anche a causa delle pressioni dell’Arabia Saudita affinché la Mauritania interrompesse le proprie relazioni con l’Iran. In Nigeria, dove vive la più grande comunità sciita in Africa e dove molti fedeli riconoscevano nella Guida Suprema Ali Khamenei un punto di riferimento spirituale, si sono registrate diverse proteste contro l’attacco all’Iran di USA e Israele. Le Autorità nigeriane hanno tuttavia preferito mantenere una linea più prudente, richiamando alla necessità di una de-escalation e di un rafforzamento degli strumenti diplomatici. Il Ciad ha invece assunto una posizione differente, esprimendo sostegno all’Iran e invitando la comunità musulmana a pregare per la pace e la stabilità. Tra le posizioni più radicali figura quella del leader del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, che ha affermato di schierarsi dalla parte dell’Iran, arrivando a ventilare la possibilità di fornire assistenza militare. A livello continentale è intervenuto il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, che ha ribadito la necessità di rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite come condizioni indispensabili per preservare la pace e la stabilità. Youssouf ha inoltre avvertito che un’ulteriore escalation potrebbe avere conseguenze pesanti sulla sicurezza, sui mercati energetici, sulla disponibilità alimentare e sulla resilienza economica globale, con effetti particolarmente rilevanti per l’Africa, richiamando la necessità di condannare coerentemente tutte le violazioni della sovranità per mantenere credibilità e autorità.

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Fig. 2 – Ritratti di Ali Khamenei e di Ruhollah Khomeini mostrati durante una manifestazione davanti al consolato statunitense a Johannesburg contro la guerra in Iran, 7 marzo 2026

LO SHOCK ENERGETICO

La guerra in Iran potrebbe incidere sull’Africa a un livello multidimensionale. Il primo effetto sul Continente è quello già riscontrabile su scala globale, ossia l’aumento del costo dell’energia: l’impennata del petrolio, causata soprattutto dal blocco di fatto di Hormuz, sottopone le economie africane a una forte pressione. I produttori africani di petrolio – come la Nigeria, l’Angola o la Repubblica Democratica del Congo – potrebbero certo beneficiare di quotazioni più elevate, ma solo in parte e nel breve periodo, perché molti restano dipendenti dall’importazione di prodotti raffinati, subendo comunque il rincaro dei combustibili. Oltretutto, una delle conseguenze dell’interruzione di alcuni impianti del Golfo, in particolare di gas, è una crisi nella produzione di fertilizzanti, che si riverbererà sul settore agricolo e quindi sul prezzo del cibo.
L’instabilità nello Stretto di Hormuz (da cui passa il 20% del petrolio mondiale) rischierebbe di provocare uno shock energetico per un numero consistente di Paesi africani. Analizzando i dati dello United Nations Comtrade Database è possibile avere un’idea della relazione tra la guerra in Medio Oriente e l’Africa. La dipendenza verso gli esportatori del Golfo è massima nel Corno d’Africa (media del 73,2%), con picchi critici in Gibuti (92,9%) ed Etiopia (90,8%), i quali vedrebbero le proprie economie paralizzate. L’Africa orientale segue con una dipendenza del 65,2%, mentre l’Africa australe mostra una vulnerabilità rilevante ma più contenuta (Sudafrica 36,5%). Al contrario, le fasce centrale e occidentale risultano quasi immuni da un blocco diretto, disponendo di rotte alternative o di un certo livello di autosufficienza.

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Fig. 3 – L’arrivo all’aeroporto di Entebbe degli studenti ugandesi evacuati dall’Iran, 5 marzo 2026

I RISCHI PER LA SICUREZZA

Altro impatto sarà sul sistema marittimo afro-mediorientale, da punti di vista sia logistici, sia della sicurezza. Se la reazione iraniana – anche tramite gli Houthi – si estendesse al Mar Rosso, l’Africa orientale si troverebbe stretta tra due chokepoint: la sequenza Suez e Bab el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz. Per il Corno d’Africa e i Paesi sulle coste dell’Oceano Indiano questa instabilità si tradurrebbe in ulteriori costi complessivi, per la deviazione delle rotte. I più esposti in questo caso sono Gibuti, Somalia e Somaliland, occupando la sponda africana del Golfo di Aden ed essendo già adesso al centro del confronto tra attori mediorientali – in primo luogo Turchia, Israele ed Emirati Arabi Uniti. È notizia recente, inoltre, che Israele abbia intenzione di costruire una base militare nel Somaliland, riconosciuto come Stato sovrano dal Governo di Benjamin Netanyahu a fine 2025. Considerato che gli Houthi hanno più volte minacciato azioni contro la presenza israeliana nella regione, il contesto rende il Corno d’Africa un potenziale scenario di ampliamento della strategia iraniana nella guerra in corso, basata sul tentativo di elevare i costi dello scontro tramite un suo ampliamento in modo asimmetrico e imprevedibile.
Una terza questione da tenere presente è il conflitto civile in Sudan. L’Iran – come l’Arabia Saudita – sostiene le Forze Armate regolari del Presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, Abdel Fattah al-Burhan. A fianco del contendente, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, ci sono invece gli Emirati Arabi Uniti. Khartoum e Teheran hanno ripreso le relazioni diplomatiche del 2024, dopo la rottura nel 2016 e la partecipazione del Sudan alla coalizione a guida saudita intervenuta nella guerra civile in Yemen. Il conflitto tra USA, Israele e Iran potrebbe quindi incidere in due direzioni sul Sudan: da un lato la riduzione delle forniture militari agli schieramenti, ma dall’altro anche l’interruzione degli aiuti umanitari provenienti dai Paesi del Golfo.
Pur non essendo un fronte aperto della guerra in Iran, l’Africa può subirne le conseguenze in modo amplificato, contribuendo anche alla moltiplicazione del costo sistemico alla quale mira Teheran. In un’ottica di rischio per la sicurezza, però, la regione più esposta a eventuali operazioni militari è il Corno d’Africa – non è un caso che la Repubblica Islamica abbia minacciato ritorsioni contro quei Paesi, per esempio la Somalia, che dovessero supportare le operazioni israelo-statunitensi.

Livia Daccò Coppi
Antonio Magnano
Beniamino Franceschini

President Jacob Zuma visits Iran, 24 Apr 2016” by GovernmentZA is licensed under CC BY-ND

Indice

Perchè è importante

  • La guerra in Iran comporta per l’Africa un’alta esposizione al rischio, dalle conseguenze dello shock energetico al pericolo di ampliamento del conflitto.
  • La regione più esposta è il Corno d’Africa, prossimo al teatro bellico e dentro il raggio operativo degli Houthi, ma anche area di competizione tra le potenze mediorientali.

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