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    Elezioni in Tagikistan: la “difficile” vittoria di Rahmon

    In breve

    • Domenica 11 ottobre si sono svolte le elezioni in Tagikistan. Come da copione, Emomali Rahmon ha vinto con larga maggioranza e nel Paese non si sono registrati disordini.
    • Negli ultimi anni la repressione delle opposizioni all’interno del Paese si è fatta più intensa, arrivando a colpire anche all’estero.
    • Le performance economiche del regime, già di per sé non molto brillanti, sono addirittura peggiorate con la diffusione del contagio da Covid-19, creando non poche difficoltà.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiMai come in questo caso la vittoria di Emomali Rahmon era stata messa in discussione a causa delle difficili condizioni economiche, dell’intensa repressione e della parziale assenza di politiche per il contenimento della Covid-19. Eppure lo storico leader del Tagikistan ce l’ha fatta ancora una volta.

    1. LE ELEZIONI IN TAGIKISTAN

    Nelle elezioni dell’11 ottobre scorso il Presidente uscente del Tagikistan, Emomali Rahmon, è stato riconfermato alla guida del Paese con il 90,92% delle preferenze, in una consultazione che ha registrato un’affluenza pari all’85,39% degli aventi diritto. In questo modo egli è divenuto il più longevo tra i capi di Stato dei Paesi dello spazio post-sovietico, superando l’ex Presidente kazako Nursultan Nazarbayev. All’età di 68 anni Rahmon continuerà dunque a guidare il Tagikistan, come negli ultimi 28 anni, adempiendo al proprio quinto mandato presidenziale consecutivo. Era stato nominato capo del Governo per la prima volta nel 1992, durante la guerra civile tagika, ottenendo poi la riconferma nel 1999, nel 2006 e nel 2013. Nessuna delle elezioni citate è stata riconosciuta come equa da parte dell’OSCE, che anche in questo caso ha mandato i propri osservatori per monitorare lo svolgimento del voto. Nei mesi precedenti la consultazione sembrava che Rahmon si stesse preparando alla successione in favore del proprio figlio, Rustam Emomali, ma evidentemente non era ancora giunto per lui il momento di abbandonare le redini del Governo.

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    Fig.1 – Le operazioni di voto per le elezioni presidenziali in Tagikistan, 11 ottobre 2020

    2. LA REPRESSIONE DELLE OPPOSIZIONI

    Sebbene il rapporto dell’OSCE sia atteso non prima di alcune settimane, appare piuttosto evidente come, anche questa volta, il corretto svolgimento delle elezioni possa essere contestato. Il principale partito dell’opposizione, il Partito socialdemocratico, ha deciso di boicottare le consultazioni rinunciando a presentare un candidato. Secondo gli esperti la presenza dei quattro sfidanti di Rahmon serviva soltanto per dare una parvenza di legittimità alla tornata elettorale. Del resto negli ultimi anni la repressione delle opposizioni all’interno del Tagikistan si è fatta decisamente più intensa. Secondo Freedom House, infatti, Rahmon ha instaurato un regime fortemente autoritario, mantenendo il controllo delle principali Istituzioni politiche ed economiche del Paese insieme alla sua famiglia. L’organizzazione non governativa cataloga il Tagikistan come Paese “non libero”, assegnandogli un coefficiente di 9 su una scala di 100, nella quale il valore 100 rappresenta la massima libertà. Negli ultimi anni numerosi partiti dell’opposizione sono stati dichiarati illegali e i loro esponenti sono stati arrestati e torturati, così come numerosi avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani. La lunga mano dell’apparato repressivo del regime è arrivata persino all’estero, dove numerosi attivisti sono stati rapiti e riportati in patria, quando non addirittura uccisi. La stampa è sotto lo stretto controllo del Governo e i giornalisti che non sono allineati al regime subiscono lo stesso trattamento degli oppositori politici.

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    Fig. 2 – Il Presidente del Tagikistan Emomali Rahmon

    3. LA DELUDENTE SITUAZIONE ECONOMICA

    Le performance economiche del Tagikistan non possono essere considerate certamente brillanti. Sebbene il PIL del Paese sia cresciuto in media del 6% all’anno nell’ultima decade, ciò non ha avuto ripercussioni particolarmente positive sul tenore di vita della popolazione. Il Tagikistan era una delle regioni più povere dell’Unione Sovietica e ha mantenuto tale primato poco invidiabile anche dopo l’indipendenza da Mosca. Al contrario degli altri Paesi dell’Asia Centrale, infatti, non possiede rilevanti riserve di idrocarburi e la principale risorsa disponibile è l’acqua, sfruttata per la produzione di energia a basso costo. L’economia tagika risulta infine fortemente dipendente dalle rimesse che giungono nel Paese grazie al milione di emigrati stabilitisi prevalentemente in Russia. Secondo il Servizio Federale Migratorio russo tali rimesse ammontavano, nel 2016, a 3,8 miliardi di dollari, ovvero una quota pari al 40% del PIL del Paese. In un contesto economico così dissestato, la diffusione a livello globale della Covid-19 non ha certamente migliorato le cose. Si calcola che il PIL del Tagikistan potrebbe subire una contrazione dell’1% nel 2020. Il fatto che Rahmon abbia assunto inizialmente una postura negazionista nei confronti della pandemia, affermando in più occasioni che il virus non fosse presente nel Paese ed evitando per molto tempo di intraprendere iniziative volte a limitare il contagio, non ha fatto che peggiorare le cose.

    Riccardo Allegri

    Tajikistan Grunge Flag” by Free Grunge Textures – www.freestock.ca is licensed under CC BY

    Riccardo Allegri
    Riccardo Allegri

    Laureato in Scienze Politiche degli Studi Internazionali presso l’Università degli Studi di Bologna, ho recentemente conseguito la laurea magistrale in Studi Internazionali presso l’Università di Pisa. Ho svolto numerosi lavori e scrivo di politica internazionale. Sono specializzato in Russia e spazio post-sovietico, motivo per cui parla la lingua russa. Le mie più grandi passioni sono la geopolitica e il calcio.

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