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    In breve

    • I legami tra Kazakistan e Russia restano forti, anche se sono spesso dominati da sospetti e diffidenze.
    • Il Governo kazako subisce l’influenza economica e culturale degli USA. I legami con l’Unione Europea sono invece più limitati.
    • Nel Paese viene promossa una forte ideologia della maternità, ma la realtà delle famiglie è fatta di divorzi e problemi economici.
    • La vita di una famiglia di Karaganda, città industriale a nord di Nur-Sultan, esemplifica perfettamente le incertezze e le contraddizioni del Paese.

     

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    Puoi leggerlo in 6 min.

    AnalisiSeconda parte del nostro reportage esclusivo sul Kazakistan. Oggi diamo uno sguardo al difficile posizionamento internazionale del Paese centro-asiatico, sospeso tra Russia e Occidente.

    La prima parte è disponibile qui.

    I RAPPORTI DIFFICILI CON LA RUSSIA…

    Il Kazakistan fa parte dell’Unione Eurasiatica e i rapporti con la Russia sono di vitale importanza per la sopravvivenza del Paese. Non è un caso che, appena eletto Presidente, Tokayev sia andato a far visita al collega Putin e subito dopo a Tashkent, in Uzbekistan, a rimarcare le priorità della politica estera kazaka: il dialogo con Mosca e l’integrazione fra i Paesi dell’Asia Centrale. Il Kazakistan è stato per più di un secolo parte dell’impero zarista prima e di quello sovietico poi. Non si può però parlare di rapporto coloniale: a legare la Russia al popolo della steppa è stata una simbiosi in cui Mosca ha avuto sempre l’ultima parola a causa della propria superiorità economica e militare. Sin dai tempi in cui i popoli dell’Asia Centrale erano nomadi, i rapporti fra kazaki e russi erano basati sulla reciprocità: le popolazioni stanziali della Russia fornivano ai nomadi frutta, verdura, oggetti di artigianato e soprattutto grano; i nomadi, da parte loro, vendevano ai propri vicini carne di pecora e di montone. Dopo la crisi ucraina, però, questi due popoli si guardano con diffidenza. I kazaki hanno paura che la Russia annetta i territori del nord, dove vive una forte componente russa: ciò potrebbe avvenire alla morte di Nazarbayev, che ancora garantisce la stabilità interna con la sua ferma politica antinazionalista mirata anche a eliminare ogni focolaio di estremismo religioso. I russi temono d’altro canto un’impennata del nazionalismo kazako e uno scenario jugoslavo, con guerre civili e conseguenti pulizie etniche. La religione potrebbe costituire il casus belli di un eventuale scontro: i russi sono ortodossi, i kazaki e le altre componenti che vivono nel Paese – primi fra tutti uiguri, kirghisi e uzbeki – musulmani.

    Fig. 1 – Il Palazzo Presidenziale di Nur-Sultan, noto anche come la “Casa Bianca” | Foto: Christian Eccher

    …E CON L’OCCIDENTE

    L’Amministrazione Trump si è a poco a poco distanziata dalle problematiche relative all’Asia Centrale. Roza Otunbayeva, l’ex Presidente del Kirghizistan, nutre dei seri dubbi sul fatto che il suo collega statunitense abbia nel proprio entourage anche un solo esperto di quest’area strategica del pianeta. In ogni caso, il Kazakistan ha forti legami con gli Stati Uniti e l’urbanistica di Nur-Sultan lo conferma. Non solo il centro della città ricorda le city americane, ma anche le insegne dei teatri, dei negozi di lusso, degli ospedali e delle Università sono in inglese. I professori della Nazarbayev sono tutti americani o hanno finito i proprio studi in qualche università statunitense. Dall’inizio del boom del petrolio, inoltre, i ricavati delle esportazioni legati all’olio nero sono confluiti in banche americane o controllate da uomini d’affari d’oltreoceano. Tokayev vorrebbe promuovere una cooperazione energetica con l’Iran, ma finora ci sono stati in questo senso solo timidi approcci diplomatici con le Autorità di Teheran, che non hanno portato ad alcun risultato concreto. Trump non permetterebbe mai una simile collaborazione e il Governo di Nur-Sultan ne è consapevole. I rapporti con l’UE sono invece floridi, ma sono soprattutto di carattere commerciale: Bruxelles, infatti, è ancora politicamente troppo debole per dar vita a una politica estera europea degna di questo nome. Gli Stati Uniti hanno però l’egemonia culturale in tutta l’Asia Centrale, circostanza che gli esperti di geopolitica non rimarcano mai abbastanza. Il modello di vita americano è esaltato e seguito soprattutto dai più giovani, i fast food sorgono ovunque nelle città e i cinema proiettano solo commedie americane, che sono persino più numerose di quelle russe e kazake.

