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    L’Egitto alle soglie della pandemia

    In breve

    • L’Egitto, insieme agli altri Paesi del Nord Africa, si prepara ad affrontare la sfida della pandemia, ma la densità demografica costituisce uno dei fattori di rischio principali per la diffusione della malattia
    • Data l’elevata densità abitativa, il sistema sanitario egiziano è pronto a fronteggiare la pandemia?
    • Dittatura, inadeguata allocazione delle risorse, alta densità abitativa e sovraffollamento delle carceri suggeriscono che il SSN egiziano non sia pronto per affrontare la pandemia.

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    In 3 sorsi – Dopo trent’anni di tagli alla spesa pubblica e con una popolazione di 100 milioni di abitanti, riuscirà il sistema sanitario egiziano, alle soglie della pandemia, a fronteggiare l’emergenza sanitaria? 

    1. I NUMERI DINANZI ALL’EMERGENZA SANITARIA

    Il continente africano dovrà affrontare come gli altri la sfida della Covid-19 e l’Egitto risulta, al pari di tutti i Paesi, impreparato a livello sanitario e politico. Il fattore demografico costituisce una delle componenti principali da analizzare in quest’ottica: il 22 febbraio 2020 la popolazione egiziana ha raggiunto quota 100 milioni di abitanti. L’Egitto è quindi uno tra i Paesi più popolosi nel mondo arabo, con una densità abitativa di 103 abitanti per chilometri quadrato (all’incirca 266 persone per metro quadro). Nelle aree urbane vivono circa 42 milioni di abitanti, di questi il 57,3% nelle aree rurali, con un tasso di crescita annuo del 2.035%. Una così alta e diversificata densità abitativa pone dei problemi, sopratutto in termini di gestione e fornitura di beni e servizi.  

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    Fig. 1 – Una delle strade più trafficate della capitale egiziana, Il Cairo, prima dell’imposizione delle misure di contenimento per la Covid-19, 25 marzo 2020

    2. IL SISTEMA SANITARIO EGIZIANO DOPO 30 ANNI DI POLITICHE NEO-LIBERALI

    A partire dalla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta si è assistito a una serie di processi di privatizzazione che hanno comportato un progressivo taglio alla spesa pubblica. Il Governo egiziano è il principale finanziatore del sistema sanitario nazionale: in particolare il Ministero della Salute e della Popolazione (MOHP) è il maggiore fornitore di cure primarie, preventive e curative in Egitto, con circa 4.500 strutture sanitarie dislocate su tutto il territorio nazionale. Tuttavia il sistema distributivo delle risorse si configura come un modello regressivo, sopratutto in termini di spesa pubblica. Così, l’inadeguata allocazione delle risorse e il gracile finanziamento del sistema sanitario sono alla base di numerose disuguaglianze. Dal 2001 al 2014 si è assistito a una ulteriore riduzione delle strutture sanitarie (0-23 strutture su 10mila abitanti rispetto alle 0-37 nel 2001). Il Governo egiziano investe nel sistema sanitario nazionale circa il 5,6% del PIL, una cifra esigua che non riesce neanche a pareggiare la velocità di crescita della popolazione egiziana. Per dare un termine di paragone, la World Health Organization (WHO) considera come buon sistema sanitario quello che garantisce almeno 2,3 operatori sanitari (medici, infermieri e ostetrici) per 1.000 abitanti. Se guardiamo ai dati egiziani, riscontriamo che ci sono 0,79 medici per 1.000 abitanti e 1,3 infermieri su 1.000 abitanti. La frammentazione del SSN pone in essere una serie di problemi, come la qualità dei servizi assistenziali e la carenza di personale medico-sanitario (sopratutto nelle aree rurali). Considerate le carenze strutturali e l’alta densità abitativa, il SSN è pronto per fronteggiare questa crisi? Secondo un articolo del The Guardian, dottori e farmacisti ritengono che il Paese non lo sia.  

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    Fig. 2 – Una fotografia della Piramide di Cheope, sulla quale è stata proiettata la scritta: “Stay home, all united”, in vista delle misure di contenimento adottate dal Governo egiziano per evitare l’espansione del virus nel Paese, 30 marzo 2020

    3. TRA TRASPARENZA E MANCANZA DI SERVIZI 

    Nonostante il Governo affermi di essere ben equipaggiato per fronteggiare l’emergenza Covid-19, il sindacato dei medici denuncia la mancanza di qualunque forma di protezione personale (mascherine, guanti e alcool) per gli operatori sanitari, i quali sono costretti ad acquistarli a proprie spese. Mohamed Abdel Hamid, tesoriere del Sindacato dei Medici, denuncia la carenza di medici specializzati. Sono 3.500 gli anestesisti e i medici che hanno lasciato il Paese. In più mancano gli strumenti per verificare la positività dei soggetti. I tamponi a disposizione costano caro, circa 1.500 sterline egiziane (66$). Una cifra esorbitante per un operaio egiziano, il cui salario minimo è di 2.000 sterline egiziane (116$ al mese). Un altro fattore è l’inadeguatezza del regime, che si esplica in vari fattori critici. Innanzi tutto la mancanza di trasparenza: il Governo persegue chi sparga notizie sull’epidemia, come successo a un soggetto in una città del Delta del Nilo, minacciato dalle forze di polizia qualora avesse reso nota la voce di essere infetto. Poi le questioni analfabetismo, sovrappopolazione e scarsa igiene, sopratutto nelle baraccopoli e nelle carceri: in questi luoghi non si possono rispettare le norme di contenimento del virus, quali distanza sociale e igiene personale. Secondo un report di Amnesty International, nel 2015 c’era un sovraffollamento delle carceri del 160%. Allo stesso tempo, 4 milioni di abitanti vivono nelle baraccopoli, ovvero in spazi urbani che sfuggono al controllo dello Stato. L’Egitto risulta così una bomba sia sociale che sanitaria: il SSN non appare capace di affrontare la sfida, nonostante le blande misure di contenimento adottate dal Governo.  E mentre ospedali, carceri e baraccopoli sembrano un luogo ideale per la riproduzione del virus, i contagi aumentano a 19.310, secondo un report pubblicato su The Lancet.

    Valentina Ricco

    Immagine di copertina: “Port Said Mosque” by Strocchi is licensed under CC BY-SA

    Valentina Ricco
    Valentina Ricco

    Sono nata nel 1992 a Trani. Appassionata di Filosofia e Scienze Sociali, conseguo una Laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari. Nel 2019 conseguo una laurea magistrale, presso l’Università degli Studi di Torino, in Scienze Internazionali – Politiche del Medio Oriente e Nord Africa. In questi anni mi specializzo nello studio del populismo religioso e dei movimenti islamisti, soprattutto in Egitto e Tunisia.

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