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    Per una Scozia dalla moneta impavida

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    Il prossimo settembre la Scozia deciderà del proprio futuro. L’esito del referendum ad oggi è incerto, ma quali sono le proposte dello Scottish National Party che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso la scelta independentista? La futura struttura monetaria giocherà sicuramente un ruolo chiave nella sostenibilità del progetto di Salmond

    REFERENDUM – Il 18 settembre 2014 il popolo scozzese voterà per l’indipendenza dalla corona inglese. E’ il 14 ottobre del 2012 quando, dopo mesi di trattative, il leader del Partito Nazionale Scozzese, Alex Salmond, trova l’accordo con il Premier britannico David Cameron riguardo il referendum, nel quale verrà chiesto a tutti gli scozzesi a partire dall’età di 16 anni se separarsi o meno dal Regno Unito. Risale invece al 1707 l’Atto di Unione con il quale la il regno di Scozia entra a far parte del Regno di Gran Bretagna, assieme all’Inghilterra, mantenendo comunque un sistema giuridico e scolastico autonomo ed una propria chiesa nazionale. In più, dopo il referendum del 1997 sulla cosiddetta devoluzione amministrativa, è stato anche ricostituito il Parlamento scozzese con competenze legislative seppur limitate alle materie di interesse scozzese.

    ECONOMIA – Negli anni settanta lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord ha dato luogo ad una prima, grossa trasformazione dell’economia scozzese che, da fortemente votata all’industria pesante, ha spostato i propri interessi verso i settori dei servizi e della tecnologia. Ma è il decennio successivo che ha sancito la definitiva riconversione industriale, con la grande espansione della cosiddetta Silicon Glen tra Glasgow e Edimburgo, dove si sono insediate molte grosse aziende operanti nell’informatica e nei settori tecnologici in genere. La sede principale di gruppi finanziari come Royal Bank of Scotland (la seconda banca europea), la HBOS e la Standard Life fanno della capitale scozzese il sesto centro finanziario europeo. Nel 2009 il settore dei servizi ha infatti rappresentato il 72% di tutte le attività economiche regionali (più 6% rispetto al dato nel 1998), mentre quello manifatturiero è diminuito di importanza nell’ultimo decennio dal 19% al 12%.

    PROGRAMMA – In effetti il programma presentato da Salmond tiene particolarmente conto di tale struttura e prende come punto di riferimento la politica irlandese sulla corporation tax, spesso citata come esempio di tax competition, poiché è utilizzata come incentivo per gli investimenti delle imprese straniere. La tassa sulle imprese, che in GB è circa il 20%, dovrebbe essere abbattuta di almeno 3 punti, divenendo tra le più “economiche” se paragonata con qualsiasi altra realtà d’Europa, eccezion fatta per Dublino. Inoltre la più importante azienda postale britannica, la Royal Mail, tornerà pubblica ed i proventi del petrolio del Mare del Nord, che solo in tasse nel 2013 hanno portato quasi 7 miliardi di sterline nelle casse del Regno Unito, resteranno entro i nuovi confini nazionali, nonostante dai pozzi escano molti meno barili che in passato.

    Alex Salmond e David Cameron: chi la spunterà?
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    UNIONE MONETARIA – Il punto più controverso del programma riguarda la volontà di mantenere la Sterlina britannica. Salmond si era espresso favorevole alla possibilità di un’unione monetaria sotto la guida di una banca centrale che dovrebbe dar conto sia alla Scozia che al Regno Unito, ma di recente Cameron ha affermato che “la Scozia indipendente non avrà mai il pound”. Neanche l’opzione di un’unione monetaria simile all’area euro, con banca centrale indipendente, sembra percorribile, dal momento che l’insostenibilità di questo modello è visibile agli occhi di tutti. L’alternativa per una Scozia sovrana sarebbe quella di continuare a utilizzare la sterlina senza però avere alcuna influenza sui tassi di interesse o sul tasso di cambio (così come fatto dalla Repubblica d’Irlanda con la sterlina irlandese e dal Montenegro con l’euro), ma pro e contro sembrano tendere a favore di questi ultimi dal momento che il vantaggio di poter sfruttare la credibilità di un’autorità monetaria riconosciuta, quale quella inglese, sarebbe più che controbilanciato dall’impossibilità di effettuare signoraggio, da un lato e dalla mancanza di un prestatore di ultima istanza, dall’altro, particolarmente importante in caso di una crisi.

    MONETA NAZIONALE – Allora la via meno sfavorevole sembra essere proprio quella di stampare sin dall’inizio una propria moneta nazionale, così come suggerito dall’economista Brigitte Granville. La possibilità di fissare tassi d’interesse conformi alle condizioni economiche interne e la flessibilità del tasso di cambio permetterebbero alla Banca Nazionale di Scozia di evitare i pericoli derivanti dall’unione monetaria. Il primo quello di sottostima del cambio, che potrebbe comportare una pressione inflazionistica, ed il secondo, molto più attuale (vedi euro), quello di sopravvalutazione, che invece potrebbe spingere ad uno strozzamento della domanda interna (comprimendo costo del lavoro, ma soprattutto quantità di occupati) per mantenere o recuperare una dato livello di competitività. Un cambio flessibile, magari agganciato in una prima fase ad una qualche valuta, consentirebbe sia di guadagnare tempo per costruire credibilità che mantenere il debito pubblico sotto controllo.

    Davide Del Prete

    Davide Del Prete
    Davide Del Prete

    Mi sono laureato in economia dello sviluppo avanzata presso l’Università degli Studi di Firenze nel 2012 con una tesi sulla relazione tra il commercio internazionale e la disuguaglianza, ed attualmente sono un dottorando, al secondo anno, in economia e finanza internazionale alla Sapienza. Dopo aver partecipato ad un progetto di ricerca nel sud del Portogallo nel 2011 sullo sviluppo sostenibile, ho collaborato con la Farnesina per una relazione economica sui paesi dell’Africa occidentale. In attesa di future esperienze estere, tento di ritagliarmi un piccolo spazio nella nostra penisola.

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