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    Mentre Gheddafi continua nella sua resistenza a oltranza facendo sprofondare la Libia nella guerra civile, esistono anche altri focolai di rivolta in Nord Africa e Medio Oriente. Ne è un esempio il Bahrein, che però in Italia viene ricordato solo in seguito alla notizia dell’annullamento del primo GP di Formula 1 dell’anno. Il piccolo paese del Golfo Persico andrebbe osservato invece per motivi ben più rilevanti…

     

    DITTATURA E MONARCHIA – Il Bahrein è una monarchia costituzionale e va detto che le proteste, almeno in questa prima fase, non sono rivolte verso un completo stravolgimento istituzionale. Le fondamenta della rivolta si basano sul fatto che il paese è governato praticamente da sempre dalla stessa coalizione, legata al sovrano. La situazione è dunque quella di un regime di fatto se non di nome, ove il potere viene conservato da decenni dalla stessa elite politica ed economica.

     

    UNA QUESTIONE DI MINORANZE – In particolare è necessario osservare la divisione settaria del paese, cosa che, a differenza di altri casi, ne influenza fortemente le rivolte. Il Bahrein è guidato da una monarchia e una classe dirigente sunnita, mentre la maggioranza della popolazione (circa il 70%) è sciita e generalmente molto poco rappresentata nel governo e nelle istituzioni, date le notevoli limitazioni presenti per quanto riguarda il voto alle elezioni. Il partito sciita Al-Wifaq infatti viene messo in minoranza in parlamento e appare sfruttato per dare un’immagine di normalità alle istituzioni piuttosto che fornire una vera rappresentatività.

     

    Il paese soffre inoltre di problemi legati alla disponibilità di lavoro e di alloggi per i meno abbienti, situazione acuita dalla modesta dimensione territoriale. Non deve sorprendere quindi che la rivolta sia guidata in gran parte proprio dagli sciiti, più poveri, per quanto come spiegato siano ancora una volta gli elementi politici quelli al centro della disputa, e non i disaccordi religiosi.

     

    Il re Hamad bin Isa Al-Khalifa si è affrettato a promettere importanti modifiche istituzionali, mosso forse dalla paura che le proteste possano progressivamente espandersi fino a richiedere anche la fine della monarchia. La morte di due manifestanti sembra per opera delle forze di sicurezza non ha semplificato le cose: gli eventi recenti in Egitto e Libia hanno mostrato come tale condotta repressiva tenda ad accendere ulteriormente gli animi e non il contrario. Tuttavia i rivoltosi richiedono come prima mossa la destituzione del governo attuale, precondizione per ulteriori trattative, e la monarchia non appare – ancora – seriamente in discussione.

     

    GEOPOLITICA – Le proteste a Manama possono apparire marginali rispetto ai ben più tragici eventi sulla sponda sud del Mediterraneo, ma il piccolo stato ricopre un’enorme importanza geopolitica nello scacchiere del Golfo Persico; la protesta è nata per motivazioni interne, ma data la sua posizione e rilevanza il paese può diventare oggetto di interferenze esterne, in particolare da parte dell’Iran.

     

    Negli ultimi anni Teheran ha attivamente aiutato le rivolte sciite in paesi sunniti (Yemen, Iraq, alcune sommosse in Arabia Saudita…) nel tentativo di aumentare la propria influenza nella regione a scapito dei tradizionali rivali Sauditi; un’inversione degli equilibri di potere in Bahrein in caso di libere elezioni potrebbe aprire spiragli per una influenza iraniana su quello che sarebbe quasi sicuramente un governo ad ampia maggioranza sciita.

     

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    LA QUINTA FLOTTA – Inoltre non va dimenticato che l’isola ospita una delle maggiori basi navali (e il quartier generale) della Quinta Flotta USA, principale apparato bellico occidentale nel Golfo in chiave anti-Teheran, oltre al Naval Support Activity Bahrein, comando responsabile delle operazioni aeronavali legate a Iraq e Afghanistan Al momento non si prevede alcuno stravolgimento degli accordi, tuttavia un Bahrein che navighi maggiormente nell’orbita dell’Iran potrebbe anche richiedere una rilocazione della base fuori dai propri confini, con conseguenti rilevanti problemi di natura logistica e organizzativa per l’intero apparato USA nello scacchiere Medio Oriente-Asia Centrale. Difficile tuttavia che gli Stati Uniti non pensino a contromosse (come forti incentivi economici o pressioni politiche) per sventare tale evenienza.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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