Iran, la regia silenziosa della Cina tra stallo negoziale e guerra

In 3 Sorsi – Lo stallo dei negoziati di Islamabad riflette la fragilità di un equilibrio che oscilla tra escalation militare e tentativi di pacificazione, ora arenati nel nodo di Hormuz, fulcro di una crisi per ora strutturalmente irrisolta. Per la Cina, la diplomazia non è mediazione neutrale, ma gestione di una vulnerabilità energetica che incide direttamente sul confronto sistemico con gli Stati Uniti.

1. LA GUERRA ALL’IRAN E IL PRIMO ROUND DIPLOMATICO

I bombardamenti sul territorio iraniano, iniziati il 28 febbraio, dopo varie escalation tra aprile e ottobre 2024 e la “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, hanno interessato non solo obiettivi militari e attori regionali, ma hanno anche coinvolto missioni di peacekeeping,  greggio, mercati e finanza, in esito ad azioni belliche prolungate in un’area che costituisce il principale snodo energetico globale, con ripercussioni gravi sull’economia e sul diritto internazionale.
Il passaggio al negoziato, mediato dal Governo pakistano, ha rappresentato un tentativo, che si auspica ancora non fallito, per una soluzione del conflitto, sollecitata soprattutto da Pechino, nell’ambito di una dinamica negoziale che, per quanto fragile e altamente condizionata dal contesto militare, risponde alle necessità del sistema internazionale in generale e, in particolare, agli interessi cinesi.
Lo stallo, legato all’interruzione del dialogo, è stato seguito da un rimpallo di responsabilità, espresso con dichiarazioni opposte e contrarie, sempre più minacciose ma anche contraddittorie, che minano (anche materialmente) la sicurezza delle rotte marittime e la stabilità delle catene globali del valore, creando un ulteriore vulnus al diritto internazionale stracciando il principio di libertà di navigazione. Il Governo del Pakistan molto probabilmente non interromperà la tessitura diplomatica, in fondo durata solo 21 ore, ma il mancato successo nel primo round di colloqui conferma i limiti dati dall’assenza di strumenti politici e strategici, idonei a trasformare una convergenza tattica in un accordo duraturo, a fronte delle profonde divergenze sul programma nucleare iraniano, sui beni congelati e sullo Stretto di Hormuz. Inoltre la ferma richiesta di Trump all’Iran di non proseguire con il programma nucleare stride profondamente in quanto presentata da colui che ha disarticolato il principale meccanismo di controllo esistente: nel 2018 fu proprio Trump a lasciare il Joint Comprehensive Plan of Action stipulato nel 2015 dagli Usa e dall’Iran (e firmato anche da Francia, Regno Unito, Germania, Russia, Cina e UE) per monitorare l’uso dell’uranio da parte di Teheran, che si stava rivelando efficace. Da quel momento l’Iran ha iniziato nuovamente ad arricchire l’uranio senza alcun reale controllo.

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Fig. 1 – Una donna passa davanti a uno striscione raffigurante i defunti leader politici e militari iraniani a Teheran, 31 marzo 2026. Lo striscione, realizzato con strumenti di intelligenza artificiale, è esposto all’esterno dell’Università di Scienza e Tecnologia, colpita il 28 marzo durante le operazioni militari statunitensi-israeliane

