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    Raccontare Alibaba per raccontare la Cina (Parte IV)

    In breve

    • Alibaba sviluppa Ding Talk nel 2014 come piattaforma di smart working: molto criticata per la potenziale invasività nella vita degli impiegati, Ding Talk è divenuta una parte fondamentale dell’infrastruttura telematica che ha permesso il velocissimo adattamento cinese al lavoro e allo studio a distanza.
    • La piattaforma e la cultura del superlavoro a essa legata sono però al centro di feroci polemiche, con il Governo cinese piuttosto critico della visione totalizzante dei suoi imprenditori.
    • L’azione di Alibaba e della Jack Ma Foundation nel campo della cooperazione internazionale (anche in ambito Covid-19) si inserisce nella cornice più ampia di una cooperazione cinese attenta alla piccola impresa locale e orientata alle donazioni solo in caso di necessità.
    • Negli ultimi anni Alibaba è entrata a pieno titolo nel campo della ricerca accademica applicata, attraverso la quale si propone di introdurre un nuovo paradigma di cooperazione accademica internazionale orientato a un connubio tra profitto e servizio all’umanità.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 6 min.

    Analisi – Nell’ultimo quinquennio in Cina è esploso il culto del “996”: il superlavoro spesso non retribuito che Jack Ma ha definito una “benedizione”. Questo fenomeno si può analizzare attraverso l’app Ding Talk, recente creazione di Alibaba. Ma l’influenza di Jack Ma si spinge anche nel mondo della filantropia, che ci propone uno spaccato dello stile di cooperazione cinese.

    Le precedenti parti di questo articolo sono qui, qui e qui.

    DING TALK E IL CULTO DEGLI STRAORDINARI NON RETRIBUITI

    Ding Talk, succursale di Alibaba fondata nel 2014, introduce una rivoluzionaria piattaforma per le imprese che permette di svolgere virtualmente ogni funzione d’ufficio: comunicazione in tempo reale, servizi di HR, condivisione di materiale, feedback e altro. Ding Talk ha, però, un lato oscuro, perché offre all’azienda strumenti molto invasivi per controllare gli impiegati attraverso funzioni utilizzabili a discrezione del datore di lavoro. Ad esempio, oltre alla facoltà di contattare gli impiegati a qualsiasi ora, un sistema di tracciamento GPS può rilevare ritardi e pause non autorizzate, e un collegamento ai database HR può decurtare in automatico parte dello stipendio.
    Ding Talk non fa che riflettere una cultura del lavoro che non è appannaggio della sola Cina: basti pensare alle numerose accuse contro Amazon per il trattamento del proprio personale, oppure alla cultura del superlavoro in Giappone. Negli ultimi anni in Cina il superlavoro ha raggiunto un livello di istituzionalizzazione sociale mai visto prima, nonostante l’ampia diffusione di studi che ne confermano gli effetti controproducenti stia portando, nel mondo, alla graduale adozione di soluzioni alternative.
    Nel 2016 il sito di marketing 58.com comunica l’adozione di un calendario di sei giorni a settimana per nove ore al giorno. Nasce così “996”: un numero che in cinese diventa sia un nome che un verbo, finendo per indicare in maniera generica tutti i regimi di overtime al limite (e oltre) dell’irragionevolezza. Quando si parla di 996 o di “jia ban” (fare gli straordinari), spesso è implicito il lavoro extra non retribuito, che innesca una dinamica perversa in cui l’impiegato resta alla propria scrivania fino a tardi a prescindere dal carico di lavoro, con il solo scopo di mostrare al superiore la propria dedizione all’azienda – mentre l’uso di piattaforme come Ding Talk permette una zelante sorveglianza della vita lavorativa.

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    Fig. 1 – Rider di una nota compagnia cinese fotografato di fronte alla sede di Alibaba a Pechino, 19 agosto 2020

    PROTESTE SOCIAL E CRITICHE GOVERNATIVE

    Il fenomeno è frutto di una corporate culture totalizzante simile a quella nipponica. Infatti, le dichiarazioni pubbliche dei CEO cinesi in difesa del 996 sono molte, a partire da quelle di Jack Ma, che lo definisce come “una benedizione”, un ritmo senza il quale “non ci si può aspettare di avere successo”, per arrivare a Richard Liu, fondatore di JingDong, secondo cui chi non fa 996 “batte la fiacca”, e addirittura al CEO di Weibo, Jia Guolong, che lo scorso settembre ha postato su Weibo: “Cosa sarà mai il 996? Noi facciamo 715 (15 ore al giorno, 7 su 7), di giorno e di notte”. L’insorgere dei netizens cinesi ha portato alla cancellazione del post di Jia Guolong; una reazione che si inserisce nella cornice dell’iniziativa “996.ICU” – dove ICU sta per “unità di terapia intensiva”, riferendosi a episodi di collassi subiti da alcuni impiegati sottoposti al 996.
    996.ICU nasce nel 2019 da un gruppo di programmatori cinesi che incita i colleghi alla protesta attraverso il sito di hosting GitHub: ancorché privo di una struttura, è diventato un vero e proprio movimento sociale, sempre più popolare su social e forum. La protesta contro il superlavoro è coperta anche dai media di Stato come il People’s Daily, dal momento che il Governo cinese, in questo caso, abbraccia senza ambiguità la reazione della società civile, difendendo i diritti dei lavoratori quali valore costituzionale della PRC.

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    Fig. 2 – Pochi giorni prima di un festival commerciale un impiegato di JingDong usa smartphone e computer per controllare i pacchi precedentemente smistati da un robot e pronti per essere raccolti dai corrieri, Wuhan, 5 novembre 2019.

