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martedì 7 Luglio 2020
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    Paralisi nipponica

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    Il Partito Democratico di Naoto Kan è stato sconfitto alle elezioni di medio termine l’11 luglio, e ha perso così il controllo della Camera Alta: una batosta che lo costringe a stringere alleanze con gli altri partiti, ma non a dimettersi. Il sistema politico-economico giapponese è vittima di una paralisi, proprio nel momento in cui servirebbero l’appoggio a nuove riforme e una maggiore spinta per il rinnovamento del paese. Senza dimenticare Okinawa.

    LA DISFATTA – Il Partito Democratico conquista 47 seggi sui 121 contesi, da unire ai 62 non oggetto di rielezione: sul totale di 242, non raggiunge dunque la maggioranza, e i loro alleati del Nuovo Partito del Popolo non lo aiutano, non essendo in grado di attestarsi neppure su di un seggio. L’obiettivo minimo di Kan era conquistare 54 preferenze, ma adesso la priorità sembra essere un’altra: il partenariato con l’Npp può ancora funzionare dopo questa assoluta sfiducia palesata dal voto? La mancanza di leadership è palese: un vuoto di potere che ha causato il rimpallo tra cinque premier in quattro anni, in un periodo di stagnazione economica preoccupante in cui l’invecchiamento della popolazione di certo non aiuta (è notizia di qualche settimana fa che alcuni scienziati giapponesi stiano progettando la costruzione di robot-bambini per risvegliare l’istinto procreativo nelle coppie fertili). Il Segretario capo di gabinetto Yoshito Sengoku ha visibilmente cercato di mettere una toppa in conferenza stampa, affermando che l’attuale governo, anziché dimettersi, procederà piuttosto ad un rimpasto rimanendo in carica con l’appoggio di tutti gli altri partiti. Per tutta risposta, Yoshimi Watanabe, leader dell’incensato Your Party, ha già chiarito di non aver nessuna intenzione di appoggiare il Partito Democratico.

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    RIFORME IMPOPOLARI – Il rischio del collasso finanziario è la spada di Damocle sulla testa di Naoto Kan, che per liberarsene è stato costretto a proporre riforme drastiche, ma totalmente impopolari, come aumentare l’imposta sulle vendite dal 5% al 10%. Il premier ha anche voluto paragonare la situazione del proprio paese a quella della Grecia, spiegando che, siccome il Giappone è un paese economicamente forte, ma con un debito pubblico elevato, nessun altro paese, con i propri aiuti, potrebbe salvarlo, e che anzi il collasso giapponese trascinerebbe facilmente l’economia mondiale in un baratro senza via di scampo. Il quotidiano Nikkei ha poi spiegato che gran parte della popolazione ritiene in ultima istanza utile l’aumento della tassa sui consumi a risollevare le casse del sistema assistenziale del paese.

    Sta di fatto che la perdita del Senato per il partito al governo paralizza l’intero sistema politico giapponese, e insieme ad esso gli sforzi per approvare, ad esempio, il nuovo accordo sul sistema postale. Un destino simile sembra essere riservato alla legge che avrebbe dovuto revisionare il National Service Civil Law, e che avrebbe reso possibile una revisione tra i ranghi più alti del governo nazionale. Ad avere una palla di cristallo, il futuro apparirebbe tutt’altro che limpido, anche perché tramite questa riforma i rappresentanti dei partiti non potrebbero più condurre politiche di leadership, né sperare di fare carriera: la stessa minestra al gusto retrò.

    Alessia Chiriatti

    redazione@ilcaffègeopolitico.it

    Alessia Chiriatti
    Alessia Chiriatti

    Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi sul conflitto in Ossezia del Sud ed il titolo di Master per le Funzioni Internazionali presso la SIOI. Ho inoltre conseguito il titolo di Analista delle Relazioni Internazionali con Equilibri S.r.l. Ho infine collaborato con la rivista Eurasia e presso la sede centrale del Forum della Pace nel Mediterraneo dell’UNESCO. I miei principali interessi di ricerca riguardano la politica estera della Turchia ed i suoi rapporti con Siria e Georgia, e si collocano nell’ambito della gestione dei conflitti, della cooperazione alla pace e dei Peace studies.

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