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    Le proteste in Iran: la Repubblica islamica in crisi?

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    In 3 sorsi: Per comprendere quello che sta succedendo tra Iran e USA è importante anche guardare alle dinamiche interne dell’Iran, che negli ultimi mesi ha assistito allo scoppio di proteste seguite da una dura repressione dall’apparato degli Ayatollah. Quali sono le cause che spingono la gente a manifestare?

    1. LO SCOPPIO DELLE PROTESTE

    A metà novembre il Presidente della Repubblica Islamica Hasan Rohani ha annunciato il razionamento del petrolio, facendone aumentare il prezzo di almeno il 50%. In aggiunta i conduttori di veicoli a motore che godevano dei sussidi statali si sono visti ridurre i 250 litri di carburante al mese fino a un massimo di 60. In seguito all’annuncio dell’implementazione delle suddette misure, in diverse città iraniane la popolazione si è radunata in piazza per manifestare il proprio dissenso. Il malcontento si è rapidamente trasformato in atti vandalici come assalto a banche, siti governativi e stazioni di rifornimento, provocando l’intervento delle forze di sicurezza per ripristinare l’ordine. Ufficialmente la politica del razionamento è motivata da ragioni caritative, con la finalità di distribuire i ricavati dovuti al sovrapprezzo alle fasce più in difficoltà della popolazione, ma il nobile intento non pare condiviso dai manifestanti, consci nell’individuare la causa profonda di tale politica in un altro fenomeno: le dure condizioni di vita dovute alle sanzioni economiche imposte da Washington.

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    Fig. 1 – I manifestanti con un’immagine di Qassem Solemani durante una protesta contro l’attacco USA. Teheran, 3 gennaio 2020

    2. REPRESSIONE E BLACKOUT

    Il rientro del regime delle sanzioni americane e della campagna di massima pressione hanno indotto il ritorno dell’economia di “resistenza” da parte della popolazione, mentre il Governo islamico ha ripristinato la gestione della cosa pubblica in modalità di crisi permanente, prospettiva nella quale ogni evento significativo viene analizzato in termini di sicurezza del regime. Di conseguenza, seguendo questa lente interpretativa la reazione dalle forze dell’ordine iraniane non si è fatta attendere, provocando scontri cruenti con i manifestanti in cui si registrano all’incirca 300 morti, oltre a detenuti e feriti, secondo quanto riportato da organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch. L’agenzia quasi-statale ISNA ha respinto le accuse, descrivendole come fabbricate e influenzate dall’Occidente e, nel tentativo di evitare la diffusione di video e immagini che circolavano nel web si è generato un vero e proprio “blackout” di rete. In aggiunta la guida suprema Khamenei e altre fonti governative hanno reiterato più volte la presenza di infiltrati tra i protestanti, intenti ad alimentare il focolaio delle manifestazioni. Giustificazioni come queste mirano a legittimare l’uso della forza contro la popolazione e contenere la partecipazione nelle strade, instillando l’idea di una intervento straniero negli affari domestici del Paese.

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    Fig. 2 – Manifestazione davanti all’ambasciata britannica di Teheran, 12 gennaio 2020

    3. LE NUOVE ONDATE E LE PROSPETTIVE FUTURE

    In seguito alle recenti tensioni tra Stati Uniti e la Repubblica Islamica, dovute all’uccisione del Generale Soleimani a capo delle Quds, il Paese sembrava essersi ricompattato nell’orbita dell’egemonia clericale. La situazione si è ribaltata nuovamente, con l’emergenza di nuove e veementi proteste in varie città dopo che l’Iran ha abbattuto un aereo della Ukrainian Airlines con 176 persone a bordo. Anche in quest’occasione la risposta dell’apparato islamico non si è fatta attendere nel somministrare quella che ormai è diventata una “ricetta”. La classe clericale permette piccoli cambiamenti socio-culturali, come politiche assistenziali, erogando sussidi, aprendo circoli culturali o permettendo gradualmente alle donne di partecipare negli stadi per vedere incontri calcistici, mantenendo però la presa sul potere e reprimendo duramente contestazioni aperte. Infine, in vista delle elezioni parlamentari del 2020 sarà interessante analizzare le tattiche dell’élite religiosa nell’attirare i cittadini a votare per poter sfruttare una parvenza di legittimità democratica. La nuova strategia sembra voler introdurre le giovani generazioni nella vita politica del Paese per costruire un nuovo consenso intorno alla classe clericale, e ricostruire la fiducia degli strati della popolazione più in difficoltà negli Ayatollah. Operazione assai ardua visto il malcontento attuale della gente, ma di vitale importanza per la sopravvivenza della guida islamica.

    Augusto Sisani

    Augusto Sisani

    Nato ad Assisi nel 1996 da padre italiano e madre neozelandese, sono cresciuto a Perugia e attualmente studio Relazioni Internazionali indirizzo Global Studies presso la LUISS Guido Carli a Roma. Durante i miei soggiorni accademici all’estero negli Stati Uniti e Regno Unito, ho maturato un forte interesse per il Medio Oriente e Nord Africa, con particolare attenzione per la Penisola Arabica e la storia moderna dell’Iran. Da settembre mi trovo a Bruxelles presso l’Université Libre de Bruxelles per un programma di Double Degree, ad approfondire le tematiche securitarie oltre  a quelle europee.

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