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    In breve

    • Cosa rappresentano i chokepoint nell’intricata struttura geo-strategica odierna e perché sono fondamentali per il commercio marittimo globale.
    • Suez, Bab el-Mandeb e Hormuz. Il Medio Oriente ha un traffico marittimo tra i più remunerativi al mondo grazie soprattutto a questi tre stretti naturali.
    • Impedire che scontri regionali, pirateria e terrorismo rendano vulnerabili i chokepoint di quest’area è, e deve essere, una delle priorità dei Paesi coinvolti.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi – L’importanza geostrategica dei chokepoint è cruciale per il Medio Oriente, dove si trovano tre degli stretti marittimi più importanti: quello di Suez, quello di Hormuz e quello Bal el-Mandeb. Risulta fondamentale proteggerli e non perderne il controllo per interessi non solo economici.

    1. COSA SONO E PERCHÉ SONO IMPORTANTI

    Dalla guerra di Troia per il controllo degli stretti del Bosforo, ai più recenti attacchi presso lo Stretto di Hormuz, la storia è costellata di potenze economiche del passato e del presente che, per impedire il passaggio del traffico marittimo attraverso queste strettoie naturali, hanno imposto la loro presenza. Principali facilitatori delle attività internazionali di trasporto merci, e quindi vulnerabili a diversi fattori, i chokepoint sono canali stretti lungo le rotte marittime globali più trafficate e rappresentano oggigiorno i princìpi cardine della sicurezza globale. La loro posizione è di natura strategica sotto vari punti di vista, dal settore energetico a quello alimentare. Ad esempio il flusso giornaliero di petrolio che transita per Hormuz, nel 2016 era di circa 18,5 milioni di barili al giorno, rappresentando il 30% di tutto il greggio scambiato per via marittima. Per quanto riguardo il settore alimentare oltre un quarto delle esportazioni mondiali di soia transita nello Stretto di Malacca (passaggio marino dell’oceano Indiano che separa l’Indonesia dalla Malesia). I rischi derivanti dalla compromissione di tali passaggi sono incalcolabili, potendo derivare non solo da guerre, terrorismo e pirateria, ma anche dalla decisione di chiudere (o controllare maggiormente) uno di questi punti di accesso, condizionando l’economia dei Paesi destinatari delle merci, siano esse petrolio o grano.

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    Fig. 1 – Questa fotografia fornita dalla Marina degli Stati Uniti e scattata nello stretto di Hormuz mostra la portaerei Abraham Lincoln (CVN 72) a sinistra, il cacciatorpediniere della difesa aerea della Royal Navy HMS Defender (D 36) e il cacciatorpediniere missilistico Ferragut (DDG 99) nel novembre 2019

    2. SUEZ, BAB EL-MANDEB E HORMUZ

    In Medio Oriente sono i 3 chokepoint principali. Oltre a Suez, Bab el-Mandeb è situato tra la Penisola arabica e Gibuti nel Corno d’Africa, collegando il Mar Rosso al Golfo di Aden, e ha un transito di circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, diretti sia verso l’Europa, sia verso i mercati asiatici come Singapore, Cina e India. Infine lo Stretto di Hormuz, che divide la Penisola arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico, è il chokepoint più importante per le forniture globali di petrolio, soprattutto perché le petroliere che raccolgono da vari porti del Golfo Persico devono passarci attraverso. L’equivalente di circa un terzo del commercio mondiale di petrolio per via marittima transita da qui, senza calcolare la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL), che rappresenta un terzo di tutto il commercio di GNL globale. È indubbio che l’incapacità del petrolio di passare, a causa della chiusura di uno di questi chokepoint, potrebbe causare rilevanti ritardi di approvvigionamento e di conseguenza un aumento globale dei prezzi. Le alternative per aggirare questi chokepoint sono, ad oggi, molto limitate. Una di queste è la pipeline che taglia l’Arabia Saudita, e che di recente l’azienda di stato Saudi Aramco ha rinnovato e esteso, grazie alla quale il greggio dal Golfo Persico arriva direttamente nel Mar Rosso, pronto per immettersi nel Mediterraneo.

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    Fig. 2 – Una petroliera battente la bandiera della Malesia naviga attraverso il canale di Suez nei pressi di Ismailia durante il 150° anniversario dell’inaugurazione del canale, novembre 2019

    3. CONTRASTARE LA VULNERABILITÀ

    Con queste premesse sembra necessario e quasi doveroso per i grandi esportatori di petrolio porsi alcune priorità nella pianificazione economica dei prossimi decenni: rafforzare la cooperazione portuale e marittima, proteggere militarmente i chokepoint e soprattutto predisporre massicci investimenti. Qualcosa è già stato pianificato, come la creazione di nuove architetture di sicurezza (Red Sea Alliance) e il continuo impegno sia da parte della NATO, sia dell’UE nei mari da Suez fino ad Aden e al Golfo Persico. Queste iniziative tuttavia non devono essere isolate, ma coordinate tra di loro in una più ampia visione strategica, per evitare che attori esterni come le potenze asiatiche, considerati i loro ampi interessi commerciali, aumentino la loro presenza nell’area. Inoltre immancabili per l’area mediorientale sono le tensioni Iran-USA. La Repubblica islamica, al fine di colpire gli Stati Uniti, potrebbe avere tutto l’interesse nel “chiudere” Hormuz (da qui si spiega la massiccia presenza nella zona sia della Marina statunitense che di quella britannica), ma l’effettiva interruzione del traffico petrolifero rappresenta allo stesso tempo un rischio, in quanto il mondo dei grandi importatori potrebbe decidere di guardare oltre la regione e ridurre la dipendenza da quest’area. Tutto ciò conferma che la sicurezza dei porti e di questi chokepoint rappresenta una priorità economica dell’odierno Medio Oriente.

    Alessandro Manda

    Immagine di copertina: “USS Harry S. Truman transits the Straight of Hormuz.” by Official U.S. Navy Imagery is licensed under CC BY

    Alessandro Manda

    Nato a Napoli, classe ’87, cresciuto a Civitavecchia. Laureato in Giurisprudenza e da sempre appassionato di storia, geopolitica e affari internazionali. Alla continua ricerca di metodologie per mettere alla prova le mie conoscenze, ho frequentato Corsi di Perfezionamento presso l’Istituto Affari Internazionali – IAI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI e seguito corsi in e-learning presso la School of Oriental and African Studies – SOAS di Londra e il Middle East Institute di Washington.

     

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