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    Missili, murales e ostaggi. Quarant’anni di tensioni Iran-USA

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    Puoi leggerlo in 5 min.

    AnalisiIn occasione del quarantesimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata Usa di Teheran, due mesi prima degli attuali attriti tra i due Paesi, i graffiti icona dell’odio per gli Stati Uniti sono stati rimossi e aggiornati con temi attuali. Ma come viene percepita la propaganda antiamericana dagli iraniani?

    NOVEMBRE 1979 – LA PRESA DEGLI OSTAGGI

    L’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Islamica e Stati Uniti risale al 4 novembre 1979, quando circa quattrocento studenti iraniani fecero irruzione nell’ambasciata statunitense di Teheran, prendendo in ostaggio cinquantadue cittadini americani e tenendoli prigionieri per 444 giorni, per rilasciarli solo il 20 gennaio 1980. Tale avvenimento è considerato dagli storici il punto nodale del susseguirsi delle ostilità tra Washington e Teheran nei quaranta anni seguenti. Già dall’esilio Khomeini, nei suoi proclami, inveiva contro il “Grande Satana”, ritenuto colpevole di aver architettato il colpo di Stato del 1953 in collaborazione con i servizi segreti britannici. Nella retorica khomeinista l’occupazione della sede diplomatica statunitense divenne l’emblema della vendetta contro l’imperialismo occidentale, venendo presentata come una ritorsione per l’appoggio dato allo Shah Mohammad Reza Pahlavi, principale alleato di Washington prima dello scoppio della Rivoluzione, e che era stato di recente accolto sul suolo americano per essere sottoposto a un trattamento contro il cancro. Simbolo della propaganda antiamericana fu l’allestimento, lungo tutti i muri di cinta dell’ormai ex consolato statunitense, di murales raffiguranti il “Grande Satana” e le cui immagini negli ultimi decenni hanno fatto il giro del mondo.

    Fig. 1 – Alcuni dei murales sul muro di cinta dell’ex ambasciata USA a Teheran | Foto: Mohammad Javadi

    NOVEMBRE 2019 – IL RINNOVO DELLA PROPAGANDA

    Per commemorare il quarantesimo anniversario dell’occupazione della rappresentanza diplomatica i dipinti che campeggiavano in via Taleqani sono stati cancellati e ridisegnati, rendendoli più moderni attraverso una nuova grafica con l’utilizzo dei soli colori della bandiera statunitense e adeguandoli alla storia recente. Nella retorica della Repubblica Islamica i nuovi graffiti non solo raffigurano simboli americani presentati in veste diabolica come la CNN a forma di serpente che distorce le informazioni, le patatine del McDonald’s i cui ricavati si trasformano in missili o Mickey Mouse che brandisce una pistola, oltre alla Statua della Libertà sotto forma di scheletro, icona della morte della democrazia ormai famosa nel mondo. I murales parlano anche del Presidente Trump e dei suoi tweet, del ricordo degli ostaggi, dell’abbattimento di droni e del mondo visto come un circo nelle mani americane. Sono poi rappresentati anche avvenimenti non strettamente legati alla politica, ma che hanno lasciato un segno nella memoria persiana, come il goal che Hamid Estili ha realizzato contro la Nazionale statunitense durante una partita dei mondiali di calcio del 1998. I disegni sui muri di cinta degli edifici ora convertiti in Museo dello Spionaggio americano sono accompagnati dalla frase Ma Amrika-ra zir-e pa migozarim (ovvero “Noi mettiamo l’America sotto i piedi”), scritta a caratteri cubitali e ripetuta più volte.

    GLI EVENTI DELLE ULTIME SETTIMANE

    L’attuale escalation di tensione ha le sue radici proprio nell’inimicizia tra Tehran e Washington, mai cessata dal 1979. Tali atteggiamenti ostili, combinati con il fallimento del JCPOA e con una serie di azioni militari da parte di entrambi gli attori in territorio iracheno, sono culminati con la decisione del Governo statunitense di giustiziare a Baghdad Qasem Soleimani, comandante iraniano delle Quds Force, particolarmente popolare in patria per aver combattuto contro le forze dell’Isis. In risposta all’uccisione del generale l’Iran ha sferrato un attacco missilistico, seppur annunciato e dunque senza vittime, contro due basi americane in Iraq (secondo fonti iraniane le basi colpite dall’operazione “Soleimani martire” sarebbero otto), ottenendo in questo modo il duplice risultato di depotenziare la tensione e di aumentare la propria visibilità agli occhi dell’opinione pubblica, mondiale e nazionale. Se dal punto di vista delle relazioni con Washington sembrava essere stato trovato un equilibrio pur minimo, sul fronte interno la situazione si è invece aggravata con la morte di cinquantasei persone (settantacinque secondo fonti non ufficiali) schiacciate dalla folla accorsa ai funerali di Soleimani nella sua città natale Kerman, per poi esasperarsi con l’accidentale abbattimento del Boeing 737, volo 752 delle Ukrainian Airlines diretto a Kiev e con ultima destinazione Toronto. A bordo centosettantasei persone di cui ottantadue iraniani, la maggior parte dei quali residenti in Canada, tra cui moltissimi studenti universitari. Lo sgomento per la morte dei partecipanti alla cerimonia funebre del generale (che secondo fonti iraniane sarebbero stati vittime della impossibilità di fuga dovuta alla chiusura di tutte le vie di uscita e delle strade secondarie, allo scopo di mostrare un numero di partecipanti maggiore) e dei civili in partenza per il Canada ha mobilitato tanti cittadini che fino ad ora, seppur in disaccordo con il regime, tendevano a evitare di manifestare il proprio scontento.