    UN CONTRIBUTO DECISIVO

    Fa sorridere pensare che Ding Talk, durante il lockdown, è stata oggetto del review bombing di studenti che ne denunciavano l’uso invasivo da parte dei professori. D’altra parte l’utilizzo diffuso di Ding Talk per continuare le attività di studio ha permesso al sistema scolastico cinese di fornire un servizio primario in maniera ininterrotta e standardizzata, così come ha fornito l’infrastruttura di base per implementare con rapidità il lavoro a distanza, facilitando un assorbimento organico dello shock portato dalla Covid-19, mentre nel resto del mondo sprofondava nella confusione: l’altra faccia di un software controverso, nonché l’ennesimo caso di una software solution di Alibaba che ha offerto un contributo decisivo alla società cinese.
    Alibaba e Jack Ma, negli ultimi anni, hanno fornito alla Cina e al mondo strumenti e supporto che, considerazioni politiche a parte, sarebbe ingiusto non apprezzare: istruzione in zone rurali, emancipazione femminile, imprenditoria locale, protezione ambientale e rafforzamento dei sistemi sanitari sono solo alcuni degli ambiti in cui opera in tutto il mondo la Jack Ma Foundation. Inoltre gli interventi filantropici del gruppo Alibaba seguono il modello di cooperazione cinese, generalmente orientato alle donazioni solo in fase emergenziale o come incentivo e che, storicamente, ha invece perlopiù agito attraverso investimenti privati in istruzione e imprenditoria locale orientati al mutuo profitto, come riporta uno studio McKinsey sull’impatto della cooperazione cinese in Africa.

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    Fig. 3 – Durante la Xin Philantrophy Conference di Hangzhou, sponsorizzata da Alibaba, una partecipante aiuta a riprodurre il logo della campagna “The Power Of Small” della Alibaba Foundation: un’iniziativa benefica basata sull’educazione e la piccola impresa, 5 settembre 2018

    “FILANTROPIA CON CARATTERISTICHE CINESI”

    All’emergere dell’epidemia, Alibaba ha sviluppato un’app gestita da Alipay (Health Code): il modello originale di app “preventiva” basata sul geotracking. Ma la Jack Ma Foundation ha anche preso iniziative globali (sulla linea della policy della “via della salute” annunciata dal Governo cinese) per aiutare i Paesi colpiti dal virus. Tra queste di particolare rilevanza mediatica sono state la creazione di un fondo da 15 milioni di dollari per finanziare ricerca e prevenzione in Cina, USA e Australia, il finanziamento di un manuale di procedure per i medici di tutto il mondo sulla base dell’esperienza cinese, la donazione a 23 Paesi asiatici di circa 7,5 milioni di mascherine, 500mila test kit e 100mila tute protettive per i medici in prima linea, seguite da donazioni nel resto del mondo, tra cui circa un milione di mascherine e 100mila test kit per i medici italiani.
    Ma il cuore dell’azione filantropica di Alibaba è rappresentato dall’Alibaba Damo Academy, istituto di ricerca internazionale finanziato da Alibaba Group e voluto dallo stesso Jack Ma, che si propone di studiare l’applicazione delle tecnologie più innovative per affrontare sfide presenti e future del genere umano, integrando machine learning, data science, robotica, tecnologie mediche e finanza, seguendo il motto “per profitto e per diletto”. Una filosofia ispirata alle interpretazioni del buddismo e del daoismo che professano la vita umana quale esperienza che “scorre” come un gioco, anche perseguendo il diletto materiale, a patto di non diventarne schiavi (达摩 Damo è il cinese per Dharma).
    Un quadro simile è rappresentato dalla Luohan Academy for the Study of Human Society, anch’essa voluta da Jack Ma, di ispirazione filantropica (non per questo no-profit), orientata allo studio dei fenomeni sociali emergenti e dell’impatto delle nuove tecnologie sulla società, che si ripromette di creare una piattaforma Open Data per la comunità accademica mondiale.

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    Fig. 4 – Zhang Jianfeng, CTO di Alibaba Group e dal 2018 Presidente di Alibaba Cloud, annuncia la fondazione dell’accademia DAMO nell’ottobre 2017. DAMO sta per Discovery, Adventure, Momentum ed Outlook, ma in mandarino esprime anche il significato del concetto buddista di “dharma”

    IL DOPPIO VOLTO DI UN COLOSSO

    La storia di Alibaba, con le sue ramificazioni, racconta efficacemente la Cina degli ultimi trent’anni. Ne emerge il colosso iper-tecnologico, distopico e culturalmente distante che percepiscono i critici di Pechino, così come un Paese la cui storia recente è caratterizzata da grandi intuizioni, un modello di sviluppo pionieristico, una riduzione della povertà senza precedenti e un aumento della qualità di vita altrettanto sorprendente.
    Approfondire la storia di Alibaba racconta una Cina che non solo non si può ignorare, ma con cui è bene confrontarsi costruttivamente e in modo compatto, con la coscienza di aver a che fare con una potenza che va studiata, compresa e rispettata per gli enormi benefici che può portare al mondo, ma sulla quale è bene non farsi illusioni: la Cina come seconda (o prima?) potenza mondiale implica non solo uno scardinamento del Washington consensus che ha portato l’Occidente a prosperare economicamente, ma anche un velocissimo cambio di paradigmi socio-culturali che, se non facciamo attenzione, potrebbero finire per diventare anche i nostri.

    Federico Zamparelli

    President Cyril Ramaphosa receiving a courtesy call from Mr Jack Ma, founder of the Alibaba Group” by GovernmentZA is licensed under CC BY-ND

    Federico Zamparelli
    Federico Zamparelli

    Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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