Ristretto – L’Etiopia denuncia un’invasione eritrea nel Tigrai e lancia dei droni contro le truppe di Asmara. Nel frattempo, mentre le milizie filogovernative riconquistavano Macallè, a el-Alamein si teneva un vertice tra Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan.
Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre droni etiopi avrebbero colpito truppe eritree nei pressi di Adigrat, nel Tigrai settentrionale. Se confermato, potrebbe trattarsi del primo confronto armato tra Addis Abeba e Asmara dalla riconciliazione del 2018. Le forze dell’Eritrea – secondo testimoni ripiegate verso nord – si sarebbero trovate nell’area dopo aver varcato il confine tra il 6 e il 7 ottobre, al culmine della crisi tra i due Paesi acuita dalla ripresa del conflitto tra il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF) e il Governo federale. Le tensioni sono state confermate anche dalle allerte diramate sia in ambito diplomatico, sia tra le imprese straniere: di recente l’Ambasciata degli USA aveva segnalato un rischio – senza attribuzioni – di attacchi a lungo raggio contro installazioni militari etiopi e aveva sconsigliato i viaggi in Tigrai, Amhara e Afar, citando poi combattimenti lungo il confine, a nord dello Scirè e della stessa Adigrat. Il 5 ottobre, appena rieletto Primo Ministro dal Parlamento dopo la vittoria alle urne di giugno, Abiy Ahmed aveva ribadito l’obiettivo di garantire all’Etiopia uno sbocco sul mare. Pochi giorni prima il Paese aveva chiuso la propria ambasciata ad Asmara, con la conseguente interruzione delle relazioni diplomatiche da parte dell’Eritrea. Il contesto regionale, intanto, si sta progressivamente irrigidendo verso un potenziale accerchiamento politico dell’Etiopia. A inizio ottobre, per esempio, si è tenuto ad al-Alamein un quadrilaterale al quale hanno partecipato, oltre al Presidente egiziano al-Sisi, l’eritreo Isaias Afewerki, il somalo Hassan Sheikh Mohamud e il sudanese Abdel Fattah al-Burhan – quest’ultimo il 7 ottobre era in visita a una base militare a ridosso dei confini con Etiopia ed Eritrea. La prospettiva emersa nel vertice è un asse tra i quattro Paesi, accomunati dalla percezione dell’Etiopia come minaccia comune, tra ambizioni marittime, rapporti con il Somaliland, progetti connessi alla diga GERD e interessi in Sudan. Per quanto riguarda il fronte interno, invece, i miliziani filogovernativi e le Forze Armate hanno riconquistato Macallè, un risultato che rafforza la posizione di Abiy Ahmed, ma non conclude la guerra: il TPLF ha comunicato la prosecuzione del conflitto, lasciando intendere un ritorno alla guerriglia, mentre gli altri gruppi dell’EPFAS continuano a logorare le forze governative sugli altri fronti. In una lettera dell’8 ottobre al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos ha infine denunciato “un’invasione militare eritrea su vasta scala”, sostenendo che per Addis Abeba “non resta altra opzione che difendersi”. L’Eritrea, a sua volta, ha negato ogni accusa, imputando anzi ad Addis Abeba di cercare un pretesto per una nuova guerra. La crisi in Etiopia non accenna pertanto a placarsi, con una netta tendenza, alle condizioni corrente, verso una sua regionalizzazione.
Beniamino Franceschini
Rod Waddington from Kergunyah, Australia, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons