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    Fig. 2 – Alcuni iraniani camminano sulla bandiera americana dopo aver assistito all’ultimo sermone dell’ayatollah Khamenei, 17 gennaio 2020. Il gesto può essere visto come una risposta al rifiuto precedente degli studenti universitari di calpestare la bandiera USA

    GLI IRANIANI SONO ANTIAMERICANI?

    Nonostante le ultime due generazioni siano state istruite, fin dalle scuole elementari, al grido marg bar Amrika (“morte all’America”), nonostante siano ancora in vigore codici di abbigliamento quali il divieto di indossare per gli impiegati statali la cravatta, simbolo dell’Occidente, e nonostante la continua propaganda contro gli Usa, la maggioranza degli iraniani non prova alcun sentimento di odio verso gli Stati Uniti o verso ciò che tale Paese rappresenta. Sono centinaia i giovani iraniani che si trasferiscono ogni anno in Nord America, essenzialmente per motivi di studio, e migliaia quelli che coltivano il sogno americano come unica via di fuga dalla vita in patria caratterizzata da disoccupazione, inflazione, corruzione e da un’economia ancor più aggravata dall’impatto delle politiche sanzionatorie. Un esempio fra tutti è stato, lo scorso 12 gennaio, il rifiuto da parte della maggioranza degli studenti iraniani di calpestare le bandiere americana e israeliana dipinte sul terreno all’ingresso dell’Università Beheshti, uno dei quindici atenei pubblici di Tehran, e sulla scalinata dell’università pubblica della città di Sanandaj.

    Fig. 3 – Da lupo cattivo a soldato americano: uno dei murales dell’ex ambasciata USA di Teheran | Foto: Mohammad Javadi

    L’odio per gli Stati Uniti, dunque, sembra essere essenzialmente un atteggiamento del Governo e di una piccola minoranza ai quali fa il paio l’iranofobia degli Stati Uniti, caratterizzata da episodi discriminatori e atteggiamenti ostili verso gli iraniani lì residenti, in particolare dopo gli eventi dell’11 settembre 2001. Se gli avvenimenti delle ultime settimane potevano rinforzare l’ideologia antiamericana, sembra invece che la confusione politica e informativa abbia ulteriormente alimentato l’odio verso un regime visto sempre più come manipolatore e lontano dai bisogni del popolo, portando ancora una volta la grande fetta degli iraniani che non si schiera a fianco della Repubblica islamica ad avere più paura delle azioni del proprio Governo che di un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tale paura è andata rinforzandosi sia dall’abbattimento dell’aereo ucraino, sia dalla continua diffusione sui social di notizie di sapore complottistico, come quella riportata dal sito Balatarin, che, quattro mesi fa, dichiarava l’esistenza di un accordo segreto per cui l’Iran avrebbe dato il consenso all’uccisione del generale Soleimani in Iraq in cambio della rimozione del Consigliere per la Sicurezza Nazionale John R. Bolton, in carica fino al 10 settembre scorso.

    Alice Miggiano

    Alice Miggiano

    Laurea in Lingua e letteratura persiana e PhD in Studi Iranici, sto conducendo una ricerca post dottorato sulla presenza iraniana in Brasile. Tra le pubblicazioni scientifiche il Vocabolario dei termini amministrativi, commerciali e diplomatici. Italiano-persiano e persiano-italiano (Pensa Multimedia, 2015), il capitolo relativo all’Italia del volume The Iranian Diaspora. Challenges, Negotiations and Transformations (University of Texas Press, 2018) e la monografia Venticinque anni di letteratura della diaspora iraniana in Italia. Catalogo di opere e autori 1992-2017 (in corso di pubblicazione). Dal 2016 mi occupo di società iraniana e cultura persiana per Il Caffé.

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