Mauritana, il campo profughi di Mbera: epicentro silenzioso del Sahel

In 3 Sorsi Tra l’aumento dei flussi di rifugiati dal Mali e il deterioramento della sicurezza lungo il confine, il campo profughi di Mbera, in Mauritania, si afferma come snodo cruciale di una crisi sempre più regionale, nella quale convergono instabilità interna, competizione geopolitica e nuove pressioni migratorie verso l’Europa

1. MBERA, UN INARRESTABILE FLUSSO UMANO

Nelle ultime settimane il campo profughi di Mbera, nel sud-est della Mauritania, è tornato al centro della crisi saheliana per l’aumento dei flussi in fuga dal Mali. Secondo dati UNHCR, da ottobre 2025 a marzo 2026 oltre 10-13mila nuovi rifugiati hanno attraversato il confine, inserendosi in una popolazione già estremamente ampia e diffusa tra campo e comunità ospitanti. Oggi l’area di Hodh EchChargui ospita oltre 300mila rifugiati e richiedenti asilo, di cui circa 170mila maliani, mentre il solo campo di Mbera supera stabilmente le 120mila persone. Si tratta di una dimensione ormai strutturale: il campo, concepito per poche decine di migliaia di individui, è diventato una delle principali concentrazioni umane del Paese. I nuovi arrivi raccontano una dinamica chiara: l’intensificarsi delle operazioni militari nel Mali centrale e settentrionale — tra esercito, milizie filogovernative e gruppi jihadisti — ha prodotto un’ondata di fuga che coinvolge soprattutto civili delle comunità Fulani e Tuareg. Testimonianze raccolte da media internazionali parlano di esecuzioni, violenze diffuse e distruzione sistematica dei villaggi, fattori che rendono il ritorno impossibile nel breve periodo.

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Fig. 1 – Rifugiati maliani nel campo profughi di Mbera, in Mauritania, 2017

2. DA EMERGENZA A SITUAZIONE PERMANENTE

Il campo di Mbera è il risultato di una crisi iniziata nel 2012, ma la sua funzione è profondamente cambiata negli ultimi anni. Non è più soltanto un rifugio temporaneo: è diventato una struttura permanente che riflette l’evoluzione del conflitto maliano. Organizzazioni come Médecins Sans Frontières segnalano un flusso costante e difficilmente quantificabile di nuovi ingressi attraverso una frontiera desertica lunga centinaia di chilometri, con persone che arrivano in condizioni di estrema vulnerabilità, spesso dopo aver subito o assistito a violenze gravi. Il conflitto attuale, infatti, non oppone semplicemente Stato e gruppi jihadisti: coinvolge anche attori esterni e operazioni militari più aggressive, con un impatto diretto sulle popolazioni civili. Nel tempo, Mbera si è trasformato in una vera e propria “città nel deserto”: dispone di scuole, mercati, reti informali e strutture sanitarie, ma resta interamente dipendente dagli aiuti internazionali. La sua crescita ha superato le capacità di risposta umanitaria, aggravate dal calo dei finanziamenti e dalla riduzione dei programmi alimentari e sanitari. Parallelamente, una quota significativa di rifugiati vive al di fuori del campo, integrata nei villaggi locali, aumentando la pressione su risorse già limitate in una delle regioni più povere della Mauritania. Questa coabitazione, inizialmente sostenibile, sta diventando sempre più fragile sotto l’effetto combinato di scarsità economica, cambiamento climatico e crescita demografica.

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Fig. 2 – Il leader della giunta militare maliana, Assimi Goita, incontra il Presidente russo Vladimir Putin al Cremlino, Mosca, 23 giugno 2025

3. IL CONFINE CHE RIDISEGNA IL SAHEL

Mbera è oggi molto più di un campo profughi: è un indicatore strategico della trasformazione della crisi nel Sahel. In primo luogo, segnala l’incapacità del Mali di contenere la propria instabilità entro i confini nazionali. Il conflitto si estende de facto oltre frontiera, trasformando la Mauritania in un attore di prima linea nella gestione delle conseguenze, pur senza essere direttamente coinvolta militarmente. In secondo luogo, la concentrazione di centinaia di migliaia di rifugiati lungo una frontiera porosa crea una preoccupante zona grigia di sicurezza. La presenza di reti sociali, ex combattenti e comunità transfrontaliere rende difficile distinguere tra popolazione civile e possibili infiltrazioni armate, alimentando le preoccupazioni delle Autorità mauritane e aumentando il rischio di militarizzazione dell’area. In terzo luogo, Mbera riflette una frattura geopolitica più ampia nel Sahel. Da un lato, il Mali ha adottato un modello di sicurezza più autonomo e militarizzato, sostenuto da nuovi partner internazionali, dall’altro, la Mauritania mantiene una postura più cooperativa e orientata alla stabilità regionale. Il confine diventa così una linea di contatto tra due approcci divergenti alla gestione della sicurezza. Infine, la crisi ha implicazioni dirette per l’Europa. La Mauritania è oggi uno snodo cruciale della rotta atlantica verso le Canarie e la pressione migratoria generata dal deterioramento delle condizioni nei campi — combinata con politiche di contenimento e accordi con l’Unione Europea — rischia di spingere i flussi verso rotte sempre più pericolose e meno controllabili.

Fabio D’Agostino

EU humanitarian aid in Mauritania” di EU Civil Protection and Humanitarian Aid, CC BY-NC-ND 2.0

Indice

Perchè è importante

  • La crisi in Mali non è circoscritta: Mbera dimostra che l’instabilità si sta regionalizzando, coinvolgendo Paesi finora relativamente stabili come la Mauritania.
  • La concentrazione di rifugiati tra Mali e Muritania aumenta il rischio di infiltrazioni, traffici e militarizzazione, creando una nuova zona grigia di sicurezza nel Sahel con implicazioni dirette per l’Europa.

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Chi lo ha scritto

Fabio D'Agostino
Fabio D'Agostino

Classe 1988, ho conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso “La Sapienza”, Università di Roma. Ho proseguito la mia formazione con un master in “Intelligence Operativa”, “Strategic Intelligence Ops” ed un corso di Antiterrorismo presso l’EUI. Ho sempre avuto la passione per la scrittura, considerandola un’arte responsabile, d’impegno, capace di offrire uno sguardo attento sulla contemporaneità.

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