2. HORMUZ E LA GEOECONOMIA DEL CONFLITTO

In un contesto estremamente confuso sono state inviate da Trump palesi minacce alla Cina, che certamente non vuole un coinvolgimento diretto nel conflitto, ma ha un interesse vitale a impedirne la degenerazione. La regione del Golfo rappresenta infatti per il Dragone una direttrice strategica per l’approvvigionamento energetico, aumentato proporzionalmente a quello delle sanzioni comminate all’Iran,  grazie alle triangolazioni dei “Teapots” che riescono ad acquistare greggio a prezzi concorrenziali. Nonostante l’impegno cinese per lo sviluppo delle energie rinnovabili e del nucleare, gli accadimenti in Venezuela e, successivamente, la guerra all’Iran rappresentano una notevole criticità per il Governo di Xi Jinping. Inoltre la Cina è, da diversi decenni, un partner strategico  fondamentale per lo sviluppo delle infrastrutture in Iran. Si pensi solo alla profondissima rete metropolitana di Teheran, la cui costruzione è stata possibile grazie all’intervento di brillanti ingegneri italiani, ma che, dopo l’applicazione delle sanzioni internazionali, è rimasta in gestione esclusivamente ad imprese cinesi come la CRRC Corporation Limited (CRRC), la Norinco (China North Industries Corporation) e la CITIC Group (China International Trust and Investment Corporation), nell’ambito dell’accordo di cooperazione strategica venticinquennale firmato tra Cina e Iran nel marzo 2021. Sulla base di tale accordo sono stati effettuati investimenti massicci nelle infrastrutture iraniane, che ammontano a circa 400 miliardi di dollari, nei settori energetico, infrastrutturale e industriale dell’Iran, inserito a tutti gli effetti nella Belt and Road Initiative cinese.
La minaccia di Trump di colpire le infrastrutture iraniane colpisce indirettamente la Cina, che spinge per “ritornare al dialogo”, attivando canali diplomatici multilaterali, anche attraverso una pressione indiretta sugli attori regionali. In questa ottica si può leggere la proposta di Putin di fungere da mediatore, che sembrerebbe non di facile attuazione, dato il conflitto ancora in corso in Ucraina che, al pari di quelli in corso in Medio Oriente, è in una fase di stallo guerreggiato.

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Fig. 2 – Gigantesco cartellone pubblicitario con la scritta “Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso” in Piazza della Rivoluzione a Teheran, 12 aprile 2026

3. LA SFIDA  DELL’ORDINE INSTABILE

In questo contesto lo stallo dei colloqui di Islamabad funge da cartina di tornasole dell’equilibrio instabile in cui si muovono i più importanti attori globali. Gli Stati Uniti oscillano tra pressioni e aperture più concilianti, mantenendo un’ambiguità strategica che non sembra sostenibile nel medio periodo e che rivela la difficoltà americana di garantire una sicurezza effettiva nel lungo periodo.
L’Iran, dal canto suo, ha rivelato la capacità di esercitare una deterrenza asimmetrica, coerente con la propria traiettoria storica. La struttura del potere, declinata tra Istituzioni formali, apparati rivoluzionari e reti informali decentrate e autonome, collocate in un particolare contesto geografico e collegate ad un esercito rimasto fedele, rende il sistema difficilmente vulnerabile a shock esterni lineari e in grado di incidere indirettamente sulle dinamiche energetiche regionali. In questo quadro, l’ipotesi di una destabilizzazione interna appare sempre meno realistica.
Il Governo di Pechino emerge come l’attore chiamato a contenere le conseguenze di un’escalation che non controlla ma da cui dipende.  Attraverso pressioni indirette e una diplomazia calibrata, può impedire che il conflitto degeneri ulteriormente, dimostrando di saper Governare il caos da altri creato. Non è ancora una leadership dichiarata, ma è già qualcosa di più di una presenza silenziosa: è la capacità di imporre una soglia al disordine globale, ed è su questa soglia che si misurerà il nuovo equilibrio nello scontro con gli Stati Uniti.

Elisabetta Esposito Martino

Photo by PublicDomainPictures is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran è in rapida evoluzione: dopo un’intensa fase militare e una repentina apertura negoziale, dagli esiti molto incerti, rimane sospeso nel limbo il cessate il fuoco temporaneo e si riaprono prospettive di guerra.
  • Nel “backstage” di questa incerta e fragile tregua, si intravede la regia di una Cina che accresce il proprio soft power e la credibilità internazionale, anche grazie agli errori strategici e alle scelte controproducenti dell’Amministrazione statunitense.

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Elisabetta Esposito Martino
Elisabetta Esposito Martinohttp://auroraborealeorientale.wordpress.com/

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!

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