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    Mare Arabico: tra potere e pirati

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Il Mare Arabico è ancora oggi una via di comunicazione privilegiata tra il Medio Oriente, l’Africa orientale, l’India e l’Estremo Oriente. Quali sono le dinamiche geopolitiche intorno e dentro alle sue acque?

     

    TRAFFICO PETROLIFERO E CHOKEPOINTS – Il Mare Arabico è l’estensione nordoccidentale dell’Oceano Indiano. Si estende su una superficie totale di circa 3,862 milioni di chilometri quadrati e ha due propaggini importanti: il Golfo di Oman, che lo collega con il Golfo Persico attraverso lo stretto di Hormuz, e il Golfo di Aden, che lo collega con il Mar Rosso tramite lo Stretto di Bab el-Mandeb. Agendo da corridoi vitali tra l’Asia e l’Europa e considerando la presenza del 56% delle riserve mondiali di petrolio nella regione di cui fanno parte, gli stretti del Mare Arabico sono significativi punti di passaggio per il commercio globale e l’approvvigionamento energetico. Nello specifico, lo Stretto di Hormuz è il più importante punto di transito petrolifero al mondo, poiché vi transita circa il 35% di tutto il petrolio commerciato via mare e quasi il 20% del petrolio scambiato in tutto il mondo. Lo Stretto di Bab el-Mandeb, da par suo, vede il passaggio della maggior parte delle esportazioni che dal Golfo Persico transitano nel Canale di Suez. Nonostante il traffico petrolifero nello Stretto abbia subito un calo negli ultimi anni per via della crisi economica globale e per il fatto che alcune petroliere sono troppo grandi e preferiscono piuttosto circumnavigare l’Africa per raggiungere l’emisfero occidentale, dalle sue acque passa circa l’8% del commercio mondiale di petrolio via mare.

     

    Mappa del Mare Arabico

    (DIS)EQUILIBRIO REGIONALE – I Paesi costieri del Mare Arabico – da ovest a est Somalia, Gibuti, Yemen, Oman, Iran, Pakistan, India e Maldive – hanno non solo diverse culture, storie e caratteristiche socio-economiche, ma anche visioni geopolitiche differenti e a volte contrastanti. Questo ha creato una sorta di disequilibrio particolarmente suscettibile a minacce palesi e occulte, fondato essenzialmente sull’estrema debolezza di alcuni Stati (su tutti, Yemen e Somalia) e sulle animosità interstatali ed essenzialmente geopolitiche tra i più importanti Paesi dell’area. Questo disequilibrio ha poi prodotto l’intervento di attori extra-regionali (in primis, Stati Uniti, Russia, Cina e Unione Europea) sia per la ricerca di una stabilità molto precaria, sia in ottica di salvaguardia dei propri interessi strategici.

     

    IL COLLASSO DEI GOVERNI CENTRALI E LA PIRATERIA – Per quanto riguarda il primo aspetto, il collasso dei Governi centrali di Somalia e Yemen sotto i colpi di battaglie etnico-identitarie e infiltrazioni di gruppi terroristici ha prodotto una crescita esponenziale della pirateria organizzata nel Mare Arabico, ormai una grave minaccia per il commercio marittimo e la sicurezza regionale. Si stima che circa 50 bande di pirati, per un totale che oscilla tra i 2mila e i 3mila uomini, operino partendo da alcune basi presenti lungo la costa della Somalia e spingendosi fino al Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano centrale. I loro attacchi sono cresciuti enormemente negli anni tra il 2006 e il 2010, e il loro raggio d’azione si estende ora fino a 1.300 miglia nautiche dalla costa somala. Sebbene tra la fine del 2011 e tutto il 2012 il problema della pirateria nel Mare Arabico sia sostanzialmente migliorato, la storia parla comunque chiaro: la pirateria è stata soppressa solo quando sono state eliminate le basi dei pirati, e l’efficacia di azioni internazionali su questo terreno rimane ancora una questione aperta. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha anche legittimato tali azioni, con l’approvazione della Risoluzione n. 1851 del 2008, che ha di fatto autorizzato la Forza navale dell’Unione Europea (EU NAVFOR) a condurre diversi raid sulle imbarcazioni, i veicoli e le postazioni fisse dei pirati sulle coste somale a partire dalla primavera del 2012. Seppur imponendo nuovi costi e rischi alle attività dei pirati, queste azioni sono fortemente dipendenti da strumenti di intelligence molto precisi e devono essere soppesate con il pericolo di morti civili accidentali.