    Fig. 2 – La Torre di Bayterek, una delle attrazioni turistiche più famose della capitale kazaka | Foto: Christian Eccher

    FILM E IDEOLOGIA

    La cinematografia kazaka si è arricchita negli ultimi anni di una costellazione di commedie che esaltano l’idea della maternità. La famiglia è un valore assoluto in tutto il Paese, un valore che ha assunto le sembianze di una vera e propria ossessione. In Uzbekistan, un reporter è sospetto e degno di attenzione da parte dei servizi segreti locali se entra nella sede di un partito politico e chiede di parlare della situazione sociale ed economica del Paese. In Kazakistan, se un giornalista straniero entra nella sede di “Nur Otan”, il partito al Governo, e pone la stessa domanda, non è affatto sospetto, ma lo diventa – misteriosamente – se non dimostra di avere una moglie e almeno tre figli. A confermare l’impressione che l’ideologia della famiglia abbia raggiunto livelli a dir poco parossistici è la professoressa Tatyana Rezvushkina, che insegna sociologia all’Università di Karaganda, 250 chilometri a sud di Nur-Sultan. Karaganda è una città industriale, la cui steppa è disseminata di miniere di carbone. A 30 chilometri c’è il complesso siderurgico di Temirtau. La neve che cade in città e nei dintorni è nera. Karaganda ha il colore del cemento e l’odore del carbone bruciato. “Le donne in Kazakistan partoriscono almeno 3 o 4 figli – sostiene la professoressa Rezvushkina, – la propaganda in questo senso è colossale: una donna non è una donna se non ha una famiglia numerosa. È un bombardamento continuo e non solo a livello mediatico: anche i politici e gli accademici calcano in ogni loro discorso il valore della famiglia. I genitori si trovano però poi da soli a risolvere i problemi quotidiani: ognuno di loro ha almeno due lavori per arrivare alla fine del mese, spesso le donne rimangono vedove in giovane età perché fra gli uomini kazaki c’è un alto tasso di mortalità legato a malattie cardiovascolari e a incidenti automobilistici, dato che qui si guida senza rispettare le più elementari regole stradali. Quello che i discorsi ufficiali non dicono è che 1 coppia su 4 divorzia. La propaganda poi, di per sé sessista, assume anche una connotazione razzista: i russi, infatti, si orientano verso un modello familiare occidentale, con un solo figlio. I kazaki e le altre componenti musulmane hanno invece famiglie molto più numerose: sono quindi cittadini migliori dei russi”.

    Fig. 3 – La stazione di Karaganda, città situata a 250 km a nord di Nur-Sultan | Foto: Christian Eccher

    AIGULJ E LA SUA FAMIGLIA

    Aigulj vive alla periferia di Karaganda con il marito Erhan e 4 figli. Erhan lavora come professore di lingua kazaka in una scuola superiore, Ajguj insegna disegno, ma è al momento in maternità, dato che ha partorito l’ultimo bambino pochi mesi fa. La prima figlia ha 14 anni ed è spesso in conflitto con la madre, cosa normale durante l’adolescenza. Aigulj, però, è preoccupata per via del comportamento della ragazzina e vorrebbe toglierla dalla scuola russa che frequenta e iscriverla a quella kazaka, in cui i professori sono più attenti alle tradizioni e all’educazione. Erhan non è d’accordo: è infatti convinto che la scuola russa dia una migliore preparazione di quella kazaka. A casa di Erhan si parlano indifferentemente russo e kazako, senza gerarchia, cosa normale in tutto il Paese. La coppia guadagna con il proprio lavoro 500 euro al mese, troppo poco per mantenere 4 figli. Per questa ragione, Ajgulj continua a insegnare nel fine settimana in una scuola privata, mentre nei giorni lavorativi bada ai bambini di alcune amiche che non possono permettersi di stare a casa o hanno finito il permesso di maternità. Ha aperto una sorta di asilo nido privato, informale. Quando esce a fare la spesa, è la figlia più grande a far attenzione che i bambini non si facciano male. Erhan guarda dalla finestra dell’appartamento la neve nera e, all’orizzonte, le ciminiere del complesso siderurgico di Temirtau e si lascia andare a una confidenza: “Io sono cresciuto in un villaggio dove vivevano prevalentemente tedeschi, mandati qui da Stalin durante la Seconda guerra mondiale. Ora se ne sono andati, si sono trasferiti in Germania dopo il crollo dell’URSS. Tutti i sacrifici che mia moglie e io facciamo hanno un solo fine: il benessere della mia famiglia. Vorrei però che i miei figli facessero come quei tedeschi e se ne andassero da qui: in Russia, o magari in Occidente, ma sì, meglio in Occidente… Il Kazakistan rimarrà un Paese tranquillo finché il Vecchio Leone è vivo. Quando Nazarbayev morirà, chissà…”.

    Christian Eccher

    Kazakhs” by Francisco Anzola is licensed under CC BY

    Christian Eccher
    Christian Eccher

    Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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