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    L’Argentina e l’eterno ritorno del default

    In breve

    • L’Argentina è in default tecnico a causa di un debito estero di 66 miliardi di dollari. Il Governo tratta con i creditori per trovare un accordo e scongiurare l’ennesima bancarotta.
    • Il Paese sudamericano rischia il nono fallimento di una storia centenaria fatta di debolezza economica e sistematico indebitamento.
    • La trattativa è difficile, ma tutte le parti hanno interesse a trovare un accordo: il rischio è di perdere i prestiti e innescare un domino di fallimenti globale.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiL’Argentina colpita da Covid-19 e recessione economica affronta il nono default della sua storia. Il Governo di Alberto Fernandez tratta con i creditori e scommette su un accordo ai tempi supplementari per evitare la bancarotta.

    1. SUL FILO DELLA BANCAROTTA

    Dal 23 maggio scorso l’Argentina è insolvente a causa del mancato pagamento degli interessi su tre bond da 66 miliardi di dollari collocati all’estero. Il Governo di Buenos Aires non ha versato la quota di 503 milioni che avrebbe dovuto restituire ai creditori entro un mese dalla scadenza (22 aprile) e ha fatto scattare il default tecnico. Ma la partita rimane aperta: il Presidente neoeletto Alberto Fernandez, infatti, ha avviato le trattative con i creditori – tra cui spiccano il fondo di investimento BlackRock e il Fondo monetario internazionale (FMI) – per evitare la bancarotta definitiva. L’obiettivo è riuscire a strappare alle controparti un accordo di ristrutturazione del debito facendo leva su tempi ristretti e impatto della pandemia.
    La finestra di trattativa si è chiusa il 3 giugno, ma il ministro dell’Economia argentino Martín Guzmán ha chiesto un’ulteriore proroga di dieci giorni alle Autorità della borsa di New York, spiegando che le parti sono vicine a un’intesa. L’ultima offerta della Casa Rosada è un periodo di grazia di due anni (durante il quale non si paga né capitale, né interessi) e la riduzione dell’interesse medio dal 7% al 2,3%. In sostanza: pagare il possibile, tagliare una parte del debito e spalmare ciò che resta sul lungo periodo, fino al 2047.  Il FMI, che occupa il doppio ruolo di mediatore e creditore, ha definito “sostenibile” la proposta e spinge gli altri attori verso un’intesa. Tra gli ossi duri c’è il colosso americano BlackRock, che chiede altre concessioni: vorrebbe un interesse medio del 4,2%, ma il Governo argentino non è disposto a superare il 3%.

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    Fig. 1 – Il Presidente argentino Alberto Fernandez

    2. ALLE ORIGINI DEL DEBITO

    Il debito argentino di oggi – in tutto 331 miliardi di dollari – affonda le radici in una storia secolare di inflazione e crollo del valore del pesos, la moneta nazionale. Il primo default risale al 1824: a otto anni di distanza dall’indipendenza dalla Spagna, l’Argentina non riuscì a ripagare il prestito di un milione di sterline ottenuto da una banca inglese per costruire il porto di Buenos Aires. Nel corso degli anni l’alternanza di autoritarismi e deboli Governi democratici non ha fatto che aggravare il problema. Dopo il crack del 1982, ultimo frutto avvelenato della dittatura militare dei generali, neanche il ritorno della democrazia è riuscito più a convincere gli argentini della sostenibilità della propria economia.
    Anzi, persa la fiducia dei cittadini e dei mercati, i fallimenti sono diventati più frequenti.  L’esempio è la crisi dei tango bonds del 2001, la maggiore della storia argentina: per paura della bancarotta, infatti, la gente corse agli sportelli per ritirare i pesos, convertirli in dollari e spedirli all’estero. Il Governo congelò i conti bancari, ma ormai il danno era fatto: il Paese si avviava verso il fallimento. Ogni default porta dentro di sé i germi di quello successivo. Quello attuale è figlio del prestito del FMI con cui l’ex Presidente Mauricio Macri nel 2018 ha saldato gli interessi dei vecchi bond, in una spirale di indebitamento che sembra destinata a non esaurirsi mai. 

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    Fig. 2 – Un manifesto contro il pagamento del debito al FMI su un muro di Buenos Aires

    3. TEMPI SUPPLEMENTARI PAURA DEI TRIBUNALI

    La sfiducia dei mercati è alta, ma è nell’interesse di tutte le parti in gioco trovare un accordo: andare alla lotteria dei rigori del tribunale di New York presenta rischi enormi. L’Argentina, in caso di bancarotta, non potrebbe accedere ad alcun tipo di aiuto per fronteggiare la recessione economica causata dalla pandemia e si esporrebbe a un crollo verticale. Uno scenario negativo anche per i creditori che otterrebbero delle condizioni di restituzione peggiori rispetto alle offerte sul tavolo. Una perdita indifferente per i potenti hedge fund americani, ma pesante per il FMI, che vedrebbe svanire la possibilità di recuperare i 56 miliardi prestati a Macri due anni fa. Per questo motivo l’Organizzazione internazionale – che in passato aveva imposto politiche di austerità alla Casa Rosada – oggi ha toni concilianti e lavora per trovare un punto di incontro. 
    L’ultima spinta a un accordo sono le conseguenze che il nono default argentino potrebbe avere sullo scenario globale. In una fase di congiuntura negativa, la caduta di un’economia – anche se relativamente piccola – potrebbe innescare un domino di fallimenti e aggravare ancora di più la tensione dei mercati. Secondo Jeffrey Sachs, economista americano della Columbia University, “basta una sola auto che sbanda sull’autostrada per provocare un maxi-tamponamento con altre 50 vetture”. E stima tra le 30 e le 40 nazioni candidate a fallire nel caso l’Argentina perdesse il controllo. Ecco perché in pochi vogliono rischiare di andare fino in fondo.

    Luca Gasperoni

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    Luca Gasperoni
    Luca Gasperoni

    Classe 1994, toscano, giornalista praticante. Laureato in giurisprudenza all’università di Firenze ho poi studiato alla scuola di giornalismo di Urbino. Appassionato di politica internazionale, seguo con attenzione Usa e America Latina. Irrequieto e curioso, parlo quattro lingue. Nella mia vita viaggi in solitaria, libri distopici e vinili folk.

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