     

    Le navi attaccate dai pirati dal 2009 al 2012
    Le navi attaccate dai pirati dal 2009 al 2012

    LA LOTTA PER L’INFLUENZA REGIONALE – Passando alla competizione geopolitica tra gli stati dell’area, si possono osservare due dinamiche principali: la rivalità strategica tra India e Pakistan e le ambizioni di potenza dell’Iran. La rivalità marittima tra India e Pakistan che si gioca nel Mare Arabico è effetto, piuttosto che causa, della profonda e complessa competizione tra Nuova Delhi e Islamabad. Tuttavia essa potrebbe aumentare d’intensità e rilevanza nei prossimi anni per due motivi principali. In primo luogo, un certo numero di recenti casi di terrorismo e pirateria hanno evidenziato la dimensione marittima del difficile rapporto tra India e Pakistan. Basti pensare che gli attacchi terroristici avvenuti a Mumbai nel novembre 2008 sono stati lanciati da uomini armati che hanno viaggiato in barca da Karachi e hanno poi utilizzato piccole imbarcazioni per sbarcare nella città. In secondo luogo, gli sviluppi strutturali relativi a interessi economici, strategici e nazionali in corso nei due Paesi mostrano come l’attenzione e le interazioni che Nuova Delhi e Islamabad sono suscettibili di avere nel Mare Arabico siano destinate ad aumentare. Sia l’India che il Pakistan, infatti, preferiscono commerciare attraverso il Mare Arabico verso il Golfo Persico, il Medio Oriente, l’Europa, l’Africa e il Nord America, piuttosto che utilizzare il commercio via terra a nord attraverso l’Asia centrale o via mare nel sud est asiatico. Inoltre, una componente enorme di questo commercio marittimo per entrambi i Paesi è rappresentato da risorse energetiche di fondamentale importanza per le due economie, entrambe fortemente dipendenti da forniture provenienti dall’esterno.

    Lo stretto di Bab el Mandeb
    Lo stretto di Bab el Mandeb

    Per quanto riguarda le ambizioni di potenza dell’Iran, ci si riferisce soprattutto allo sviluppo di un proprio programma nucleare, alla capacità di controllare lo Stretto di Hormuz e a un notevole aumento di operazioni navali a lungo raggio da parte di Teheran a sostegno delle relazioni strategiche con i suoi principali partner (soprattutto Cina, Russia, Siria e Sudan). A ogni modo, va anche aggiunto che questa sorta di attivismo militare e diplomatico vuole in realtà rompere la dipendenza strategica di Teheran nei confronti dello Stretto di Hormuz, cosa che rende di fatto le forze navali iraniane più controllabili e nel complesso più deboli. Per non parlare del fatto che la possibilità concreta che Teheran chiuda lo Stretto è tutta da verificare, per difficoltà sia economiche (i suoi effetti non sarebbero sostenibili nel medio-lungo periodo), sia strategiche (il consistente gap tecnologico tra l’Iran e i suoi avversari).

     

    Luigi Della Sala

    Luigi della Sala
    Luigi della Sala

    Nato nel 1984 e laureato nel 2008 in Relazioni Internazionali alla LUISS di Roma. Ormai trapiantato a Bruxelles per la quale provo una sorta di amore-odio che mi ha fatto prima scappare per esperienze lavorative in Polonia, Francia e Malta, per poi ritornare alla ricerca di una presunta stabilità all’insegna della progettazione europea. La passione per la geopolitica invece non l’ho mai persa, ma ho anzi sempre cercato di coltivarla continuamente non solo con un Master alla SIOI ma anche con una voracità da lettura promettente e preoccupante allo stesso tempo. Odio la conservazione e la verità imposta che viene accettata un po’ per convenienza e un po’ per indolenza, amo il calcio, il crederci sempre e la libertà, che provo a ricercare in viaggi intrapresi fin da quando sono nato

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