Caffè Lungo – Gli scontri a fuoco a Mogadiscio tra forze governative e milizie dell’opposizione sono solo l’ultimo segnale di una drammatica crisi costituzionale che rischia di destabilizzare nuovamente la Somalia e l’intero Corno d’Africa.
IL PAESE CONTESO NEL NUOVO GRANDE GIOCO DEL CORNO D’AFRICA
Da più di tre decenni, la Somalia viene dipinta come l’emblema stesso del collasso statale: conflitti interni sanguinosi, terrorismo, pirateria marittima e una persistente instabilità hanno oscurato qualsiasi elemento positivo del Paese. Oggi, però, lo scenario sta cambiando. È vero che la Somalia continua a fare i conti con problemi strutturali di una certa gravità, eppure si è trasformata in uno snodo strategico fondamentale nel Corno d’Africa, un punto di convergenza in cui si incrociano gli interessi delle grandi potenze, sia regionali che globali. La sua posizione geografica è altamente vantaggiosa: affacciata sul Golfo di Aden e sull’Oceano Indiano, controlla percorsi commerciali vitali per il mondo intero. I recenti scontri nel Mar Rosso e gli attacchi lanciati dagli Houthi contro i cargo commerciali hanno ulteriormente elevato il profilo strategico di questa regione.
La Turchia ha consolidato la presenza militare con quello che rappresenta il più grande complesso bellico che il Paese gestisca al di là dei propri confini, mentre gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar allargano continuamente la propria influenza attraverso investimenti economici e iniziative infrastrutturali di rilievo. Dal canto loro, gli Stati Uniti rimangono coinvolti in prima linea, fornendo risorse finanziarie, addestramento militare e supporto tecnico alle forze armate somale per contrastare al-Shabaab e le cellule dello Stato islamico. Infine, c’è l’Operazione AUSSOM dell’Unione Africana, che lavora costantemente per trasferire gradualmente le responsabilità della sicurezza alle istituzioni di Mogadiscio.
Fig. 1 – Il Presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, tiene un discorso davanti al Parlamento federale a Mogadiscio, 28 dicembre 2025
LA CRISI COSTITUZIONALE CHE RISCHIA DI RIFONDARE (O DISFARE) LO STATO FEDERALE
Per anni al-Shabaab e l’insurrezione jihadista hanno rappresentato la principale minaccia per la Somalia. Oggi, però, la situazione è cambiata profondamente: la sfida più delicata arriva dalle istituzioni stesse. Al centro del confronto non c’è solo la sicurezza, ma il futuro assetto dello Stato e il rapporto tra Governo centrale e Stati federati. Con questo obiettivo di fondo, il Presidente Hassan Sheikh Mohamud ha accelerato i tempi della revisione della Costituzione provvisoria, cercando di superare il sistema di rappresentanza clanica “4.5” e di aprire la strada al suffragio universale.
Per il Governo, questa riforma rappresenta il coronamento della lunga transizione iniziata dopo il collasso dello Stato nel 1991. Tuttavia, il percorso intrapreso ha innescato una delle più gravi crisi istituzionali degli ultimi anni. Il dissenso riguarda soprattutto il metodo con cui si è proceduto: ex Presidenti, ex Primi Ministri e numerosi parlamentari ritengono che una revisione costituzionale di questa portata avrebbe dovuto seguire un processo realmente condiviso con gli Stati federati. Più che il contenuto degli emendamenti, è proprio l’assenza di un ampio consenso a rischiare di comprometterne la legittimità politica e ad acuire le tensioni tra centro e periferia.
Lo scontro si è aggravato ulteriormente dopo l’approvazione, nel marzo 2026, degli emendamenti che rafforzano i poteri della Presidenza e aprono la strada al voto diretto. Il Presidente Hassan Sheikh Mohamud ha sostenuto che tali modifiche gli consentissero di rimanere in carica fino a maggio 2027, mentre l’opposizione sostiene che il mandato sia scaduto il 15 maggio 2026 e non riconosce alcuna proroga senza un accordo politico esplicito. Si è così creata una situazione di “doppia legittimità”, che rischia di paralizzare il processo decisionale e di rendere ancora più difficile il coordinamento tra istituzioni centrali e autorità federate. A inizio giugno 2026 violenti scontri tra forze governative e gruppi armati vicini all’opposizione hanno riportato la violenza nelle strade di Mogadiscio. Anche in questo caso i racconti divergono significativamente: il Governo accusa l’opposizione di aver trasformato le proteste pacifiche in un conflitto armato, mentre figure di primo piano come Sharif Sheikh Ahmed e Hassan Ali Khaire denunciano l’uso di armi pesanti contro civili e milizie a loro vicine.
Fig. 2 – Le forze di sicurezza governative somale pattugliano a bordo di veicoli blindati il distretto di Howl Wadaag a Mogadiscio a seguito dei violenti scontri con le milizie dell’opposizione
LA REAZIONE DEGLI STATI FEDERATI E LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE
Quando un sistema federale attraversa momenti difficili, la posizione degli Stati membri diventa decisiva. Il Puntland aveva già rotto con Mogadiscio nel 2024, rifiutando di riconoscere le modifiche costituzionali che riteneva incompatibili con il patto federale. Anche il Jubaland ha progressivamente indurito la propria posizione, trasformando il dissenso istituzionale in uno scontro diretto con la Presidenza. Tuttavia, le preoccupazioni non riguardano soltanto questi due Stati.
La questione, in realtà, va ben oltre la semplice riforma costituzionale: riguarda il delicato equilibrio tra il Governo centrale e le periferie su cui poggia l’intero sistema federale somalo. Se questo sistema dovesse incrinarsi ulteriormente, potrebbe diventare ancora più difficile costruire il consenso necessario per completare la transizione istituzionale. Anche la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione questa evoluzione. Nazioni Unite, Unione Africana e IGAD hanno invitato le parti a riprendere il dialogo, mentre diversi centri di ricerca sottolineano come il processo di revisione costituzionale, invece di rafforzare il sistema federale, abbia in realtà accentuato le divisioni politiche.
Le conseguenze di questa crisi potrebbero estendersi anche al piano della sicurezza. La campagna contro al-Shabaab si è finora basata sulla cooperazione tra il governo federale, gli Stati membri, le forze locali e i partner internazionali: un coordinamento che rischia di indebolirsi se lo scontro politico dovesse protrarsi. In uno scenario del genere il gruppo jihadista potrebbe trarre vantaggio dalle difficoltà di coordinamento tra gli attori impegnati nelle operazioni di sicurezza.
A complicare ulteriormente la situazione si aggiunge la decisione degli Stati Uniti di non sostenere oltre il 2026 il meccanismo ONU che garantisce il supporto logistico alla missione AUSSOM. Washington ha giustificato la scelta richiamando sia le criticità sul piano della sicurezza sia le divisioni politiche che persistono. Se non verranno individuate nuove risorse, AUSSOM potrebbe trovarsi costretta a ridurre la propria presenza operativa, rallentando il trasferimento delle responsabilità alle autorità somale e rendendo ancora più complesso il contenimento di al-Shabaab.
La crisi, tuttavia, non riguarda soltanto il futuro politico di Hassan Sheikh Mohamud. In gioco c’è il modello di Stato che la Somalia intende costruire dopo più di trent’anni di conflitti. Per il Governo, un esecutivo più forte rappresenta la condizione necessaria per superare definitivamente il sistema clanico; per l’opposizione e gli Stati federati, invece, una centralizzazione priva di un ampio consenso rischia di compromettere il già fragile equilibrio federale. Da questo confronto dipenderanno non solo la stabilità interna del Paese, ma anche gli equilibri geopolitici del Corno d’Africa e la sicurezza di una delle principali rotte commerciali tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.
Francesco Iaquinta – Francesco Spizzirri | Master in Intelligence UNICAL


